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Gran Loggia d'Italia degli ALAM

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Massoneria di Rito Scozzese Antico e Accettato

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Prolegomeni alla Libera Muratoria

Anna Checcoli · 6 Maggio 2018 - 23:40

La Libera Muratoria del terzo millennio sta vivendo un periodo particolarmente controverso, spiegabile in parte sia con la trasformazione delle istanze sociali, sia con l’atteggiamento politico, che sembra rievocare periodi intellettualmente e storicamente oscuri ed instabili. Viene da domandarsi quale sia, attualmente, il compito della Massoneria, ma soprattutto quale sia il vero intento della Libera Muratoria. E’ rimasto immutato nel tempo? Possiamo definire univoco Il suo piano di azione? Chiunque sia iniziato sa che non è così.

Il percorso può essere immaginato come una lunga via, spesso accidentata, ricca di pericoli, di curve improvvise, di squarci di luce e di subitanee zone d’ombra. Una strada alla quale afferiscono molteplici vicoli, che arricchiscono il cammino di curiosità, di novità, in una parola, di spunti di conoscenza. Un po’ come il gran numero di rami che abbelliscono la chioma di un albero.

Vi sono due direzioni nel percorso latomistico, che non sono in contrasto fra loro, anzi. Quella che procede verso l’interno, che va ad inoltrarsi nel vissuto, nelle caratterizzazioni personali che via via si sono stratificate negli anni, non sempre apportatrici di qualità positive, e quella che agisce sulla propria vita istituzionale e sul mondo esterno, sulla società, sull’umanità.

A livello interiore, più che intenzione trasformatrice direi che essa è l’incarnazione del vero segreto iniziatico. Trasmutazione di se stessi attraverso la conoscenza dei simboli.

In questo ritroviamo un forte legame con alchimia, filosofia e psicologia. Jung sosteneva che alla base dello sviluppo futuro di se stessi c’è un’azione che deve avvenire sul sé e sull’io. Il sé come istanza che va al di là della coscienza razionale, momento iniziale della vita psichica, espressione delle proprie capacità, luogo da cui si sviluppa la coscienza dell’io. Un io che in Massoneria si forgia per divenire io etico.

Possiamo riferirci anche a Fichte, che ha una visione molto vicina a quella massonica. L’Io fichtiano è attività, cioè sforzo perenne ed incessante di autoperfezionamento, il tendere infinito verso un’ideale meta di perfezione.

Attraverso questi principi Fichte ci mostra il concetto di libertà che si raggiunge attraverso la cultura, la formazione e l’educazione, quindi attraverso un continuo impegno per superare gli ostacoli infiniti ed intravvedere, appunto, la libertà, che per il filosofo è, tuttavia, un ideale irraggiungibile.

La missione dell’uomo, dunque, non è di realizzare un fine così elevato, ma di sforzarsi nel raggiungerlo, tendere ad esso.

Quella appena descritta è la finalità dell’essere umano considerato come un individuo isolato. Egli, tuttavia, non è mai solo, perché vive in comunità. Fichte sostiene che l’uomo (essere razionale e morale) deve collaborare con gli altri al fine di impegnarsi nel comune perfezionamento morale.

Tale missione di vivere in società si realizza nel rispetto di due norme: la prima consiste nel trattare gli altri come fini e mai come mezzi, la seconda prevede il perfezionamento tramite l’educazione, in quanto il fine della società è l’unità di tutti. Già Diogene Laerzio, nelle Vite dei Filosofi, V, 1,19, ne spiegava le caratteristiche, vedendo l’educazione come sviluppo razionale, volto a permetterci di diventare ciò che siamo: «L’educazione è un ornamento nella buona sorte, un rifugio nell’avversa. I genitori che educano i figli meritano onori maggiori dei genitori che hanno solo generato: questi infatti diedero la vita, quelli procurarono il viver bene».

Anche Aristotele spiega che l’educazione si configura come sviluppo di un principio interno allo stesso individuo. Ogni individuo è insomma un essere potenziale che l’anima si incarica di realizzare, in cui quel «potenziale» è inteso dal filosofo come l’insieme delle disposizioni ad agire, cioè ciò che per sua natura è capace di diventare, piuttosto che delle qualità innate.

L’istruzione e l’educazione si presentano perciò come attività che assecondano il processo di sviluppo naturalmente attivo, la cui efficacia dipende sia dalle attitudini dell’individuo che dagli stimoli ambientali.

Diogene Laerzio riferisce che Aristotele «era solito dire che l’educazione ha bisogno di tre elementi: attitudine naturale, studio ed esercizio» (Vite dei filosofi, V,1,18) e che «insegnava ai discepoli ad esercitarsi su un tema determinato e insieme li allenava ai dibattiti oratori» (V,1,3).

Nella Libera Muratoria ritroviamo, a mio parere, molte delle istanze propugnate dal pensiero di filosofi recenti e passati, nonché di psicologi e di correnti iniziatiche di vario tipo, convergenti sincreticamente nel percorso iniziatico massonico.

L’uomo è soggetto-oggetto delle finalità di questo cammino, ed in qualità di iniziato subisce, seppur non in modo passivo, quindi come agente, un processo modificativo, o, meglio, trasmutativo, di tipo alchemico. L’azione trasformatrice si muove su due livelli, uno di autoesame, l’altro di studio non solo a livello culturale, ma anche sul piano, come già detto, psicologico-filosofico-alchemico.

Il Libero Muratore studia il proprio e l’altrui comportamento e la mente, cerca di comprendere i processi psichici, mentali e cognitivi nelle loro componenti consce e inconsce, sia mediante l’uso di un metodo illuministico-scientifico che appoggiandosi ad una prospettiva soggettiva personale ed intrapersonale.

Ne emerge che il «Visita interiora Terrae» attiene ad una osservazione e dunque correzione del proprio comportamento, e attraverso di essa, conseguentemente, anche dei rapporti tra il soggetto e l’ambiente. A tale uopo, il pensiero filosofico può giungere in aiuto come valida e necessaria integrazione e supporto alla comprensione del percorso latomistico e di come operare su se stessi e al di fuori, sia della propria persona che della stessa Istituzione di appartenenza.

Aristotele ci viene, ancora una volta, in aiuto, con due concetti che vengono strettamente connessi fra loro nell’Etica Nicomachea, II, 1 1103ab: la felicità e l’educazione. Egli sostiene che esista una sorta di processo virtuoso in base al quale, pur se non nasciamo con la percezione etica del bene, essa possa essere acquisita per la naturale attitudine ad accogliere ciò che è corretto e giusto, ma con l’aggiunta di un doveroso perfezionamento e di un “esercizio” protratto alle virtù. Egli afferma, riguardo ai legislatori delle pòleis: «[Essi] infatti, rendono buoni i cittadini creando in loro determinate abitudini[…] e in questo differisce una costituzione buona da una cattiva». Attraverso la reiterazione di corretti comportamenti, quindi, si procede verso la virtù consapevole e la felicità.

La felicità è dunque nella realizzazione della propria più intima natura, la quale, in base a quanto visto nella psicologia, consiste nello sviluppo e nell’esercizio della ragione. Una vita felice è dunque una vita che realizza la naturale tendenza umana alla conoscenza.

L’onore tributato nella vita pubblica, al contrario, per Aristotele non entra nel novero di ciò che può dare felicità, perché dipende da altri ed è un bene derivato: è cioè il riconoscimento delle proprie virtù, che, sappiamo bene, può avvenire o meno per dinamiche da noi indipendenti e può anzi generare una sorta di dipendenza dal sentimento narcisistico sempre in agguato nell’essere umano.

E ancora: «Tutti gli uomini, per natura, amano la conoscenza» scrive Aristotele nel libro I della Metafisica. Il fine dell’educazione è quindi il bene dell’uomo nelle due direzioni dianoetica (cioè intellettuale, relativa alla capacità di pensiero) e pratica (cioè relativa all’azione e al comportamento giusto). L’educazione al pensiero è propria della cura di sé, mentre l’educazione alla saggezza, o comportamento razionale (phronesis) copre, invece, tutti gli ambiti della vita personale e si esprime non in rapporto a valori assoluti, ma all’adeguatezza della condotta nelle molteplici situazioni concrete dell’esistenza.

Principio fondamentale della vita etica aristotelica è l’idea di una condotta ispirata alla ragione secondo il criterio del giusto mezzo che significa medietà non mediocrità, cioè equilibrio e ricerca del meglio nella situazione data. Ne segue che per Aristotele, il comportamento etico non consiste nell’adesione a norme universali date una volta per tutte, ma in un impegno costante alla saggezza.

L’areté, cioè il comportamento del saggio, è dunque un modo di comportarsi, una prassi, che non è innata, ma appresa. E’ habitus, non temperamento. Essere virtuosi vuol dire adottare un modo di vivere informato alla razionalità e alla saggezza. La separazione tra sfera dianoetica e sfera pratica è un elemento di forte rottura con la filosofia platonica. Infatti, mentre Platone, e prima Socrate, avevano affermato l’unità della virtù e, conformemente, la stretta continuità tra la vita teoretica e la vita pratica, cioè tra il conoscere e l’agire («conoscere il bene è farlo»), Aristotele rompe tale nesso. Per il filosofo, infatti, non si può conoscere il bene in assoluto, perché questo riguarda le cose umane, finite e imperfette, possibili, non necessarie: saper distinguere il bene dal male è quindi solo la condizione necessaria, ma non sufficiente, per agire in modo giusto. Finché non intervengono la decisione e la scelta che sono condizioni legate alla saggezza, il bene rimane nell’ambito del possibile, ma non si traduce in un’azione reale e concreta. Si crea dunque un rapporto biunivoco fra l’uomo che lavora su se stesso per dirigersi verso una condizione “felice”, di conoscenza, di virtù, e la polis che assicura al cittadino le condizioni per potersi dedicare alla vita razionale, vale a dire alla propria felicità.

Ecco, la vita del Massone è anche questo. Egli vive alla costante ricerca della conoscenza e del bene, non già in senso moralistico, ma in senso etico e “virtuoso”, grazie ad un lavoro continuo su se stesso e grazie alla sua permanenza nell’Istituzione che lo ha accolto e che gli permette, come in un Athanor, di trasmutarsi costantemente. L’iniziato è a sua volta operatore e Opera. Egli si accinge al crogiuolo, si districa fra storte ed alambicchi, dosa, regola il calore del forno alchemico, aggiunge, toglie, attende paziente. Sta lavorando su se stesso. Ad un’Opera che forse non si compirà mai perché una volta vicino alla sublimazione, altri spiragli si aprono, altre mete si svelano, altro cammino si apre.

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Pubblicato in: Officinae

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