A colloquio con Paolo Ercolani

«La Rete ha reso eterno ogni contenuto. Qualsiasi cosa scriviamo, foto che mettiamo, contenuto che condividiamo su Internet, resterà per sempre. Qualcuno ha parlato di “fine dell’oblio”, cioè di un’umanità che non ha più – in teoria – modo di dimenticare o di farsi dimenticare. Ma questa non è memoria – la cui etimologia ha a che fare col prendersi cura – perché somiglia piuttosto a un eterno presente tecnologico, in cui si crea un calderone indistinto che non rende possibile l’individuazione del vero e falso, giusto e sbagliato, opportuno e pericoloso ». Paolo Ercolani, docente presso il prestigioso Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli, ha approfondito in numerose pubblicazioni le possibili derive del post-umano, indagando lati positivi e negativi del prepotente sviluppo della tecnologia, ormai entrata nelle nostre vite, modificando il nostro modo di pensare e agire nel mondo.
Professore dal suo incipit pare di capire che la memoria, nella società del “post-umano” perde il suo significato. È una lettura corretta?
La memoria è la facoltà umana di distinguere ciò che deve essere lasciato andare, da ciò che invece va trattenuto e sviluppato. Nella società post-umana, invece, in cui le stelle comete che conferiscono valore a ogni cosa e persona sono il progresso e il profitto, anche la memoria è stata trasformata in un meccanismo arido e meccanico. In cui tutto resta perché nulla venga fermato sul serio, questo non può non far riflettere.
Spesso ci troviamo di fronte a fenomeni di amnesia collettiva, che appare particolarmente evidente in occasioni come il 25 aprile e il 2 giugno. Si può curare questa pericolosa deriva che non consente di comprendere a fondo i momenti di svolta della contemporaneità?
È fin troppo facile ricordare che l’oblio della Storia condanna l’essere umano a riviverla. Non a caso l’amnesia ha a che fare con patologie degenerative, momentanee o permanenti ma comunque patologie. A livello individuale comporta la perdita delle radici, dei riferimenti e anche dei criteri con cui proseguire l’esistenza. Tutto ciò, su un piano collettivo, comporta dei rischi serissimi per la tenuta sociale, per la democrazia e per il contenimento di ideologie autoritarie che stanno tornando in auge in maniera preoccupante. Tra i fenomeni più preoccupanti vedo il calo delle persone che vanno a votare e il livello infimo della classe politica, due effetti devastanti di una società che sta perdendo i propri riferimenti storici e culturali. Vedo solo un modo possibile per contrastare tale fenomeno: tornare a studiare la Storia e valorizzarla in ogni contesto possibile. E poi il merito, il criterio con cui tornare a selezionare figure meritevoli e competenti in ogni ambito. Avvenimenti come il 25 aprile e il 2 giugno, non sono solo delle date, ma degli eventi resi possibili dalla presenza di grandi figure, dagli statisti agli intellettuali.
L’insegnamento di Platone
Gli studenti che seguono le sue lezioni all’Università mostrano interesse per la memoria e più in generale per il passato?
È una generazione che fatica molto, schiacciata fra la tecnologia onnipresente e una generazione di adulti che in larga parte ha abdicato rispetto ai valori della cultura, del merito e della responsabilità, anche e soprattutto nel crescere i propri figli senza esserne amici o, peggio, sindacalisti e supporter. Ma anche nell’essere capace di fornire esempi virtuosi da seguire. E poi c’è il dato di fondo, che rimanda a una situazione economica depressiva e iniqua: sono schiacciati sul presente anzitutto per paura del futuro. Se guardano la Rete e la televisione, con i personaggi che hanno maggiore successo e che più vengono valorizzati dalle luci della ribalta, non vedo proprio perché dovrebbero mettersi a studiare in genere, e a studiare la Storia in particolare. I nostri esponenti politici che hanno raggiunto le cariche più alte, almeno da tre decenni a questa parte, non costituiscono certo un valido esempio di persone che hanno studiato. L’unica cosa che sembrano aver studiato, con encomiabile capacità, è il modo di fare successo senza studiare…
“Conoscere è ricordare”, la sollecito sul suo terreno che è quello della filosofia. Platone ce lo ha insegnato, è un pensatore passato di moda?
Mettiamola in questi termini: al giorno d’oggi nessun editore pubblicherebbe la stragrande maggioranza dei testi che hanno reso grande la storia del pensiero occidentale. Nel mondo accademico, perlopiù si pubblicano testi iperspecialistici che nessuno vuole leggere e che l’autore è costretto ad autofinanziarsi per riuscire a stampare. In quello intellettuale, invece, la dittatura delle vendite impone la pubblicazione di testi semplici, didascalici e senza il difetto di andare troppo in profondità. Questo non in tutti i casi, ma nella grande maggioranza. Per quanto mi riguarda Platone non passerà mai di moda, se non altro perché – come diceva il grande matematico Alfred North Whitehead – tutta la storia della filosofia consiste in una serie di note a piè di pagina all’opera di Platone. Ma c’è un però: conoscere è ricordare, però passando per la tappa principale dello studiare e dell’impegnarsi. Altrimenti si dimentica tutto e non si impara nulla. Socrate, maestro di Platone, sosteneva che conoscere è come far partorire. Cioè tirare fuori da ogni individuo il sapere che lui ha già dentro di sé. Ma se smettiamo di fare bambini, tanto per restare nella metafora, non ci sarà nulla da tirare fuori, nulla da ricordare e, alla fine, nulla da conoscere.
In questo processo che Giuseppe De Rita insieme ad Antonio Galdo ha definito in un saggio Prigionieri del presente (ed. Einaudi n.d.r) “presentismo”, la tecnologia esercita un peso?
Esercita un peso enorme perché parte da un presupposto anti-umano: tenere tutto nel presente perché il presente è l’unica dimensione che produce profitto. Quindi, più sono le cose che tieni “presenti”, più sono le cose che puoi vendere. E i primi a essere in vendita siamo proprio noi, in quelle vetrine scintillanti, stupefacenti e terribilmente superficiali rappresentate dai social network. È il capovolgimento mezzi/fini di cui parlava Marx: l’uomo ha smesso di essere il fine di ogni pensare e agire sociale, per essere trasformato nello strumento di fini che non sono più i suoi. In questo senso il “presente” torna utilissimo ai pochi che coltivano questo obiettivo (e ne traggono profitto): perché il passato e il futuro richiedono pensiero, il presente è fermo alla dimensione dell’agire. In fondo si vuole questo: produrre in larga scala uomini e donne che si limitano ad agire, come produttori e consumatori.
“L’eterno ritorno” di Nietzsche nei drammi della contemporaneità
Lei si è occupato di Nietzsche filosofo dell’eterno ritorno in un recente studio che ha riscontrato molto interesse nel pubblico (Nietzsche l’Iperboreo, ed Il Melangolo n.d.r.) La guerra ha ripreso il sopravvento, la ciclicità, di cui parlava il filosofo tedesco, si sta verificando nella forma più drammatica: il ritorno della guerra non solo nel cuore dell’Europa. Abbiamo gli anticorpi necessari per uscire da una crisi che è prima morale e poi economica e geopolitica?
Le guerre ci sono sempre state nella Storia. Purtroppo è una dimensione consustanziale all’umano. Solo che questa è l’epoca in cui l’indebolimento dell’Occidente a tutti i livelli (culturale, economico, politico), sta producendo dei conflitti da cui rischiamo fortemente di non essere più esclusi, perché anche i nostri paesi potrebbero diventare presto un terreno di conflitto. La vera posta in gioco riguarda la distruzione del vecchio ordine mondiale con quello nuovo di cui ancora non sono chiari i contorni. Non credo sia tanto un problema di anticorpi, quanto del fatto che il vero potere è diventato finanziario. Quindi senza confini definiti, senza valori culturali e, soprattutto, senza che lo sviluppo umano sia il primo obiettivo di ogni pensare ed agire. A queste condizioni, nessuna civiltà può dirsi al sicuro.
Parliamo di Libera Muratoria. Riti, simboli, linguaggi iniziatici, sostanziano il percorso iniziatico. La memoria che posto riveste in questo orizzonte che ha come finalità precipua la crescita spirituale dell’individuo?
La Massoneria è fra le pochissime realtà in cui ancora si conferisce importanza allo studio, al pensiero e alla conoscenza. Sono tre dimensioni fondamentali poste a tutela dell’umano nell’epoca in cui trionfa prepotentemente la dimensione tecno-finanziaria. Credo che mai come oggi entrare nella Massoneria significhi impegnarsi in un grande progetto culturale di difesa e promozione dell’umano. Nelle tre dimensioni che più lo caratterizzano, per esprimere le quali i greci antichi usavano un solo termine (lógos): studio, pensiero e parola. Se un tempo la Massoneria era vista dall’uomo comune come una realtà segreta, dove magari si ordivano trame finalizzate al potere, oggi potremmo essere di fronte a una svolta. La svolta di una realtà comunque riservata, ma in cui le uniche trame che si ordiscono sono quelle culturali, di tutela, promozione e divulgazione di valori che nella società “in chiaro” si stanno miseramente perdendo.
In conclusione, chiedo a un filosofo della politica: le classi dirigenti tutte, non solo i politici che sono il più facile bersaglio delle critiche, non sembrano coltivare particolarmente la memoria. A che cosa è dovuta questa grave mancanza e quali scenari si aprono nel prossimo futuro?
Come ricordavo prima, dietro alla degradazione della memoria vi sono tante facoltà umane che oggi non vengono più tutelate e promosse. Studio, competenza, ideali politici, ma anche le idee, sono stati sostituiti da altri racconti, preferiti dal sistema tecnofinanziario: efficienza, performatività, profitto, audience. Tutto ciò è dovuto al fatto che la vera centrale del comando è diventata la finanza, mentre i politici sono in larga parte composti da figure imbarazzanti, che il potere vuole proprio così affinché, sentendosi dei miracolati, eseguano i diktat senza discutere. Dovrebbero rispondere al popolo, ma non lo fanno. Il popolo se ne accorge e in parte sempre crescente non va più neanche a votare. O poniamo dei freni a tutto questo, oppure lo scenario del futuro prossimo sarà tetro. Propongo tre parole d’ordine: studio, merito e pensiero (autonomo e critico). La salvezza possibile di un’umanità indubbiamente in crisi, passa da queste tre parole. E dalla volontà di applicarle nella pratica ad ogni livello.
Massimiliano Cannata
