Tutto ebbe inizio un lontano venerdì di un mese di dicembre ricco di neve. Correva l’anno 1945.
La guerra era terminata da poco. Si era in piena ricostruzione di un Paese distrutto e lacerato. In questo generale spirito creativo, pochi uomini, consapevoli dell’importanza della loro iniziativa, si unirono per rialzare le colonne di un Tempio distrutto dalla ferocia degli eventi e, ancor prima, dalla dittatura fascista.
Da quel lontano giorno fino a oggi, idealmente domenica 28 dicembre dell’anno corrente 2025, molta acqua è scorsa sotto i ponti. Esattamente un arco di tempo della durata di ottant’anni precisi: continuo, ininterrotto, perché quella ri-edificazione, innervata nella roccia, in tutto questo tempo trascorso fra sera e mattino, è rimasta salda e sempre viva. Come lo è tuttora.

La nostra storia
Oggetto di questa riflessione sarà la storia della Loggia: una storia che non si rifà ad alcuna origine mitica né ad alcuna autorità, ma solo allo sforzo costante di Fratelli lungimiranti che, giorno dopo giorno, hanno costruito un autentico miracolo, perché una Loggia, proprio come l’uomo, non si costruisce in un giorno, ma si fa e si edifica giorno per giorno. Una storia di discendenza che come ogni storia non menziona gli artefici per l’impossibilità di ricordarli tutti e la giustizia impone di aggiungere che tutti – nessuno escluso – hanno contribuito alla crescita.
Anche se poi, più che difficilissimo, è perfino impensabile e impossibile non rammemorare Giovanni Ghinazzi, che ha ri-creato la nostra Obbedienza; Franco Massimo, luce immensa per tutti, non solo di dottrina; La Sorella Maria Luisa Lucchi, per tutti «Sisa», per la sua parola profonda e sempre affettuosa… ma anche tutti gli altri… sempre in Tornata!
Chi erano i nostri Maestri? Al mio ricordo, erano uomini buoni. Semplici. Dotati di ardente passione per lo studio, accaniti, puntigliosi nelle loro complesse ricerche, compiute con penosa fatica sotto il sole e soprattutto sotto la luna, dominati dall’assillo di interrogare il mistero dell’umano, del senso della vita e della insoddisfazione che non si placa mai.
Dotati di una raffinata sensibilità verso il simbolo, erano addivenuti in possesso di verità profonde, che hanno condiviso con i propri discepoli con assoluta generosità, con parole semplici e coinvolgenti, ma dotte nello stesso tempo. Parole che rendevano palese il sapore del sapere perché Maestro non è chi pronuncia parole, ma solo chi è capace di trasmettere anche il gusto di quel sapere che era racchiuso in quelle parole. Figure nobili. Indimenticabili, perché riuscivano con umanità e dolce precisione ad accendere la fiamma dell’entusiasmo nei propri discepoli, indirizzati sempre verso la sapienza che non è qualcosa che sta davanti per essere contemplata, ma un fine da perseguire, una condizione attiva radicata nel vivere stesso. Non testimonianza, né raffinatezza intellettuale, ma espressione del pensiero che tenta di dare un ordine e un senso all’irrompere dell’improvviso, alla ingovernabilità della vita.
Sapevano appassionare i loro compagni di viaggio, a metterli in cammino. Sapevano accendere nei discepoli il desiderio di essere, a loro volta, costruttori di sé stessi e della Loggia. Il desiderio della emulazione, di essere cioè come loro, si respirava nell’aria. Per questo, ancora oggi, ricordiamo i loro gesti, le loro voci pacate che insegnavano la gioia della ricerca. Era nato il volere degli allievi di contrastare il tempo e lo sparire di tutte le cose nella insignificanza.
Ricchi di commovente senso di paternità quando gli allievi andavano fieri delle loro conquiste, erano caratterizzati dal loro grande impegno verso la posterità, sostenuti, com’erano, dalla consapevolezza che gli allievi di oggi sarebbero diventati Maestri di domani.
L’insegnamento dei maestri

Li abbiamo amati assieme alle passate stagioni. Li abbiamo amati perché, nel loro faticoso lavoro di uomini, si avvertiva che, a loro volta, amavano il sapere che predicavano. Li abbiamo amati per l’unità di vita, di studio, di sapere e di interrogazione continua. Nei loro insegnamenti c’era infatti anche la testimonianza della loro vita. Pur senza parlare dei sé.
Chi, come me, ha avuto la fortuna – e il privilegio – di frequentarli quasi giornalmente li ricorda tutti come fieri testimoni di quelle verità che rendono l’uomo sempre più umano, oltre che con una non piccola dose di malinconia. Senza tuttavia trasformarli in esseri ineguagliabili perché erano uomini sulla via esattamente come lo siamo noi. Quel mondo, così ricco di iniziative e fervido di fede, non va, pertanto, mitizzato, ma soltanto esplorato e approfondito per cogliere puntualmente gli insegnamenti che ci hanno lasciato.
I valori
Quali, dunque, sono questi insegnamenti? Proviamo a elencarli, senza, peraltro, avere la pretesa di essere esaustivi.
Questi tenaci ricercatori della verità ci hanno insegnato che, con un solo conio, si forgiano migliaia di monete. Tutte uguali. Che ogni essere umano – uomo o donna che sia – è invece contrassegnato dal sigillo di Adamo. Da qui la sua unicità. La sua preziosità. La sua preminenza rispetto al gruppo. In sintesi, la sua centralità. Irripetibile e insostituibile. Anche se parte di un tutto. Come ha scritto il poeta inglese John Donne, nessun uomo è, infatti, un’isola.
Che non è sufficiente, però, essere uomini per esistere come uomini perché la disumanità è una possibilità umana. Da qui l’insegnamento che l’uomo non è altro che una possibilità, un essere dolorosamente e nello stesso tempo gioiosamente indeterminato, perché, a differenza degli animali, non è predeterminato da un codice normativo. Per questo motivo è libero, perché, quando nasce ignora che cosa debba fare nel mondo.
Assillati dal desiderio di capire il mistero dell’uomo hanno affrontato il problema con energia spirituale senza mai avvilirsi di fronte alla constatazione della irraggiungibile soluzione. Ci hanno pertanto insegnato che la cifra dell’essere umano è il limite e che proprio questo limite è ciò che ci fa essere umani, ma nello stesso tempo, con lungimiranza, hanno individuato nella trascendenza la via per superarlo. La trascendenza, infatti, altro non è che l’atto che segna lo staccarsi dalla realtà; la capacità di allontanarsi dalla terra per guardarla da una distanza siderale; il trascendimento della vita in un valore, in un diverso significato.
Di riflesso ci hanno educato alla laicità che non è caotica assenza di leggi, né permissivismo, ma soltanto inquietudine intellettuale, amore per più domande nuove e meno risposte vecchie, spazio sacro del confronto reciprocamente rispettoso.
Ci hanno insegnato ancora a non discostarci mai dalla Tradizione che non è sciocca ripetizione del passato, né ostacolo al progresso, quanto, invece, suo saldo fondamento, in una visione della tradizione storicizzata che la fa rivivere nuova. Oltreché utile ausilio perché assidersi sulle spalle di giganti garantisce uno sguardo più lontano.
Ci hanno educato alla libertà, non come diritto, ma come dovere. Da qui l’obbligo di discutere di tutto e con tutti, Maestro compreso. Con rispetto, senza mai essere sfrontati, ma in piena libertà e, dunque, senza paura. Soprattutto senza riverire.
Profeti di una società sempre più multiculturale e sempre più multireligiosa ci hanno educato alla tolleranza. E non perché tutte le opinioni sono ugualmente legittime. Quanto invece perché si deve riconoscere a tutti l’eguale diritto di vivere secondo i propri costumi e i propri convincimenti. Senza sopraffare mai nessuno.
Ci è stato imposto di avere fame di letture e di moltiplicare i contatti con altre culture, autentici pozzi preziosi ai quali attingere per arricchire la universalità che deve caratterizzarci.
Con fermezza, ci è stato imposto di leggere le parole del Rituale fino a farle diventare familiari. Di non stancarsi mai di ricominciare da capo ogni volta per essere in grado di cogliere le sottili sfumature semantiche del testo.
Di pensare sempre con onestà intellettuale, distinta e lineare, senza compromettere mai l’autonomia di pensiero. Di non avere rivalità intellettuali. A non competere perché non si vince con la forza, ma con la parola che persuade.
Nel confronto, di porsi sempre in termini propositivi, perché il dialogo non ha lo scopo di sopraffare l’interlocutore, ma il fine – ben più nobile! – di contribuire alla comune ricerca della verità, sia pure soltanto nella misura consentita all’uomo. Donde il divieto di contraddire, ma solo di contrapporre idea a idea, facendo valere solo la vis argomentativa, senza attribuire, invece, alcun peso all’argomento “di autorità”. La tornata di Loggia più proficua rimane così quella dalla quale si esce con un’idea del tema trattato radicalmente opposta a quella con cui si è entrati.
Di avere sempre un comportamento irreprensibile, perché i valori non esistono nell’astrazione del pensiero, ma solo nella testimonianza dell’esistenza.
Conoscenza e creatività
In questa rassegna, colpevole di eccessiva sintesi, si impone di ricordare altresì l’obbligo che ci è stato trasmesso di essere generosamente creativi. Da qui la vocazione alla maternità, realizzata con numerose gemmazioni che hanno finito per attribuire alla “nostra Loggia” il patronimico di MADRE: un attributo del quale siamo fieri. Anche se molto pesante da portare perché, essere “madri”, comporta doveri non facili da assolvere.
In estrema sintesi. I nostri indimenticati Maestri ci hanno trasmesso la passione per la vita, nonostante il dolore e il nulla della sua insensatezza. Ci hanno insegnato che la vita va costruita. Per questo ci hanno tramandato un modello comportamentale prezioso, non solo a chi, come noi, ha il desiderio e il conseguente arduo compito di voler dare un senso alla propria vita e a quella degli altri.
Le loro parole, per essere le nostre stesse identiche parole, non sono più antiche. Sono parole nuove. Parole nostre. Così i loro gesti, i loro comportamenti, perché gli uni e gli altri sono i nostri stessi gesti e i nostri stessi identici comportamenti. Tutto si fonde così in una unità che non diventa, però, esclusiva appropriazione.
Nulla è, infatti, di nostra proprietà, perché parole, gesti e comportamenti sono proiettati nel futuro a beneficio di chi avrà l’avventura di succederci. Così il circolo virtuoso si chiude. Lo sguardo, dal passato, è volto così al futuro in una ininterrotta continuità che sicuramente durerà ancora per multos annos.
Questa proiezione futura – ossia la consapevolezza antica che i discepoli di oggi saranno i Maestri di domani – ci grava, così, di una immensa responsabilità, la stessa dei nostri antichi e amati Maestri, che comporta un severo, indefesso, diuturno impegno, alto e complesso. Di essere, innanzitutto, capaci di onorarlo. In secondo luogo, di essere in grado di trasmettere l’essenza autentica della Tradizione iniziatica.
Tutto ebbe inizio in quell’ormai lontanissimo venerdì dell’A.D. 1945, tuttavia non lontanissimo perché quell’evento, non solo idealmente, è ancora qui. Proprio di fronte a noi. Attuale più che mai, perché, con la forza della creatività, coltivata come un fiore, continua a tenerci uniti nella uguaglianza, perché tutti figli dell’unico cielo e nella fratellanza intesa come un legame, dolce e forte, che rende uomini liberi e sempre più autentici, tanto noi, quanto tutti coloro che ci seguiranno sulla stessa via.
Da ultimo, con autentico sentire, il nostro GRAZIE riconoscente a Chi, in continua Tornata, persiste a vegliare sulla vita della Loggia Madre, entrata nella storia!

