Quando si dovesse spiegare a uno scolaro il valore del termine fratellanza nella lingua italiana, si dovrebbe dire, almeno in forma preliminare e propedeutica, che esso appartiene alla categoria dei nomi astratti.
Tale inquadramento è motivato dalla presenza del suffisso -anza, di pretta derivazione latina (-antia), impiegato nella formazione di numerose unità femminili del nostro lessico. D’altronde, non si fa fatica ad immaginare, pure in assenza di specifiche competenze, che fratellanza possa derivare da fratello tramite suffissazione. Il criterio di categorizzazione e l’assegnazione dell’etichetta che ne consegue, tuttavia, potrebbero causare una sorta di distorsione interpretativa: siamo davvero disposti ad ammettere che fratellanza rappresenti un che di astratto, immateriale e indefinito?
Diversamente: la componente grammaticale è sufficiente a generare nel lettore una visione netta e limpida del legame che s’instaura tra fratelli? L’ignoranza non è forse l’esito di una colpa manifesta e tangibile? E la perseveranza non è forse l’espressione d’un lavoro encomiabile nel perseguimento degli obiettivi? Se le risposte a queste domande strumentali ci paiono ovvie, allora è appena il caso di spostare l’indagine sul piano della semantica, la scienza che studia i significati. Il suffisso -anza, infatti, oltre a costituire il nucleo della classificazione summenzionata, indica uno stato, una qualità e, insieme, il principio di una relazione, una proprietà collettiva o, addirittura, istituzionale. Di conseguenza, fratellanza, in quanto entità relazionale, è ciò per cui l’entità individuale fratello esiste come tale. Non a caso, essa è considerata un valore universale.
La prima attestazione
È altresì significativo che la prima attestazione narrativa della fratellanza, nel racconto biblico di Caino e Abele, si dia sotto il segno della sua negazione. Alla domanda divina “Dov’è tuo fratello?”, Caino risponde sottraendosi alla relazione: “Sono forse io il custode di mio fratello?” (Gen 4,9). In quella risposta si consuma la frattura tra il dato naturale e il principio etico, che non è mai garantito, essendo sempre affidato alla responsabilità dell’uomo. L’aneddoto veterotestamentario fonda la fratellanza come responsabilità morale e, in ciò stesso, la sottrae a ogni forma di astrazione.
In latino classico, non è attestata una forma *fratellantia; pertanto, il sostantivo italiano è da considerarsi formazione romanza o mediolatina. Il termine fratello, invece, continua direttamente il latino *fratĕllus, diminutivo di frātĕr, largamente attestato nel latino classico e arcaico (Ernout & Meillet, 2001) e il cui significato è non solo quello di fratello, ma anche quello di amico e membro dello stesso collegio sacerdotale. Se si consulta il Treccani online, si scopre agevolmente il seguente valore: “Chi è legato ad altri da un vincolo d’affetto, di carità, da comunanza di patria”.

È universalmente noto l’incipit dell’Inno di Mameli (Il canto degli italiani), in cui la fratellanza risorgimentale è collocata in una posizione di assoluto rilievo pragmatico e retorico, ovverosia in apertura dell’inno, con valore vocativo diretto, senza mediazioni sintattiche: “Fratelli d’Italia / l’Italia s’è desta”. I fratelli sono cittadini uguali chiamati a riconoscersi come tali prima ancora di esistere come Stato. Questo codice appartiene a un lessico politico condiviso dalle società segrete dell’epoca (Carboneria, Giovine Italia), dalla retorica insurrezionale, dalla poesia civile e dall’oratoria patriottica e si configura come una parola-programma, non come un semplice appellativo enfatico.
Nel 1847, quando Mameli scrive il Canto degli Italiani, l’Italia è infatti frammentata in Stati sovrani, organizzata secondo rapporti di sudditanza e priva di una cittadinanza nazionale unitaria; in questo contesto, fratelli sostituisce deliberatamente termini come sudditi, popolo (in senso passivo) o fedeli del sovrano. Chiamare gli italiani fratelli significa, da un lato, negare la legittimità politica delle divisioni dinastiche e, dall’altro, affermare un’eguaglianza originaria che precede ogni ordinamento statale.
Il fondamento etico
Su questo fondamento etico e relazionale si rende accessibile l’esito estremo della dichiarazione che segue: “siam pronti alla morte”, formula, questa, che non esprime un generico eroismo retorico, rappresentando la conseguenza inequivocabile di una fratellanza assunta come principio politico assoluto. Nell’Ode manzoniana Marzo 1821, leggendo “O compagni sul letto di morte, / O fratelli su libero suol”, siamo costretti a sospendere almeno per un istante il giudizio e a riconsiderare i nomi di ruolo del nostro dizionario: si muore da compagni o si è liberi da fratelli: tertium non datur. Se non è data una terza possibilità, allora la fratellanza non può essere pensata come un semplice esito emotivo o come un sovrappiù morale: essa deve assumere la forma di una condizione istituita, tale da reggere il peso di una scelta irreversibile; unicamente in questa determinazione semantica può compiersi, per la tradizione massonica il valore del termine fratellanza, che prende forma istituzionale, com’è documentato dalla storiografia più accreditata, nel corso di un processo che si sviluppa tra XVII e XVIII secolo.
Il valore semantico del termine nella cultura massonica

Dalla Massoneria operativa delle confraternite di mestiere si giunge a un’istituzione speculativa, caratterizzata da una profonda rielaborazione simbolica del lessico e delle pratiche (Stevenson, 1988; Jacob, 1991). Di qui, il linguaggio corporativo non viene più dismesso; semmai, si può parlare di trasposizione: termini e formule originariamente legati all’organizzazione del lavoro edilizio vengono progressivamente investiti di un valore morale e spirituale, fino a costituire un vero e proprio sistema simbolico comune.
L’adozione di una certa forma linguistica è storicamente motivata dal fatto che la Massoneria moderna, nella sua configurazione speculativa e normativa, nasce in area britannica, trovando un momento decisivo di codificazione proprio in Inghilterra con la pubblicazione delle Constitutions of the Free-Masons di James Anderson nel 1723. L’uso del termine inglese risponde dunque a una precisa esigenza terminologica.
Dal punto di vista etimologico, brother è l’esito dell’antico inglese brōþor, a propria volta riconducibile, come il latino frāter e il greco φράτηρ (phrátēr), alla radice proto-indoeuropea *bhrā́ter- (Pokorny, 1959), termine primario del lessico di parentela, ampiamente attestato nei principali rami indoeuropei (Mallory & Adams, 2006).
Nella Massoneria speculativa, tuttavia, questa eredità lessicale viene radicalmente rifunzionalizzata: il termine non rinvia più a un dato genealogico o sociale, ma diviene il segno linguistico di una appartenenza simbolica fondata sull’iniziazione. L’uomo, una volta ammesso nella Loggia, viene sottratto alla definizione immediata del ruolo profano e inscritto in una struttura di senso che lo vincola attraverso pratiche rituali e responsabilità formalmente istituite.
Con supremo ottimismo, i massoni considerano sempre la conoscenza come benefica e progressiva. Le logge rifuggono dal bigottismo e dalla superstizione, ma hanno cura di escludere coloro che la letteratura e il rituale massonici descrivono come “i profani” (…) Nel 1779, ad esempio, il vicario del Kent e Massone James Smith, predicando davanti alla propria Loggia, impiegò un linguaggio tratto dalla tradizione newtoniana per illustrare la necessità e la forza della benevolenza: “L’attrazione tiene unito l’universo così come la benevolenza tiene uniti gli uomini”, affermò con sicurezza (Jacob, 1991, p. 56, trad. nostra).
Bibliografia essenziale
Anderson, J. (2018). Le costituzioni dei Liberi muratori 1723 (G. Gamberini, trad.). Bastogi Libri. (Opera originale pubblicata nel 1723).
Ernout, A., & Meillet, A. (2001). Dictionnaire étymologique de la langue latine: Histoire des mots (4e éd., réimpr.). Klincksieck. (Opera originale pubblicata nel 1932).
Jacob, M. C. (1991). Living the Enlightenment: Freemasonry and politics in eighteenth-century Europe. Oxford University Press.
Mallory, J. P., & Adams, D. Q. (2006). The Oxford introduction to Proto-Indo-European and the Proto-Indo-European world. Oxford University Press.
Pokorny, J. (1959). Indogermanisches etymologisches Wörterbuch (Vols. 1–2). Francke.
Stevenson, D. (1988). The origins of Freemasonry: Scotland’s century, 1590–1710. Cambridge University Press.
