“Scrivere e leggere: una via per la qualità dell’esistere”, non è il titolo ad effetto di un dibattito, come innumerevoli se ne svolgono al salone internazionale del libro di Torino, sempre più traboccante di una fantasmagoria di colori, suoni, rumori, ma un importante momento di analisi e di riflessione sulla condizione della donna nella contemporaneità. L’iniziativa curata dal Centro Sociologico Italiano, che da più di due anni ha avvito un percorso di studio e di ricerca sui temi della parità di genere condotto da Silvana Bartoli, si può considerare come il seguito della rappresentazione “Voci di sorellanza” che aveva già incantato il pubblico dello storico salone Arengo del Broletto di Novara.
L’appuntamento torinese si è avvalso del sapiente coordinamento di Elia Ricci, della regia attenta di Beppe Ruga e della collaborazione di Raffaella Landini. Un lavoro di squadra che ha dato i suoi frutti, polarizzando l’attenzione dei numerosi spettatori. Le testimonianze di Ladan Kianikhansary attivista iraniana che ha sperimentato con il carcere la sofferenza di atroci discriminazioni e di Deborah Di Donna, esponente di “scarpette rosse” hanno creato un’onda emotiva che si verifica raramente in contesti, come quello del Lingotto, attraversati da migliaia di visitatori di certo poco inclini alla meditazione. Evidentemente, ed è questa una buona notizia, c’è bisogno che qualcuno eserciti il pensiero critico, che fa abbassare il volume delle “interferenze”, aprendo il terreno per un confronto dialetticamente pacato delle idee. Ladan, con voce ferma e nel contempo commossa, ha fatto toccare con mano la fragilità di una società tecnologicamente evoluta, ma ancora drammaticamente arretrata sul terreno dei diritti.
“Occorre lucidità e coerenza nella difesa della donna, non ipocrisia, opportunismo, discontinuità” ha commentato Marina Chiarelli, Assessore alla Cultura della Regione Piemonte, che ospitava l’iniziativa.
L’excursus ricco di citazioni e riferimenti storico giuridici ha richiamato le “tracce e i soggetti” che in più di due secoli, dal codice Pisanelli, alla definizione del diritto di famiglia fino agli ultimi provvedimenti legislativi sulla violenza di genere avrebbero dovuto portare al superamento di una “cittadinanza asimmetrica”. “Spiace dirlo – ha commentato Silvana Bartoli – ma il condizionale è d’obbligo perché ancora in molti paesi, anche del nostro Occidente che crediamo evoluto, le politiche pubbliche e i comportamenti collettivi esercitano una discriminazione se non manifesta, subdola, latente, che parte dal linguaggio”. Allora mettiamoci in piedi davanti a una donna, ha invocato Elia Ricci invitando in particolare gli uomini, tra gli spettatori, a seguirlo in un gesto eclatante, intriso di significati simbolici.
Dobbiamo “riscrivere la storia con la luce”, il monito di Beppe Ruga, che ha presentato un video suggestivo, per ricordaci che la Cultura rimane epicentro dell’emancipazione, così come il linguaggio, quella “casa dell’essere” che per ritrovare un percorso di senso deve dare voce a un tessuto profondo di valori. Solo a questa condizione si può comprendere appieno lo slogan “Le parole tra noi lèggere” (implico omaggio al romanzo di Lalla Romano Le parole tra noi leggère, parafrasato ad arte nell’accento) scelto per il salone di quest’anno, perché diventa essenziale ritrovare della relazione, che si traduce in rispetto che è qualità dell’esistere, nell’era della “nuove solitudini” da Social.
Il CSI ha ribadito, nella città di Norberto Bobbio, che l’istruzione è un diritto senza etichette, e che dobbiamo lottare tutti per costruire una nuova “età di diritti”. In un mondo senza fondamenti, che sta vivendo il naufragio delle ideologie, che si presenta orfano delle grandi visioni, bisogna tornare a investire sui mattoni fondamentali del sapere, leggere e scrivere, per camminare nella storia con occhi consapevoli per esercitare con mandato pieno una cittadinanza finalmente attiva e sostanzialmente partecipe.
Massimiliano Cannata






