Pubblichiamo Il Tempo e lo Spazio, l’editoriale di Paolo Maggi che presenta il numero 7/2026 di Officinae. Una riflessione sul tempo della conoscenza e sul significato dello spazio sacro, accompagnata da un percorso attraverso i contributi della rivista.
di Paolo Maggi
Dedichiamo questo numero di Officinae al Tempo e allo Spazio. E cominciamo ponendoci un quesito che potrà apparirvi alquanto bizzarro: se dovessimo stabilire una gerarchia tra queste due categorie, quale delle due è più importante? Il tempo o lo spazio? Beh, per singolare che possa essere la domanda, gli antichi filosofi non avevano molti dubbi: il tempo è superiore allo spazio.
Sì, perché lo spazio è la categoria mentale dell’esclusione, in cui la tentazione di occupare un territorio a danno di un altro è sempre in agguato. E oggi è tutto un tentare di occupare stretti, strisce, nazioni e regioni. Il tempo, al contrario, è la categoria mentale dell’inclusione, dei percorsi di conoscenza, che devono crescere e maturare, avere il tempo di confrontarsi con la realtà. E spesso devono ricominciare ogni volta, perché, citando Gregorio di Nissa, salire vuol dire andare di inizio in inizio. E questo è uno dei principi fondanti della crescita iniziatica. Il tempo è inclusivo, non esclude mai le idee altrui, ma le accoglie e si confronta con esse. Il tempo dà ordine al caos.
Oggi ci siamo abituati a dare e ricevere risposte veloci, sintetiche, se possibile in frazioni di secondo. Ma Platone diceva che le cose più profonde e importanti si imparano con il tempo, la fatica e il confronto con gli altri. I concetti, egli diceva, vanno fatti cozzare gli uni con gli altri come se fossero pietre focaie, fino a quando arriva a scoccare la giusta scintilla, quella che accende il fuoco della Conoscenza. E nessun algoritmo di IA riuscirà mai a fare la stessa cosa. Internet oggi ci consente di avere a portata di mano l’Informazione. Ma la Sapienza è tutta un’altra cosa. La Sapienza è fatta di ricerca, riflessione, capacità di legare fra di loro le conoscenze razionali con i nodi delle emozioni. Un percorso di sapienza ha bisogno di studio, silenzio, confronto. E tempo.
Ma se questo è vero per lo spazio e il tempo della storia, esistono uno spazio e un tempo che sono totalmente altro, perché escono dalla logica della storia ed entrano in quella del sacro. Di questa logica è depositaria la tradizione iniziatica. La Libera Muratoria, da sempre, svolge i suoi Lavori in un Tempo sospeso. Un tempo che è occasione per guardare al tumulto della storia con quella serenità, quel distacco, quella saggezza che tutti i grandi statisti negli ultimi tre secoli ci hanno riconosciuto, e da cui qualcuno di loro ha voluto prendere esempio. Il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron, nel suo discorso in occasione dei 250 anni del Grand Orient de France, ha voluto rendercene pubblicamente atto, considerando il nostro rapporto col tempo un prezioso lascito per l’intera società. E non dovremo mai dimenticare il suo invito rivolto a tutti i Liberi Muratori a “rimanere intempestivi”. E parleremo anche di uno spazio diverso dagli altri.
Apre questo numero della Rivista il Gran Maestro Luciano Romoli con la sua rubrica Dell’inizio. Non siamo più abituati ad osservare la profondità di quello che ci circonda, che va oltre il visibile. Lo spazio sacro spinge il nostro sguardo verso l’alto, nel tentativo di cogliere un frammento dell’universale da cui proveniamo. E lo spazio sacro si intreccia con la dimensione verticale del tempo: il kairos della civiltà greca, tempo non misurabile con il cronometro, ma con il movimento dello spirito. La Libera Muratoria abita lo spazio sacro senza agitare dogmatismi, senza pretendere di possedere verità assolute. Sì, perché spazio sacro è anche universalismo, pluralismo, dialogo. È questo lo spazio sacro che dobbiamo valorizzare, un luogo in cui non ci sono posizioni pregiudiziali e precostituite, un luogo abitato dal pensiero critico e dalla voglia di confrontarsi sulle domande che da sempre sollecitano la coscienza dell’uomo.
Nella rubrica Primo Piano Massimiliano Cannata intervista Andrea Granelli, esperto di innovazione e leadership, già Presidente dell’Archivio Olivetti e CEO di Tin.it. Granelli sostiene che L’Europa debba recuperare i suoi millenari fondamenti culturali e valoriali. Nell’intervista si discute di come custodire gli spazi sacri nell’epoca digitale, ma si ricorda anche che nell’antichità lo spazio sacro era anche luogo dei sacrifici, delle vittime immolate. I riti sacrificali di oggi sono, purtroppo, il sacrificio dell’intelligenza, e della capacità di esercitare un pensiero autonomo. Va invece recuperata la saggezza profonda di miti come quello del centauro, per metà cavallo e per metà uomo: gestire la natura animalesca della tecnologia generando un’alleanza virtuosa con l’essere umano, ma con la precisa coscienza dei propri limiti. Si deve tornare alla cultura del Pantheon, luogo sacro, abitato dagli dei di tutte le religioni, simbolo di tolleranza e di rara intelligenza politica. La sapienza mediterranea è il punto da cui ripartire: fatta di intelligenza laterale, intuitiva, incarnata dalla dea Atena, con il suo simbolo, la civetta, capace di vedere le cose prima che accadano.
Chi vi scrive propone una riflessione sullo spazio sacro. Lo spazio non è omogeneo. Esistono degli strappi nella tela, interruzioni, aree in cui lo spazio è qualitativamente differente. E chi possiede la percezione che, attorno a sé e dentro di sé, esiste un oltre, una dimensione che sfugge ad ogni categoria razionale, riesce a percepire che esistono degli spazi che fanno parte di un universo del totalmente altro. In ogni cultura, vi è un luogo sacro per eccellenza, un punto di connessione verticale tra il cielo, la terra e gli inferi. I grandi architetti dell’antichità sapevano dar forma a luoghi capaci di produrre potenti esperienze del sacro, come le cattedrali gotiche, perché come esse dalla profondità delle loro cripte sotterranee si ergono nella luce fino a slanciarsi verso il cielo, così il nostro io, dalle imperscrutabili ombre del nostro inconscio, si protende verso il divino.
Luna Sicolo ci ricorda come l’uomo, dai tempi più remoti, sia stato interrogato dall’immensità dell’universo che si estendeva su di lui. Le sue misteriose armonie lo hanno spinto a studiare, a misurare e a confrontare. Ha costruito calendari, meridiane e strumenti di precisione. Ma il mistero continua a custodire una profondità che nessun calcolo riesce ad esaurire. Perché lo spazio e il tempo superano la loro dimensione puramente fisica. Essi rappresentano le forme attraverso cui la nostra coscienza entra in relazione con il mondo e riscopre la propria origine. L’uomo, da sempre, ha misurato l’infinito ma, forse, è sempre stato l’infinito a misurare lui.
Quasi perduta nel monotono piano lombardo si staglia la Certosa di Pavia, il monastero più imponente del nostro Paese per vastità e ricchezza di tesori d’arte, a cui Giovanni Mantovani è legato da un rapporto personale e intimo che, nel suo articolo, condivide con noi. La Certosa è uno dei più suggestivi esempi di spazio sacro, di non luogo che ci offre preziose occasioni di riflessione sul tempo, sul valore del silenzio, sull’armonia e sulla ricerca del sacro.
Paolo Riccio ci parla di luoghi che segnano tappe ineludibili della nostra crescita: l’utero materno, il nucleo familiare e, successivamente, tutti gli altri ambienti in cui veniamo protetti, riconosciuti e accolti, e in cui sviluppiamo la nostra identità. Sono nidi di cui lo sviluppo del pensiero ha bisogno: scuole, comunità, ambienti di studio e lavoro. La Loggia è un nido in cui l’iniziato acquisisce gli strumenti simbolici per intraprendere la propria ricerca interiore. Ma il nido non è mai per sempre. Ha in sé il seme del distacco, la spinta a uscire e continuare il cammino. Senza il distacco la crescita si arresterebbe e il nido diventerebbe una prigione. Forse la vita stessa non è altro che un grande nido, che ci prepara alla salita di una scala. Verso un’altra dimensione.
Esistono strumenti che non si limitano a misurare il tempo, ma fanno diventare chi li usa parte integrante di essi. Come la meridiana analemmatica, di cui ci parla Augusto Rossi: un orologio solare dove l’ombra è proiettata dal corpo umano. L’invenzione di Jean-Sylvain Bailly ci ricorda che il tempo non è qualcosa che scorre indipendentemente da noi. Siamo noi a dargli una direzione e un significato.
Giulio Curcio Terremoto, nel suo articolo, affronta un argomento sempre molto delicato, ma profondamente legato al tema di questo numero: la morte, che è percepita come la fine del tempo dato a disposizione di ogni individuo. Ma per la cultura iniziatica la morte ha da sempre assunto il significato di un passaggio, di una soglia che separa due stati dell’essere. Questa visione, dice l’Autore, non elimina il dolore della perdita, ma lo orienta, non offre risposte definitive, ma conferisce consapevolezza. La Massoneria insegna anche che nessun uomo deve essere lasciato solo nel momento del passaggio. Dove c’è sofferenza, deve esserci presenza. Altro elemento centrale della tradizione iniziatica è il valore della memoria. La morte sottrae alla vista, non al ricordo. La morte non spezza, trasforma il legame tra gli uomini.
Andrea Fiorina ci fa osservare come i rosoni creino una separazione spaziale tra uno spazio interno, finito, e uno esterno, infinito. Anche questi sono spazi qualitativamente diversi e, perciò, hanno la capacità di evocare sentimenti ed emozioni in chi è in grado di vederli con gli occhi del cuore. La geometria sacra dei rosoni ha radici antichissime: nella preistoria spesso simboleggiavano il sole. Erano presenti nell’architettura egiziana, romana, araba. In Europa troviamo i rosoni nell’architettura di ogni epoca storica. L’Autore, nel suo articolo, ci guida alla scoperta della loro complessa e affascinante simbologia.
Nella sua rubrica l’Officina della parola, Francesco Mercadante analizza il termine Apprendista. “Da quanto tempo sei Apprendista?” È una domanda apparentemente innocua ma che, in realtà, nasconde un errore linguistico e concettuale. La condizione dell’Apprendista non è misurabile secondo criteri del tempo cronologico. Il tempo dell’Apprendista non è il chrónos, tempo misurabile, lineare e omogeneo del calendario e dell’orologio. È il kairós, tempo opportuno e irripetibile, il momento in cui qualcosa può e deve accadere. Confondere kairós e chrónos significa ridurre l’esperienza iniziatica a una sequenza esteriore di durata. Il verbo apprendere significa non solo afferrare in senso fisico, ma anche cogliere con la mente, intuire.
Il volo ci riporta fatalmente allo spazio. Silvana Pintore esplora questa dimensione attraverso Il gabbiano Jonathan Livingston, il capolavoro di Richard Bach. Il gabbiano Jon è il simbolo della ricerca della libertà e della perfezione interiore, contrapposto al gregge amorfo, mediocre e oppressivo. E poi c’è l’incontro con due gabbiani “candidi come la luna” simbolo della trasmutazione dell’essere. La conoscenza di sé stessi e dei propri limiti per poterli superare, la scoperta della bellezza, nascono dall’accettazione dell’incertezza interiore. “Occorre avere ancora un caos dentro di sé per partorire una stella danzante”.
Parlare di Tempo significa esplorare la storia, soprattutto la nostra storia, ed averne consapevolezza. Chi vi parla, nella sua Intervista impossibile con Giuseppe Mazzini, discute con lui di una questione storica assai dibattuta: la sua ipotizzata appartenenza alla Massoneria, ma anche dei suoi rapporti con le Istituzioni massoniche dell’epoca e delle sue idee sul loro ruolo nella storia dell’Unità d’Italia.
Maurizio Murano ci illustra una delle pagine più affascinanti della storia della Massoneria italiana: qualche anno fa sono stati ritrovati cinque fogli scritti a penna e dai margini bruciacchiati. Erano gli Annali della Massoneria del 1845, che ricordavano la fondazione della Loggia di Girifalco nell’anno 1723, sotto la direzione del Duca Caracciolo. È sorprendente che solo sei anni dopo la nascita della Massoneria moderna, avvenuta il 21 giugno 1717, in un allora sperduto paesino della Calabria sia probabilmente sorta la prima Loggia massonica italiana. La risposta, suggerisce l’Autore, potrebbe trovarsi nel profilo dei suoi fondatori: un nobile coraggioso e anticonformista e una borghesia illuminata, che pagarono a prezzo altissimo il loro amore per la libertà di pensiero.
Segue la seconda parte dello studio di Anna Checcoli su istruzione e Massoneria dal periodo preunitario ai primi anni del XX secolo. L’Autrice ci descrive la fattiva azione delle Logge, con il sostentamento economico degli insegnanti e degli alunni, con l’acquisto di libri e inchiostro, con l’apertura di biblioteche. Le Logge romane fondarono un educatorio in ogni quartiere. Furono create Società dedicate all’istruzione popolare gratuita, ad insegnamenti serali per lavoratori, e una Università popolare. Ernesto Nathan stesso agirà incessantemente al fine di aumentare la presenza sul territorio delle scuole, di migliorarne la qualità, e il livello dei docenti.
Cosa è più importante per un sistema associativo, la stabilità di gestione o la rappresentanza di ogni componente, anche le minori? Sono preferibili il mandato lungo e la rieleggibilità, o il mandato breve e la presenza nutrita delle minoranze? Valerio Perna discute di questo dilemma nella storia recente della Gran Loggia d’Italia. Il mandato a vita di Giovanni Ghinazzi contribuì a far uscire l’Obbedienza dalle incertezze del secondo dopoguerra. Negli anni successivi si ritenne opportuno invertire la tendenza per assicurare una maggiore rappresentanza varando un sistema che prevedeva l’elezione delle massime cariche dell’Obbedienza con un mandato di tre anni rinnovabile una sola volta, mantenendo riunite in una sola persona le cariche di Sovrano Gran Commendatore e di Gran Maestro. Le lotte intestine, le scissioni, la fondazione di nuove Obbedienze che hanno caratterizzato l’Istituzione dal 1986 in poi, oltre agli eventi succedutisi dal 2020 ad oggi, con la pandemia, le guerre e le continue crisi economiche, hanno sollevato nuovamente il dibattito facendo pendere l’ago della bilancia verso la stabilità. Così sono state approvate la separazione della figura di Sovrano Gran Commendatore da quella di Gran Maestro, l’elezione a vita del Sovrano Gran Commendatore e il passaggio da tre a cinque anni del mandato del Gran Maestro, senza limiti di rielezione. Niente astruse dietrologie, suggerisce Perna, ma solo la necessità di adattarsi pragmaticamente ai cambiamenti della storia e della società.
Tolkien, intellettuale di solida formazione cattolica, certamente non fu Massone, ma l’immaginario fantastico dei suoi libri e la Tradizione libero muratoria condividono una medesima logica simbolica che Lele Atico, nel suo articolo, esplora. Questo parallelismo non deve stupire perché la coscienza simbolica, non è proprietà privata di nessuno. Molte sono le analogie che, in effetti possiamo trovare, dall’ idea di un Principio ordinante che genera il cosmo, al lavoro visto come partecipazione a un ordine superiore, passando per la netta distinzione tra chi cerca la Conoscenza ai fini di una trasformazione interiore e chi cerca di convertire il sapere in dominio. Le porte, le torri, le parole di passo, i percorsi iniziatici, la fraternità, costituiscono una geografia che presenta molte analogie con la cultura libero muratoria. Inutile impegnarsi in una caccia ossessiva ai simboli nascosti: i simboli sono disposizioni dell’anima. Quale che ne sia la fonte.
Silvana Bartoli si inserisce con il suo provocatorio articolo ricordandoci che la storia è anche contemporaneità. E quello che accade oggi non può essere mai ignorato. Con un linguaggio diretto e crudo l’Autrice ci parla della violenza sulle donne partendo dalla loro tragica condizione in Iran. “Posso scriverlo – ci dice Silvana Bartoli- perché “Officinae” non è pubblicato in Iran o in … c’è solo l’imbarazzo della scelta tra i luoghi del pianeta che continuano a essere regni del patriarcato”. È vero, Officinae è anche questo: pagine di libertà di pensiero.
Massimiliano Cannata, nella sua rubrica, Officinae di … letture, ci propone due libri. Nel primo, Reinventare la cittadinanza, Anna Lazzarini pedagogista dell’Università di Bergamo, esamina i profondi cambiamenti che ha avuto l’istituto giuridico della cittadinanza. Lo stato-nazione è ormai in disgregazione. Nell’odierno disordine di uno spazio globale asimmetrico, la cittadinanza non può essere uno status, un vessillo da agitare, un noi contrapposto a un loro, ma la certificazione di un divenire. Oggi la cittadinanza deve tenere conto della “sfida del movimento”: persone, beni materiali, capitali e culture sono ormai in continuo movimento. La cittadinanza va intesa oggi come costruzione di un patto libero e democratico, non come un recinto legato all’appartenenza a un territorio. Il secondo è I colori sulla pelle nella pittura e nella vita quotidiana, di Massimo Papi, dermatologo, chirurgo e pittore. La pelle è una interfaccia di comunicazione, un collegamento tra noi e il mondo, che va capita, osservata, studiata, e soprattutto rispettata. Attraverso la pelle sentiamo e vediamo. Il tatto viene prima della vista e della parola. È la prima e l’ultima lingua. E racconta sempre la verità.
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Questo editoriale è pubblicato nel numero 7/2026 di Officinae, la rivista della Gran Loggia d’Italia degli A.L.A.M. Il numero completo è disponibile online in ebook sfogliabile e in PDF.
