A colloquio con Andrea Granelli
In un’Europa disorientata e stremata dai conflitti che dall’Ucraina al Medio Oriente stanno sconvolgendo gli equilibri geopolitici, Andrea Granelli, esperto di innovazione e leadership già Presidente dell’Archivio Olivetti, CEO di Tin.it, con Elena Granata, professoressa di urbanistica del Politecnico di Milano, avanzano una proposta controcorrente (cfr. Elena Granata, Andrea Granelli, Anima Mediterranea, Luca Sossella editore n.d.r.): l’Europa non può “tornare ad essere fortezza”, pronta a respingere ad escludere, piuttosto deve attivare un percorso di recupero dei suoi fondamenti culturali e valoriali, che hanno avuto la loro culla nella storia millenaria della civiltà Mediterranea.
Ne abbiamo parlato con Andrea Granelli.
Schiacciati sul presente abbiamo perso la memoria e il senso stesso delle radici. Questo numero di Officinae è dedicato allo “spazio sacro”, dimensione spirituale che sembra affievolirsi. Il vostro elogio dell’anima mediterranea vuole cercare di colmare questo sentimento della perdita, ridando profondità ai valori di cui è portatrice la cultura classica. Nell’orizzonte del digitale ha ancora senso parlare di spazio sacro, o il virtuale ha finito con l’assorbire riti e linguaggi sacrali?
Credo che anche nella dimensione digitale si possano mantenere degli spazi sacri. La sacralità è connaturata all’essere uomo, il sacro è un luogo che marca una diversità rispetto al mondo ordinario perché ci collega con “altro” da noi.
Sta accadendo che la trascendenza, nell’essere digitale, è sperimentata attraverso l’IA, collocata sopra di noi, agogniamo di consultarla.
Il prompting (la tecnica usata per scrivere istruzioni, domande o comandi da dare a un modello di intelligenza artificiale generativa per ottenere risposte precise e utili, n.d.r) è lo spazio con cui interagiamo con l’IA come se fosse uno spazio sacro, in grado di dirci cosa dobbiamo fare, che cosa è più giusto e utile per noi. Per questa ragione le persone formulano alla macchina qualsiasi domanda sul presente e sul futuro, senza il filtro di un’analisi razionale.
Ma ricordiamoci un altro importante aspetto: sacer nell’antichità definiva lo spazio sacro come luogo dei sacrifici, delle vittime immolate al Dio.
Vittime che oggi venerano lo schermo, incollati ai video, assumendo una postura innaturale, di chi non osserva più il mondo che lo circonda per esplorarlo. Allarmante non crede?
Vediamo una quantità enorme di utenti che di fatto compiono dei riti sacrificali, sacrificano la loro intelligenza, la loro capacità di avere ed esercitare un pensiero autonomo per consegnarsi a una sorta di divinità della crescita dello sviluppo, che li possa far sentire più performanti e al passo con i tempi.
Se guardiamo poi al meccanismo con cui i prompt (input di testo dato a un computer o a un’intelligenza artificiale per ottenere una risposta o un’azione n.d.r) dell’IA interagiscono con noi possiamo notare che persino il linguaggio ha assunto un tono oracolare.
Le intelligenze generative ricevono delle domande, magari sgrammaticate da parte degli utenti e rispondono in maniera criptica, richiedendo un’interpretazione magica. Sta a noi cercare la verità, nascosta dentro frasi apparentemente sconnesse, consegnate ai motori di ricerca, e molto più spesso ai sistemi dell’IA

Le risposte dell’IA: nuovo oracolo di Delfi
La dimensione ascetica vacilla, la maturazione della consapevolezza e la crescita spirituale non sono più un obiettivo da perseguire?
Per non interrompere il cammino della crescita spirituale che ogni uomo dovrebbe perseguire occorre utilizzare correttamente la tecnica, riportandola a quello che è: uno strumento e non un fine, non un fine in sé.
Le big tech hanno altre finalità, spinte dal mercato e dalla competizione globale, non si preoccupano che l’uso della tecnica possa essere dannoso.
Si tratta di sviluppare quella che Kasparov, campione di scacchi, quando venne battuto dal super computer IBM Deep Blue chiamò intelligenza centaurica per definire il modo con cui l’intelligenza meccanica interagisce con quella dell’uomo.
I centauri come è noto erano delle strane creature, per metà cavalli per metà uomini, mangiavano carne cruda, come dicevano i greci per sottolineare la loro non umanità. Chirone faceva eccezione, figura straordinaria, figlio di Crono e Filira era un grande educatore, lo era stato di Achille diventando un esempio da imitare.
Kasparov aveva in mente questa figura mitologica, perché capace di gestire la natura animalesca, nel caso nostro la dimensione tecnologica in maniera positiva, generando un’alleanza virtuosa con l’essere umano. Questa si può avere quando si ha coscienza del limite.
La fratellanza come valore sociale, organizzativo, culturale
Le grandi religioni hanno creato e venerato luoghi di culto. Oggi edificare una moschea diventa scontro ideologico, tendiamo a etichettare ogni cosa senza mai dare un nome, senza cogliere l’essenza dei gesti e delle iniziative che mettiamo in campo. Siamo diventati uomini a una dimensione?
Stiamo andando verso un mondo polarizzato. Quando c’è paura, fragilità, si polarizzano tutti gli atteggiamenti. “O con me o contro di me” è una classica fallacia retorica che alimenta false polarizzazioni.
Potremmo paradossalmente affermare che non è tanto la battaglia per edificare una moschea che interessa in questa fase, quanto quella per la realizzazione di un data center.
Questo dimostra che la gente si sta rendendo conto che la presenza del digitale, anche nella sua dimensione fisica, comporta delle conseguenze. Sono edifici giganteschi che ribadiscono una presenza inquietante del grande fratello, consumando moltissime risorse naturali, energia, acqua e terre rare.
Per tornare al tema centrale della nostra discussione: creare un data center rischia di togliere a quel luogo ogni sacralità, la potenza tecnologica dal punto di vista negoziale per le risorse pregiate che assorbe, supera ogni altro apparato culturale e simbolico.
La fratellanza, termine centrale nella cultura della Libera Muratoria, è presente nel saggio. La cosa interessante è il suo valore economico, sociale e persino che va oltre la filantropia. Una lettura non certo scontata, non crede?
La fratellanza è un valore superiore, perché si fonda sul rispetto per l’altro, crea coesione sociale, crea comunità, quindi favorisce anche il business. Senza fratellanza non ci può essere coesione sociale, le istituzioni, ma anche le imprese collasserebbero, avremmo la guerra di tutti contro tutti, determinata dal prevalere del “particulare”, spesso sanciti da piccoli gruppi, come ci ha insegnato Guicciardini.
Il sovranismo e la paura fanno da motore di questa chiusura, esasperata dalla paura del diverso, che ci porta a ribadire i nostri valori, ad agitarli come vessillo in conflitto con altre realtà politiche e geografiche, che sono portatrici, non scordiamolo, anch’esse di culture e tradizioni.
Rimanendo nell’orizzonte mediterraneo, da cui prende le mosse il nostro studio, credo che dovremmo ritrovare il coraggio dei romani, che progettarono e crearono il Pantheon, luogo sacro, abitato dagli dei di tutte le religioni. Di fronte a un simbolo di tolleranza e di rara intelligenza politica, ci farebbe bene riflettere a lungo.
Peccato che siamo lontani da quella visione, è proprio la diversità che oggi ci fa più paura. L’uomo tecnologico, immerso in quell’eterno presente cui facevamo prima riferimento, è pronto a recepire un messaggio così profondo e articolato?
Credo che la tendenza a dimenticare il passato abbia delle radici molto complesse: politiche, psicologiche, teologiche, che non possiamo affrontare in questa sede.
Basti richiamare una riflessione potente di André Gide, che nel suo Trattato di Narciso scriveva: “Tutto è stato già detto, ma poiché nessuno ascolta bisogna ricominciare”.
La similitudine ci fa capire che i fattori umani non si possono fotocopiare, l’identità non deve essere vissuta e praticata come se fosse uno scudo che respinge, perché nella contaminazione con l’altro genera creatività, si rafforza accettando la sospensione come apertura alla ricerca e all’imprevedibile.
Il tema è stato affrontato ampiamente da Freud che aveva messo in luce come la similitudine può generare quello che chiamava narcisismo delle piccole differenze. Una sorta di ipersensibilità ai dettagli, alla differenziazione, tutti elementi che devono tradursi in ricchezza, non in motivi di conflitto.
Santuario del passato e laboratorio del presente, quale sarà il destino di questa immensa “pianura liquida”, definizione del Mediterraneo del grande archeologo e primo Sovrintendente del mare Sebastiano Tusa, di fronte al nuovo grande esodo dell’età contemporanea?
Stiamo andando verso nuovi equilibri, molto difficili da prevedere.
Ricordiamoci che l’acqua, elemento principe richiamato nella sua domanda è per sua natura generativa, ci dà la vita, ci nutre, ci protegge. Dà gusto alla nostra esistenza pensiamo alle saline, ci trasporta, ci connette, ci purifica.
È un pharmakon, nella duplice accezione greca di farmaco e veleno, senza acqua non c’è la vita, troppa acqua crea la morte. Un’entità insomma straordinariamente sfaccettata e potente, considerata una divinità in molte culture antiche, che richiede rispetto e competenza.
Stiamo parlando di cose molto diverse dal negazionismo con cui siamo portati a sottovalutare i disastri del clima e i gravi scompensi metereologici che abbiamo causato con la nostra ignoranza.
I valori della civiltà classica in una società senza memoria
Valori, usi, costumi, buone pratiche, la civiltà classica ci ha trasmesso un grande patrimonio. Possibile che non appaia più traccia di tutto questo?

La sapienza è il punto chiave da cui ripartire, perché pesa più della conoscenza codificabile in chiave algoritmica.
La sapienza mediterranea che ha come enzima l’intelligenza metica, laterale intuitiva, incarnata dalla dea Atena, può essere il modello cui rifarsi. La civetta era l’animale simbolo della dea, rapace notturno, vede le cose prima che accadano con i suoi grandi occhi e le percepisce in anticipo grazie a un eccezionale udito. L’analisi introspettiva che rappresenta suggerisce di guardare oltre, per discernere la differenza tra la realtà e le apparenze.
Complementare alla sapienza è la bellezza valore che la arricchisce e completa e che ha una incidenza significativa anche sul terreno produttivo. La bellezza ci migliora la vita, rende le cose belle e variegate, crea eccellenza e gusto, migliora la dimensione e i luoghi del lavoro. Bellezza e bontà, estetica ed etica come ci ha insegnato Platone sono strettamente legate.
I “giacimenti” della cultura classica contengono anche le competenze, altro tema spinoso e molto trascurato…
Innovazione centrata sull’uomo, arte e valore della bellezza aspetti fondativi e anche competitivi, arte della parola e del pensiero critico, valore del tempo qualitativo, il kairos, il tempo dei greci, che non si misura con il cronometro, cura e il design dei luoghi, che non sono meri contenitori funzionali perché hanno un genius, che li rende unici, sono queste le competenze di cui avremmo tanto bisogno. Proviamo a disimparare gli slogan e i percorsi promossi dalle business school a trazione anglosassone che hanno un’esasperata matrice tecno-finanziaria.
Ricordiamoci che abbiamo dei limiti e non possiamo fare tutto, che dobbiamo tenere conto del contributo del genere femminile, potente e creativo. La sapienza, cui facevo riferimento prima, si coniuga al femminile, anche Mediterraneo è di genere femminile in lingua francese.
Ritengo che sia pericoloso oltre che ingenuo pensare che i cambiamenti sono improvvisi. La grande storia del Mediterraneo ci ricorda che l’innovazione, quella che rimane permanentemente e che fa evolvere le civiltà deve essere sempre costruita nell’alveo della tradizione.
Non credo nell’innovazione distruptive, che abbaglia come i fuochi di artificio ma non si sedimenta nelle cose e nelle persone.
Vorrei fare infine un appello: torniamo a studiare con metodo le civiltà che hanno fondato e caratterizzato il Mediterraneo per millenni, è un esercizio che ci potrà aiutare a capire meglio i nostri punti di forza e i nostri limiti, l’importanza della relazione, dell’amalgama che compone le diversità, riaffermando la spiritualità e la centralità dell’uomo che non intende sottomettersi alla cieca potenza della tecnica come la magnifica humanitas, l’ultima Enciclica di Papa Leone, ha perfettamente spiegato al mondo intero.
Andrea Granelli

Andrea Granelli è appassionato di leadership, sviluppo del talento e innovazione, si occupa spesso dei rapporti fra nuove tecnologie e scienze umane e combatte i lati oscuri del digitale. È stato in McKinsey, CEO di tin.it e dei laboratori di R&D del gruppo Telecom, direttore scientifico della scuola di design Domus Academy, presidente dell’archivio storico Olivetti, nel Consiglio del WWF. Ha fondato la società di consulenza Kanso, dove svolge assiduamente attività di mentorship, e contribuito alla nascita della fondazione Venture Thinking.

