di Giuseppe Ivan Lantos
Da Officinæ, anno XXVI, n. 3, settembre 2014, pp. 36–41, e n. 4, dicembre 2014, pp. 28–33.
Nota redazionale alle fonti. La pagina riunisce le due puntate firmate da Giuseppe Ivan Lantos, conservando i rispettivi apparati di note. Le affiliazioni dei personaggi richiamati e la lettura dei simboli sono quelle proposte dall’autore attraverso le fonti citate. Nel testo, l’iniziazione di Bakunin a Stoccolma è attribuita ad alcuni storici, mentre i rapporti con Frapolli e Garibaldi sono discussi attraverso lettere e riferimenti bibliografici.
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I parte – Settembre 2014
Liberamente parafrasando William Shakespeare1 scrivo: “non sono qui per lodarlo”, ma anche per impedire che venga sepolto nella tomba dell’oblio.

Duecento anni orsono nasceva il russo Michail Aleksandrovič Bakunin, uno dei personaggi che hanno tracciato un segno indelebile non soltanto nella storia politica del XIX secolo come uno dei fondatori dell’anarchismo moderno, ma anche nelle vicissitudini della Massoneria internazionale e italiana.
Una figura paradigmatica quella di Bakunin, il pensiero del quale e la cui apologia di una rivoluzione, indirizzata a conquistare la libertà attraverso la violenza (da lui mai praticata), erano strettamente collegati con i grandi movimenti del suo secolo: la rivendicazione dell’indipendenza nazionale, la reazione contro la borghesia che si andava affermando sempre più, lo sviluppo sia del socialismo rivoluzionario, sia del comunismo. Sono significativi, nei suoi scritti, anche l’influsso romantico e quello del positivismo che si palesa nella convinzione che l’uomo è “architetto” del proprio destino. Un personaggio che viene ricordato dagli autori anarchici come un protagonista della loro vicenda storica, ma, forse perché controverso ed eterodosso, è relegato dai Massoni in un angolo oscuro dell’archivio della memoria.

La sua biografia si legge come un romanzo d’avventura. Bakunin venne al mondo nel villaggio di Prjamuchino, vicino a Tver, il 30 maggio 1814. Figlio di genitori appartenenti alla nobiltà russa, proprietari terrieri d’idee liberali, frequentò in gioventù la scuola di artiglieria di San Pietroburgo. Completò i suoi studi nel 1832 e, due anni dopo, nominato ufficiale della Guardia Imperiale, fu destinato a Minsk e Goradnia (ex Lituania, oggi Bielorussia). Insofferente della vita di guarnigione, abbandonò la carriera militare per trasferirsi, nel 1835, a Mosca dove intraprese lo studio della filosofia.
Appartiene a questo periodo un primo, embrionale interesse verso la Massoneria ricordata anni dopo con questo attestato di stima: “Benché perseguitati, i massoni, che [in Russia] erano poco numerosi e formavano una specie di setta, restarono i soli reconditi custodi del fuoco sacro dell’amore e del rispetto per l’umanità”2. Tra i Fratelli con i quali Michail intrattenne rapporti di amicizia c’erano Aleksandr Herzen, lo scrittore Nikolaj Platonovič Ogarév e il filosofo e critico letterario Visarión Grigor’evič Belinski, la frequentazione dei quali non fu certamente estranea alla futura adesione di Bakunin alla Libera Muratoria.
Mosso dalla passione per la filosofia, indirizzata, soprattutto, verso i pensatori tedeschi, nel 1840 emigrò a Berlino dove approfondì gli studi sulle opere di Johann Gottlieb Fichte, Friedrich Wilhelm Joseph Schelling e Georg Wilhelm Friedrich Hegel. In Germania, il contatto con gli esuli decabristi3 fu determinante per la sua “iniziazione” politica.
Nel 1842, Bakunin scrisse il saggio Die Reaktion in Deutschland (La reazione in Germania), pubblicato dalla rivista della sinistra hegeliana Deutsche Jahrbüche (Annali Tedeschi) diretta da Arnold Ruge. L’articolo terminava con un’asserzione che anticipava la sua scelta anarchica: “Il desiderio per la distruzione è, allo stesso tempo, un desiderio creativo”. Il saggio non piacque ai censori del re di Prussia Federico Guglielmo IV e il giovane Bakunin ritenne prudente fuggire in Svizzera e, in seguito, a Parigi.

Il soggiorno nella capitale francese, dal 1844 al 1848, fu fondamentale per la formazione del futuro anarchico. Parigi, all’epoca, era un autentico crogiolo di fermenti culturali e politici. Bakunin vi conobbe i più attivi e famosi pensatori e rivoluzionari tra i quali Karl Marx, Friedrich Engels, Étienne Cabet, il pubblicista tedesco Heinrich Bornstein, fondatore del periodico Vörwarts (Avanti), che nel luglio 1844 ospitò in casa sua l’anarchico russo, e Pierre-Joseph Prou-dhon, anarchico e massone.
Lo storico Franco Venturi scrive: “Bakunin era particolarmente vicino allora a quel gruppo che negli ultimi mesi del 1844 stava tentando di trasformare il foglio tedesco pubblicato a Parigi, Vörwarts, in un organo del socialismo emigrato, al gruppo cioè di Ruge, Marx, [Georg] Herweg, [Heinrich] Heine. Ma anche nell’atmosfera di quell’ambiente sentì qualcosa che gli impediva di parteciparvi con tutto l’animo. Vi trovava quella costrizione, quell’artificiosità che non gli aveva permesso di accettare l’utopia di [Wilhelm] Weitling [l’ideologo del socialismo utopico]”4.
Nel 1844, con Marx, Ludwig Andreas Feuerbach e Ruge, del quale divenne intimo amico, fondò il giornale Deutsch-Französische Jahrbücher (Annali tedesco-francesi). Durante il periodo parigino, nel 1844, scrisse anche un saggio, andato perduto, su Feuerbach.
La “primavera dei popoli” del 1848 vede Bakunin tra i promotori del primo Congresso dei popoli slavi che si tenne a Praga, presieduto dal patriota ceco František Palacký, nel quale fu approvato un Manifesto con il quale si rivendicavano pari diritti di tutte le nazioni europee.
Sull’onda dei moti rivoluzionari che da un anno si manifestano in tutta l’Europa, nel maggio 1849 ebbe luogo l’insurrezione popolare di Dresda. Il ceto medio, deluso nelle sue speranze di ottenere dalla monarchia riforme di carattere liberale, decise il ricorso alla lotta aperta facendo causa comune con la classe operaia. All’insurrezione Bakunin partecipò attivamente con il tenore Joseph August Röckel e il compositore Richard Wagner. L’insurrezione fallì e gli insorti vennero arrestati. Trasportato nella fortezza di Königstein, in Sassonia, dopo parecchi mesi di detenzione preventiva, il 14 gennaio 1850 Bakunin fu condannato a morte; in giugno la pena venne commutata nel carcere a vita e, contemporaneamente, il prigioniero fu preso in consegna dalla polizia austriaca. Detenuto a Praga, nel marzo 1851 fu trasferito nella cittadella di Olmütz, dove, il 15 maggio 1851, fu condannato all’impiccagione. La pena, tuttavia, fu nuovamente commutata nell’ergastolo. Il trattamento al quale Bakunin era sottoposto nella prigione austriaca era brutale: aveva i ferri alle caviglie e ai polsi ed era incatenato al muro della cella per i fianchi. Poco dopo gli Austriaci lo consegnarono al regime zarista, che lo destinò alla fortezza di Pietro e Paolo di San Pietroburgo, dove fu ristretto nel “rivellino d’Alessio”, un cunicolo talmente angusto da impedire al recluso di prendere la posizione eretta e nel quale, nel 1718, era stato detenuto il principe Aleksej Petrovič Romanov, figlio unico dello zar Pietro il Grande. Nel 1854, Bakunin fu trasferito nella fortezza Schlüsselburg, in russo Orešek, sulle rive del lago Ladoga. Intanto il lungo periodo di detenzione e i maltrattamenti subiti avevano messo seriamente a repentaglio la sua salute: era diventato obeso e aveva perduto i denti a causa dello scorbuto, ma quello che più preoccupava Bakunin era che le sue condizioni fisiche potessero compromettere il suo spirito rivoluzionario.
Nel 1855, scomparso le zar Nikolaj I, era diventato imperatore suo figlio Aleksandr II, al quale Bakunin indirizzò una supplica grazie alla quale ottenne di essere deportato in Siberia.

Il 23 marzo 1857 Michail arrivò a Tomsk dove venne ospitato nella casa di un polacco impiegato delle miniere d’oro del quale, qualche mese dopo, sposò la figlia Antonia Kwiatkowska. Poi, grazie all’intervento del governatore della Siberia orientale, un aristocratico suo parente, poté trasferirsi a Irkutsk. Fu assunto come impiegato presso una società di navigazione del fiume Amur e, in seguito, presso un’impresa mineraria.
Per il suo lavoro, Bakunin disponeva di una qualche libertà di movimento, così, nel 1861, con il pretesto di un viaggio d’affari, era fuggito a Nikolajevski e di lì s’era imbarcato su una nave diretta in Giappone e in ottobre arrivò a San Francisco. Il suo amico Herzen, sul giornale Kolokol, del quale era direttore, informò: “Bakunin è finalmente libero”.
Ripreso il viaggio, il 14 dicembre 1861, Michail era giunto a Londra dove poté ricominciare la sua attività politica; entrato in contatto con Mazzini, Garibaldi e l’ungherese Kossuth Lajos, riprese le fila del movimento rivoluzionario degli slavi contro l’oppressione zarista. A Garibaldi scrisse: “Il rumore delle vostre nobili e patriottiche imprese scosse la mia apparente inerzia riportandomi tutte le passioni della giovinezza. Del resto non fui il solo a commuovermi”5.
Nel febbraio 1862, Bakunin inviò a Garibaldi la sua prima pubblicazione, Romanov, Pugacev, Pestel, la causa del popolo, con una lettera d’accompagnamento nella quale scriveva: “Il nostro scopo è l’abbattimento della centralizzazione moscovita-pietroburghese, l’emancipazione e la completa libertà, l’autonomia e l’indipendenza delle province polacche e di quelle non polacche che costituiscono lo Stato russo”6.
Scoppiata nel 1863 l’insurrezione anti zarista in Polonia, Bakunin raggiunse Stoccolma per tentare di unirsi a una Legione russa costituitasi in aiuto ai rivoltosi, però il progetto si rivelò fallimentare.
Secondo alcuni storici, tra i quali l’anarchico Max Nettlau, Bakunin fu iniziato alla Libera Muratoria proprio nella capitale svedese. Qui lo raggiunsero la moglie e le tre figlie: Antonia, Giulia Sofia e Maria, detta Marussia.
L’aspirazione di Bakunin era trasferirsi in Italia, un Paese che, secondo la sua visione, s’era conquistata l’unità e l’indipendenza grazie al pensiero e all’azione “rivoluzionaria” di personaggi che sentiva a sé affini e che vedeva come un laboratorio di idee nel quale sperimentare le proprie. E in cima ai suoi desideri c’era quello di incontrare Garibaldi il quale s’era ritirato in volontario esilio nell’isola di Caprera. Michail, allora, stava per compiere cinquant’anni.
Così ne scriveva l’amico Aleksandr Herzen: “Bakunin si riprese in mezzo a noi dopo nove anni di silenzio e di solitudine […] La sua attività, la sua pigrizia, il suo appetito, il suo disordine, come tutte le altre sue caratteristiche, compresa la gigantesca statura e il continuo trasudare, erano di proporzioni sovrumane. Era ancora, a cinquant’anni, uno studente vagabondo, un bohémien senza casa”7.
Simile il ritratto che ne tracciò il socialista Filippo Turati: “Alto, fronte vasta, grande testa leonina, biondo, occhi azzurri, zigomi pronunciati, negletto nell’abito oltre ogni dire, ogni suo lineamento così come ogni azione ispira la larghezza, la benevolenza e la forza. La sua vita è irregolare, vive di the e di tabacco e veglia notti intere a tavolino scrivendo lettere, opuscoli, con vena indiavolata, tenendosi in rapporti con i rivoluzionari di tutto il mondo. Nulla gli sfugge, tutto assimila, tutto trasforma nel moto perpetuo del suo cervello, sempre aperto alla confidenza, sempre pronto all’azione”8.
Prima di varcare la frontiera italiana, Bakunin e la sua famiglia fecero tappa in Svizzera. A Ginevra incontrò György Klapka, esule ungherese, impiegato nella Banque Generale Suisse du Crèdit International. Klapka, massone, diede a Bakunin una lettera di presentazione per Ludovico Frapolli, personaggio di spicco della Massoneria italiana. Nella notte fra il 10 e l’11 gennaio 1864 Michail Bakunin attraversava il confine del Cenisio diretto a Torino. Nel 1861, il capoluogo piemontese era diventato la prima capitale del neocostituito Regno d’Italia e tale sarebbe stato fino al 1865.
Ma Torino poteva essere considerata anche la “capitale” della Massoneria italiana risorta dopo il lungo “sonno” imposto dai governi autoritari nati con la Restaurazione seguita al Congresso di Vienna del 1814-1815. L’8 ottobre 1859 “sette fratelli dispersi” eressero le Colonne della Loggia Ausonia, nucleo storico della Massoneria italiana post napoleonica ed embrione del Grande Oriente Italiano, che sarebbe nato, sempre a Torino, il 20 dicembre 1859. Il 7 febbraio 1862 fu costituita a Torino la Loggia Dante Alighieri, che si pose all’obbedienza del Grande Oriente Italiano.
Nel mese di dicembre 1862 vi fu affiliato Lodovico Frapolli, destinato a esercitare un ruolo determinante sulla prima Massoneria italiana, ruolo formalizzato nel 1867 con la sua nomina a Gran Maestro Aggiunto e, nel 1869, a Gran Maestro Effettivo. In un mese, Frapolli aveva scalato tutti i gradini della piramide scozzese fino al Trentatreesimo Grado e il 10 gennaio era diventato Maestro Venerabile della Dante Alighieri. La Loggia torinese accolse numerosi esuli che avevano partecipato ai moti libertari e indipendentisti nei Paesi dell’Impero austroungarico e di quello zarista; tra questi trentatré ungheresi, sette polacchi, quattro rumeni e due dalmati. Tra gli ungheresi c’era anche György Klapka.

Della sua lettera di affidamento per Bakunin si sono perse le tracce, ma la risposta di Ludovico Frapolli, datata 18 gennaio 1864. è illuminante per quel che riguarda i primi contatti di Bakunin con l’ambiente massonico italiano. Scriveva Frapolli: “Mio caro Klapka […] ho ricevuto le vostre tre lettere inclusa quella che mi ha portato monsieur Bakunin. Penso che questo amico sia rimasto contento per come lo abbiamo ricevuto. È partito avantieri per Genova e Caprera. Ha incontrato Lemmi e i suoi amici […] Da parte mia l’ho presentato a Visconti, Cerruti, De Pretis, Macchi, De Luca e altri. Abbiamo molti scopi in comune […] L’ho ricevuto Rosa+Croce sotto la Volta Celeste […] So che ha visto De Boni, Crispi e Miceli. Gli ho anche dato una lettera per Pulsky”9.
Il sogno a lungo cullato da Bakunin era poter far visita a Garibaldi a Caprera. Ma come fare? Le condizioni economiche di Michail erano a dir poco precarie. Come testimonia Aleksandr Herzen, “era sprovvisto di mezzi di sussistenza, sopravviveva grazie alle risorse che gli fornivano i suoi amici più prossimi; viveva più che modestamente, utilizzando la maggior parte della sua magra disponibilità in denaro per pagare l’affrancatura della sua voluminosa corrispondenza”10.

Il 16 gennaio, Bakunin si recò a Genova, grazie alle lettere di presentazione di Giuseppe Mazzini e Aurelio Saffi, incontrò il medico, patriota e massone Agostino Bertani che interpose i suoi buoni uffici presso l’armatore e Fratello Raffaele Rubattino, titolare della linea di navigazione tra il capoluogo ligure e la Sardegna, per far ottenere un passaggio al rivoluzionario russo e alla sua famiglia. Salparono il 19 gennaio. Nel nero del terso cielo invernale splendevano, come diamanti, la costellazione di Orione e l’astro Sirio, il mare era calmo, promessa di una navigazione tranquilla.
A bordo della nave, nessuno, salvo, forse, il capitano sapeva chi fosse quello straniero alto e corpulento, dalla folta barba nera e dall’abbigliamento dimesso; avrebbe potuto essere uno dei tanti che andava a rendere omaggio all’Eroe. Quella notte, che trascorse in coperta, Michail fu visto scrutare pensieroso e inquieto l’orizzonte, scrivere convulsamente appunti, fumare pestilenziali sigari e, finalmente, vinto dalla stanchezza, assopirsi per alcune ore.
La traversata fu, secondo le previsioni, senza sgradevoli sorprese. Neppure le forti correnti delle Bocche di Bonifacio diedero problemi. In meno di dodici ore il bastimento arrivò a Cala Gavetta, il piccolo porto della Maddalena. Era la mattina del 20 gennaio 1864. La temperatura dell’aria parve gradevolmente mite ai sopravvissuti al gelo siberiano. Poi Bakunin raggiunse Caprera su una barchetta noleggiata da un pescatore. Ad attenderlo sul minuscolo approdo c’era il Generale in camicia rossa che lo accolse con un caloroso, commosso abbraccio. I due erano quasi coetanei: Bakunin aveva cinquant’anni, Garibaldi cinquantasette.
Le fonti d’informazione sono piuttosto avare circa il contenuto dei colloqui tra Michail e l’Eroe dei due Mondi; è verosimile, tuttavia, che i loro discorsi avessero come argomento le vicende della Polonia che tanto coinvolgevano Bakunin, così come non sarebbe stata estranea la “questione romana” tanto cara a Garibaldi. In ogni modo il Generale fece proprie le argomentazioni di Bakunin a proposito delle vicende polacche, riconfermando la sua disponibilità a sacrificare anche la vita “per la libertà di tutti i popoli”. Pier Carlo Masini11 ed Elio Conti12, nei loro scritti sul viaggio a Caprera di Bakunin, ne ricordano l’appartenenza alla Massoneria.
Una lettera di Garibaldi, del 22 gennaio 1864, indirizzata a Frapolli e pubblicata in seguito, rappresenta un’importante testimonianza dell’incontro del russo con il nizzardo che scrive tra l’altro: “Per i poteri a me conferiti ho elevato monsieur Bakunin al Trentesimo Grado e prego il Fratello Frapolli di regolarizzare la sua posizione”. La visita durò tre giorni.
A questo punto ritengo opportuno fare un po’ di chiarezza sul rapporto tra Massoneria e Anarchia, un connubio che può sembrare quantomeno contraddittorio a quei Fratelli nel cui immaginario l’Anarchia assume connotazioni negative. Lo studioso Luigi Corvaglia, scrive: [Occorre fare] un po’ di chiarezza per sgomberare il campo da due contrapposti miti, quello della filiazione del movimento anarchico dalla Massoneria (diffuso dal tradizionalismo cattolico e da Forza Nuova), e quello della assoluta incompatibilità fra movimento anarchico e Libera Muratoria (diffuso fra gli anarchici meno consapevoli della storia) […] Relazione non facile [quella tra Massoneria e Anarchismo], eppure non così travagliata come si potrebbe pensare. Anarchismo e Libera Muratoria, infatti, si sono spesso stretti in lunghi e insospettati abbracci. Il primo avvenne all’epoca della cosiddetta Prima Internazionale. Fin dalla sua costituzione, nel 1864, questa organizzazione venne attraversata dai grandi contrasti interni fra le diverse anime che la costituivano, cioè i marxisti, i socialisti moderati, i mazziniani e gli anarchici. Proprio quest’ultimi riuscirono a prendere in mano le redini del movimento in Italia. Orbene, come ha scritto Marco Novarino: molti anarchici nel loro lavoro di penetrazione e d’egemonizzazione della Prima Internazionale transitarono sotto ‘le volte stellate’ per cercare di trasformare la Massoneria in un movimento rivoluzionario antiautoritario e antireligioso13.
Un progetto che sembra fosse in conflitto con le Costituzioni di Anderson, ma trovava diritto di cittadinanza riguardo ai principi massonici di Libertà, Fratellanza e Uguaglianza e all’adogmaticità del metodo di lavoro. A questo si deve aggiungere che nelle Massonerie latine, come conseguenza della scomunica papale, s’erano consolidati gli orientamenti anticlericali e di impegno civile. Oltre a ciò, la Massoneria per il suo carattere democratico, offriva solidale accoglienza a coloro i quali osteggiavano qualsiasi sistema politico assolutistico.
Note alla prima parte
1. William Shakespeare, Giulio Cesare, atto III, scena II, Firenze 1964.
2. Michail Aleksandrovič Bakunin, L’histoire de ma vie, in Revue socialiste, XXVIII, 1898.
3. Decabristi (dal russo dekabrist, da dekabr, dicembre). Nome dato agli ufficiali della Guardia imperiale russa che il 14 dicembre 1825, giorno fissato per l’incoronazione dello zar Nicola I, presero parte alla rivolta contro il regime zarista. L’appellativo designa in senso lato anche i membri delle varie società segrete a opera delle quali gli avvenimenti si maturarono. Soffocato il moto, cinque dei centoventi arrestati furono impiccati, gli altri condannati ai lavori forzati o all’esilio.
4. Franco Venturi, Esuli russi in Piemonte dopo il 48, Torino 1959.
5. Pier Carlo Masini, Gianni Bosio, Bakunin, Garibaldi e gli affari slavi 1862-63, in Movimento operaio, 1952.
6. Pier Carlo Masini, La visita di Bakunin a Garibaldi, in Movimento Operaio, IV, 1952.
7. Aleksandr Herzen, Passato e pensieri, Torino, 1996.
8. Filippo Turati, prefazione a Michele Bakunin, Dio e Stato, Libreria Internazionale di Avanguardia, Bologna, 1949.
9. Luigi Polo Friz, La massoneria italiana nel periodo postunitario. Lodovico Frapolli, Milano, 1998.
10. Aleksandr Herzen, ibidem.
11. Pier Carlo Masini, La visita di Bakunin a Garibaldi, in Movimento Operaio, IV, 1952.
12. Elio Conti, Michele Bakunin, in Movimento Operaio, II, 1949-1950.
13. Luigi Corvaglia, Massoneria e Anarchismo, post pubbl. in Storia delle idee, 28 marzo 2010.
Didascalia delle riproduzioni di Scintilla
Testo della didascalia del fascicolo, p. 41, relativo alle immagini delle pp. 36 e 39; traduzione dal cirillico riportata nella fonte.
SCINTILLA – Settimanale illustrato allegato al quotidiano LA PAROLA RUSSA – Domenica 18 maggio 1914: “Oggi ricorre il centenario della nascita di M.A. Bakunin, il noto amico di Herzen che lavorò con lui ed Ogarev nel famoso LA CAMPANA; Bakunin ha sempre mantenuto la propria linea politica sin dai primi articoli pubblicati; una delle sue più celebri espressioni che ben descrive le sue attività è stata: ‘Il piacere creativo della distruzione’. In Francia, Svizzera e Germania Bakunin ha sempre e solo cercato l’amicizia di circoli rivoluzionari divenendone capo e trascinatore. È così divenuto un rivoluzionario cosmopolita, non accettando mai che condizioni storiche o geografiche determinassero il destino e l’attività dei popoli e per costruire sulle rovine del vecchio un nuovo ideale di lavoro comune. Ma le sue idee hanno incontrato ovunque una fiera opposizione e spesso ha dovuto fuggire dai propri nemici: espulso due volte dalla Francia, condannato a morte in Prussia e Austria (dove è stato incatenato al muro per sei mesi nelle segrete della prigione di Olmütz), consegnato alle autorità russe nella fortezza di Schlusselburg e infine esiliato nella Siberia dell’est. Da lì riuscì a fuggire e, raggiunto il Giappone e poi San Francisco, riparò infine a Londra; Bakunin ha passato gli ultimi anni della propria vita a Locarno in Svizzera in una piccola casa donatagli da uno dei suoi ammiratori. Morì nel 1876 (nelle foto ritratti di Bakunin al museo Rumyantsev); (p. 39, ndr): Il monumento a Bakunin del 1907 e – al centro della pagina, Bakunin a Londra nel 1862; a destra una lettera autografa di Bakunin – In basso a Tiflis nel Caucaso il governatore Conte Vorontsov-Dashkov e signora con un maglietto d’argento inaugurano la costruzione del nuovo Politecnico.
II parte – Dicembre 2014
Non pochi anarchici, poi, appartenevano all’allora crescente movimento per il Libero Pensiero. Scrive Pedro Alvarez Lazaro: “Il travaso ideologico fra Libero Pensiero e Massoneria si canalizzò in due direzioni: da un lato molti nuclei liberopensatori non erano in realtà che emanazioni profane di talune Logge e Obbedienze; su un altro versante le Massonerie di ispirazione razionalistica andavano ingrossando le proprie fila con liberopensatori militanti”1.
Marco Novarini sostiene che “fosse difficile per un anarchico, fondamentalmente refrattario al concetto di trascendenza e alla struttura gerarchica, trovarsi in sintonia con la spiritualità e l’organizzazione ritualistica massonica, pur se i principi di Libertà, Fratellanza e Uguaglianza erano condivisi.”2 Ma l’ipotesi di un’intolleranza degli anarchici per la “trascendenza” e per la “struttura gerarchica” contraddice la fedele e totale adesione alla Massoneria di illustri pensatori e agitatori anarchici tra i quali Elisee Reclus, Louise Michel, Andrea Costa e Francisco Ferrer y Guardia. Fu, piuttosto, la maggioranza dei Fratelli i quali non accettarono che l’Istituzione si trasformasse in strumento per scopi e con i mezzi perseguiti dalla minoranza degli anarchici.

Esemplare fu, da questo punto di vista, il caso di Michail Bakunin che ebbe frequentazioni ad alto livello nell’ambiente massonico italiano. Frapolli aveva il controllo di una parte consistente del Rito Scozzese Antico e Accettato e Garibaldi ne era il Gran Maestro Onorario a vita. Certamente, la comune appartenenza contribuì favorevolmente all’atmosfera dei colloqui di Caprera, incrementando l’entusiasmo che il russo provava per l’Eroe dei Due Mondi.

Pochi mesi dopo Bakunin fu delegato all’Assemblea Massonica di Firenze come rappresentante del Conclave. A queste Tornate erano ammessi gli insigniti dei Gradi dal Diciottesimo al Trentesimo. Da quel momento, tuttavia, i suoi progressi nell’ascesa dei successivi gradini della Piramide Scozzese subirono un rallentamento sui motivi del quale è possibile soltanto formulare delle ipotesi. È verosimile che, a poco a poco, fosse iniziato quel processo di distacco che più tardi si manifestò più palesemente. Tuttavia l’allontanamento non fu traumatico perché, anche dopo, Bakunin continuò a intrattenere una corrispondenza cordiale con alcuni massoni autorevoli, come Giuseppe Dolfi. Di più, in partenza per Napoli, ricevette credenziali ufficiali dal Gran Concistoro della Valle dell’Arno.
D’altra parte, in quel 1864, la Massoneria italiana non si presentava come un organismo solidale e unitario coagulato attorno all’apparato dottrinario andersoniano. Una profonda frattura s’era aperta tra il Rito Simbolico e quello Scozzese Antico e Accettato. Il Grande Oriente Italiano, che aveva adottato il Rito Simbolico, etichettato come filo-governativo, cominciò a mostrare segni di decadimento, mentre, sotto l’oculata guida di Ludovico Frapolli, cresceva lo Scozzesismo, che avrebbe dato vita al Grande Oriente d’Italia costituito in prevalenza da Fratelli di ispirazione libertaria e democratica.
Nel resto dell’Italia da poco unificata la situazione non era migliore; tendenze centrifughe si manifestavano un po’ dovunque. In Sicilia c’erano due Obbedienze entrambe praticanti il Rito Scozzese Antico e Accettato. Una non era del tutto aliena a mettersi all’ordine di Ludovico Frapolli, l’altra, alla quale aderivano anche alcune Logge del napoletano, che pretendeva non meglio documentate primogeniture, attribuiva a Garibaldi la legittima Gran Maestranza.
A Milano, Ausonio Franchi rivendicava l’autonomia di un gruppo di Logge del Rito Simbolico che ebbero fra i loro membri uomini della levatura di Giosuè Carducci e Luigi Cremona.
Se è vero, com’è vero, che il trasferimento della capitale del Regno da Torino a Firenze e con esso il trasloco della sede magistrale massonica nel capoluogo toscano non servì a migliorare la situazione, è altrettanto vero che i Fratelli di matrice torinese-fiorentina si prodigavano per far ritornare le Logge agli Antichi Doveri.
Bakunin si stabilì a Firenze proprio mentre la Massoneria italiana tentava di darsi un assetto unitario, cercando di individuare elementi di convergenza. Non erano certamente queste le condizioni ideali perché il russo potesse avervi una partecipazione importante, al di là della silenziosa, se pur costante, presenza fisica all’Assemblea di Firenze.

D’altro canto non si può dire che in questo periodo Bakunin formulasse idee assimilabili ai precetti espressi nelle Costituzioni di Anderson. I “frammenti” sulla Massoneria riportati da Max Nettlau3 sono illuminanti riguardo all’interpretazione del tutto personale che il russo dava circa il modo di “levigare la pietra”. Per il suo biografo i “frammenti” sono importanti perché costituiscono la prima espressione che ci sia rimasta delle idee antireligiose, antistatali e socialiste di Bakunin. In verità Silvio Furlani ricorda che “lo stesso giorno della partenza di Bakunin da Stoccolma, dopo la seconda permanenza in Svezia, il 12 ottobre 1864, appariva sul giornale Aftonbladet un suo articolo con un violento attacco contro il cristianesimo e contro il sentimento religioso in generale4”.
E, forse, non è una coincidenza che contemporaneamente Bakunin avesse lavorato per preparare la nascita della Prima Internazionale, che il 28 settembre 1864 aveva tenuto a Londra il suo congresso fondativo con il quale nasceva la Prima Internazionale socialista dei Lavoratori alla quale aderirono inizialmente tutte le correnti della Sinistra europea, da Karl Marx agli anarchici e Giuseppe Mazzini.
Non credo che sia illogico e irriverente supporre che Bakunin avesse pensato, in buonafede, di servirsi della Massoneria per la realizzazione del suo progetto politico, ma appare evidente che ciò sarebbe stato difficile, per non dire impossibile, nell’ambito di Logge regolari per quanto d’ispirazione liberale e adogmatica. Come scrisse il massone Andrea Giannelli all’anarchico Nettlau, “Bakunin aveva fiducia nella Massoneria in genere, era esso stesso massone, ma s’ingannava ritenendo che codesta Istituzione, guidata allora in Italia da Frapolli, potesse neppure minimamente accettare o appoggiare le sue idee nichiliste”5.
In questo senso siamo confortati da una testimonianza di Alberto Tucci a Nettlau, secondo cui “Bakunin avrebbe scritto, appena arrivato a Napoli […] un manuale sulla massoneria come egli desiderava vederla interpretata”6.
Nel primo degli scritti di quello che avrebbe voluto essere il suo Catechismo della Massoneria, Michail dà vita a una feroce polemica antireligiosa fondata sulla denuncia della schiavitù che può derivare dalla credenza del Dio cristiano. “Che cosa pretende di poter fare la Massoneria per servire l’Umanità? Proteggere gli innocenti e i deboli, curare gli ammalati, vestire i poveri, dare un’istruzione ai bambini indigenti? Tutte queste opere sono infinitamente rispettabili”7, anzi, “come applicazione pratica del principio dell’umana fraternità, esse sono elargite più o meno, nella misura della capacità […] di ogni uomo che non è estraneo al principio della carità”8. E allora “se la Massoneria non avesse altro scopo che esercitarli, non ci sarebbe alcuna differenza tra essa e le innumerevoli corporazioni religiose che non altro fine che l’esercizio della carità”9.
E ancora: “L’immensa differenza che la separa da tutte queste istituzioni religiose si manifesta unicamente per lo spirito diverso con il quale la Massoneria da una parte e le corporazioni cristiane dall’altra elargiscono la loro istruzione e il loro aiuto. Queste ultime hanno come fine assoluto e finale più la gloria di Dio che il sollievo delle umane sofferenze, il trionfo dello spirito religioso, la sottomissione dell’uomo al giogo divino e, di conseguenza, a quello della Chiesa […] e come risultato necessario la sconfitta e l’abdicazione della ragione umana, della volontà umana, la negazione della libertà, la schiavitù. La Massoneria, al contrario, per poco che intenda restare fedele ai suoi principi, deve volere l’emancipazione completa dell’uomo, la costruzione dell’umanità tramite la libertà sulle rovine di ogni forma di autorità”10.
Infine dopo altri attacchi alla Chiesa e allo Stato, Bakunin conclude: “E adesso cerchiamo di dare un catechismo alla Massoneria, lasciando da parte la questione del trascendente e quella, probabilmente, irrisolvibile per l’umanità dell’Assoluto e dell’esistenza o della non esistenza di un Dio ‘extra mondiale’ ed ‘extra umano’, prendendo in seria considerazione l’abolizione di tutte le teologie. La Massoneria deve tener conto del fatto che l’esistenza di un Dio personale ed ‘extra mondiale’, Creatore e supremo Signore di tutte le cose, è incompatibile con la ragione e la libertà dell’uomo […] la Massoneria moderna rimpiazza, quindi, il culto del Grande Architetto dell’Universo con quello dell’Umanità”11.

L’allontanamento di Bakunin dalle impostazioni tradizionali della Libera Muratoria è espressa anche in quello che scriveva ai compagni dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori del Lode e della Chaux-de-Fonds: “La Massoneria oggi s’è abbassata al triste ruolo di una vecchia intrigante e rimbambita […] non vale nulla essendo inutile, qualche volta nociva e sempre ridicola, mentre prima del 1830 e, soprattutto, prima del 1793, avendo riunito nel suo seno, con poche eccezioni, tutti gli spiriti elevati, i cuori più ardenti, le volontà più fiere, i caratteri più audaci, aveva costituito un’organizzazione attiva, potente e benefica e aveva rappresentato l’incarnazione energica e la messa in pratica dell’idea umanitaria del XVIII secolo”12.
L’impossibilità di rifondare la Massoneria a “immagine e somiglianza” delle proprie idee non spinse, tuttavia, Bakunin a mettersi “in sonno”; egli continuò a frequentare diverse Logge come “convitato di pietra”. D’altra parte, l’attività politica ne assorbiva il tempo e le energie.
Nel 1865 Bakunin si trasferì da Firenze a Napoli. L’impatto con l’ambiente politico del capoluogo partenopeo diffusamente reazionario fu per Michail a dir poco deludente. Tuttavia un incontro lo persuase a rimanere: quello con la principessa Zoe Obolenskaja. L’aristocratica russa, che possedeva un patrimonio cospicuo, non soltanto finanziava generosamente gli amici, ma manifestava idee rivoluzionarie che le calamitavano attorno sovversivi italiani e stranieri. Bakunin divenne il favorito e questo gli consentì di non avere problemi economici. Per Zoe si trattò di un investimento che, grazie al prestigio del nuovo amico, le permise di accreditarsi come “musa della rivoluzione”. Neppure tanto paradossalmente, la stagnante situazione politica napoletana dava un senso ai propositi cospirativi. Bakunin li tradusse in pratica con la fondazione di una società segreta, la Fratellanza internazionale, il cui modello organizzativo e normativo si ispirava a quello della Libera Muratoria, così come sarebbe stato per tutte le altre associazioni costituite da Bakunin in seguito.
La Fratellanza internazionale aveva una struttura piramidale e il rituale d’iniziazione per farne parte era marcatamente massonico. Alla Fratellanza internazionale appartenevano pochi, eterogenei elementi riuniti attorno a un progetto politico che poteva essere definito quanto meno confuso. Per Bakunin si trattò, verosimilmente, di un laboratorio nel quale maturare una vera e propria svolta ideologica. Fino ad allora, infatti, aveva identificato nel nazionalismo lo strumento per liquidare i regimi politici che governavano l’Europa. L’Italia gli parve la prova tangibile del fallimento del nazionalismo come mezzo per il riscatto sociale ed economico di un Paese.
Vero che l’Italia era diventata, seppur parzialmente, una e indipendente, ma ciò non aveva contribuito a risolvere gli endemici problemi sociali ed economici del popolo. L’ignoranza e la povertà erano piaghe aperte e Napoli era lo specchio della situazione del nuovo Regno. Nel capoluogo campano Bakunin cambiò la rotta della sua visione politica: la rivoluzione avrebbe potuto realizzarsi soltanto se si fosse liberata dalle briglie corte del nazionalismo. Questa convinzione segnò il suo passaggio dal nazionalismo rivoluzionario all’anarchismo estremo.
Il soggiorno napoletano del russo durò due anni. Nell’agosto 1867 Bakunin ritenne prudente lasciare non soltanto Napoli, ma l’Italia. Da qualche tempo, infatti, si stavano diffondendo voci, peraltro infondate, secondo le quali il russo stava tessendo le trame di moti insurrezionali in tutto il Mezzogiorno. Le drammatiche esperienze di vita vissuta suscitarono in Michail il timore che la calunnia potesse trovare credito presso le autorità italiane con conseguenze pesanti facilmente prevedibili.
L’esule riprese così il suo peregrinare alla ricerca di un ubi consistam per la sua utopia rivoluzionaria. Sul finire del 1867 Bakunin s’era sistemato in Svizzera dove, l’anno dopo, a Ginevra, aveva fondato l’Alleanza internazionale della democrazia socialista e, contemporaneamente, s’era affiliato all’Associazione Internazionale dei Lavoratori, la Prima Internazionale. La sua presenza segnò l’avvio del suo confronto-scontro con Marx al quale l’anarchico contestava, tra l’altro, il progetto della dittatura del proletariato, ritenuta anticipatrice della formazione di una nuova classe di oppressori. In occasione del Congresso dell’Aja del 1872, Marx convinse i compagni tedeschi a far espellere Bakunin dall’Associazione inventandosi l’accusa che l’anarchico russo fosse una spia del Partito Panslavista, dal quale riceveva annualmente venticinque mila franchi. Ma si trattò una vittoria di Pirro: la rottura tra comunisti e anarchici mise in ginocchio la Prima Internazionale, che cessò d’esistere pochi anni dopo.
Bakunin, che era diventato la figura emblematica dell’insurrezionalismo anarchico, si trovò coinvolto nella rivolta di Lione scoppiata nel settembre 1870 in seguito agli eventi della guerra francoprussiana.

Alcuni seguaci di Bakunin, ai quali, più tardi, si aggiunse lo stesso anarchico russo, il 26 settembre affissero un manifesto in cui proclamavano la decadenza dello Stato, della burocrazia e dei tribunali; la sospensione del pagamento delle imposte, delle ipoteche e delle proprietà private; la formazione in tutti i comuni dei comitati di salute analoghi a quelli di Lione; riunione di una convenzione nazionale incaricata di bloccare l’invasione tedesca. Il 28 settembre gli insorti destituirono le autorità locali, ma un’eccessiva esitazione su questioni di metodo decretò il fallimento dell’insurrezione. Soltanto il 18 marzo 1871 l’insurrezione alla Comune di Parigi permise, per un breve periodo, la sperimentazione di idee e pratiche libertarie.
Dal 1871 al 1872, Bakunin si vide impegnato a costituire un organismo rivoluzionario internazionale, il cui atto di nascita fu la Conferenza antiautoritaria tenuta, nel settembre 1872, nella cittadina svizzera di Saint-Imier alla quale parteciparono i delegati del Giura, dell’Italia, degli Stati Uniti e anche alcuni delegati francesi e spagnoli, mentre non si presentarono i tedeschi, gli inglesi, i belgi.
Nel 1874 gli anarchici romagnoli, guidati da Andrea Costa, Enrico Malatesta, Napoleone Papini, Francesco Natta e Carlo Cafiero, misero a punto un piano che avrebbe dovuto far insorgere la città di Bologna, nella speranza di estendere poi la rivolta a tutta l’Italia centrale. Nel capoluogo emiliano era arrivato anche Bakunin.
Tra il 5 e il 6 agosto, la Prefettura, informata dei preparativi da alcuni delatori, intervenne e bloccò sul nascere l’iniziativa degli anarchici molti dei quali furono arrestati e processati. Michail fuggì a Lugano travestito da prete. Trascorse in Svizzera i suoi ultimi anni scrivendo le sue opere principali tra le quali ricordiamo: Dio e lo Stato, La teologia politica di Mazzini e l’Internazionale, Stato e anarchia. Si tratta di saggi decisivi per la storia dell’anarchismo e del movimento operaio e socialista, per cui è stato detto, giustamente, che con Bakunin nacque l’anarchismo come entità specifica rispetto a ogni altra teoria o movimento.
Mentre era in visita da alcuni amici a Berna, Bakunin s’ammalò; ricoverato in ospedale si spense il 1 luglio 1876. Riposa nel cimitero di Bremgarten, alla periferia orientale della città, tra lo scalo merci delle ferrovie e l’inceneritore dei rifiuti, un luogo che si potrebbe giudicare inadatto come estrema dimora di un aristocratico per nascita, ma adeguato per le sue idee. Sulla tomba s’erge una disadorna stele di pietra sulla quale sono scolpiti il nome, l’anno di nascita e quello di morte e un sintetico epitaffio, in francese: “Ricordatevi di chi sacrificò tutto alla libertà del suo paese”.
In occasione del bicentenario della sua nascita ci piace ricordare che l’eredità di Bakunin “massone e anarchico” non andò dispersa con la sua scomparsa, anche se proprio gli anarchici, specie quelli italiani, hanno cercato di misconoscere la sua appartenenza alla Libera Muratoria suggestionati dal parere di Antonio Gramsci sulla Massoneria quale “partito della borghesia” e, in tempi più recenti, dai generici e diffusi pregiudizi antimassonici ibridamente confusi con quelli cattolici, marxisti e fascisti.
Tra gli eredi di Bakunin merita di essere menzionato l’anarchico catalano Francisco Ferrer y Guardia (1859-1909). Massone fin dall’adolescenza, Ferrer fondò sugli ideali liberomuratori di libertà e tolleranza la sua Escuola Moderna, un progetto pedagogico basato sull’educazione razionale e scientifica da impartire senza inculcare idee preconcette né dogmi, dei quali il bambino è ancora privo. Ferrer aveva dato vita, tra l’altro, al giornale anarcosindacalista La huelga general e a l’Ateneu Encicolopèdico Popular, pubblicazioni alle quali collaboravano illustri esponenti del mondo anarchico e massonico, come il geografo Elisee Reclus, lo scrittore Lev Tolstoj, l’antropologo Petr Kropotkin, lo scrittore Anatole France, il filosofo inglese Herbert Spencer e lo zoologo tedesco Ernst Haeckel. L’attività di Ferrer, massone e anarchico, era considerata eversiva dal governo spagnolo guidato dal conservatore Antonio Maura il quale era alla ricerca di un pretesto per farlo tacere, se possibile, per sempre. L’occasione propizia gli venne fornita dalla Semana tragica, l’episodio insurrezionale che si verificò a Barcellona e in altre città della Catalogna tra il 28 luglio e il 2 agosto 1909.
La rivolta scoppiò quando la popolazione di Barcellona si ribellò alla Guardia Civil che aveva il compito di imbarcare i coscritti mandati a combattere per la conquista coloniale della parte settentrionale del Marocco. Francisco Ferrer y Guardia fu catturato e accusato di essere l’ispiratore e il capo della rivolta. Al termine di un processo farsa venne condannato a morte e giustiziato il 13 ottobre 1909. Ma il suo sangue non fu sparso invano.

Infatti, in Catalogna, ventisette anni dopo, Massoneria e Anarchia si trovarono riunite sotto le bandiere repubblicane durante la Guerra Civile spagnola (1936-39) che portò al governo anche gli anarchici. Il Supremo Consiglio del Rito Scozzese Antico e Accettato il 6 luglio 1938 proclamò: “La massoneria spagnola ha formulato dichiarazioni pubbliche chiare e coerenti di adesione al governo della repubblica e al Fronte Popolare”. D’altro canto nessun compromesso sarebbe stato possibile con il dittatore Francisco Franco del quale il biografo Manuel Vazquez Montalban scrisse: “Era capace di grande odio, e questo suo odio fu terribile nei confronti della Massoneria […]”13.

Non è un caso che il simbolo anarchico della “A cerchiata”, la cui diffusione viene in genere attribuita agli anarchici milanesi negli anni Sessanta del secolo scorso, fosse comparso, in realtà, nei primi anni del secolo XX proprio in Spagna come simbolo dell’Asociación Internacional de los Trabajadores, gruppo anarcosindacalista. Fu usato per la prima volta al Consiglio Federale di Spagna e rappresenta chiaramente, inseriti in un cerchio, un compasso, una livella che formano una A e un filo a piombo, una testimonianza visiva dei rapporti tra Massoneria e Anarchismo.
Note alla seconda parte
1. P. Alvarez Lazaro, Libero Pensiero e Massoneria, Roma, 1991.
2. M. Novarini, Tra Squadra e Compasso e Sol dell’avvenire, Università Popolare di Torino Editore, 2013.
3. M. Nettlau, Michael Bakunin: eine Biographie, pubblicato a Londra (1896-1900), reprint Milano 1971.
4. S. Furlani, Una pagina bianca nelle biografie di Bakunin, in Archivio Trimestrale, 1983.
5. Citata da M. Nettlau in Bakunin e l’Internazionale in Italia dal 1864 al 1872, Roma, 1970.
6. Ibidem.
7. M. Nettlau in Bakunin e l’Internazionale in Italia dal 1864 al 1872, Roma, 1970.
8. Ibidem.
9. Ibidem.
10. Ibidem.
11. Ibidem.
12. M. Bakunin, Opere complete, Trieste, 1976-2009.
13. M. Vázquez Montalbán, Io Franco, Milano, 1993.
Letture collegate
Per il contesto bibliografico, leggi la recensione a Tra squadra e compasso e Sol dell’avvenire, già presente sul sito.

