
Una società senza memoria non può avere futuro. Questo il grave rischio che stiamo correndo, presi dalla cieca volontà di cancellare il passato, di affermare un “nuovismo” senza radici. Vogliamo estendere il presente all’infinito, rendendo superficiale l’approccio all’esistenza, non riconosciamo più i maestri e nel contempo non vogliamo eredi, come dimostra l’andamento impietoso della curva demografica. Tutti gli ambiti della vita civile e del sapere risentono di questo atteggiamento nichilista: la politica, l’Università, l’educazione. Non sembriamo interessati a raccogliere alcuna eredità, mentre abbiamo perso nel contempo la capacità di passare il testimone ai più giovani. L’estensione del presente annulla il ricambio generazionale, inutile cercare risposte: il “taccuino dei maestri” non contiene soluzioni. Quel filo d’oro chiamato cultura poggia su tre asset, che oggi appaiono tutti sotto scacco: il mondo comune che dovrebbe legare le generazioni, un mondo fatto di valori ed esperienze che dovrebbero unire pur nella diversità anagrafica, si è frantumato; la koinè di linguaggi che dovrebbe cementare il dialogo, quale strumento di comunicazione e soprattutto di comprensione è divenuta una babele; la perdita di interesse rispetto ai mondi precedenti, che spezza l’esercizio della memoria, deprivandola di ogni ricchezza non potrebbe essere più grave. In un paese come l’Italia che può vantare le vestigia di un grande passato, la gravità di questa amnesia collettiva assume livelli parossistici. La libera muratoria, che annovera importanti figure di riferimento che hanno partecipato alla costruzione della Repubblica fin dal suo sorgere, non può accettare passivamente la tendenza all’appiattimento che sta prevalendo larghi strati della collettività. Abbiamo bisogno di riscoprire l’autorevolezza che proviene dai veri maestri, che non va confusa con l’autoritarismo. Dall’autorevolezza discende, infatti, l’autonomia e l’esercizio del pensiero critico.
Il metodo massonico
Il metodo massonico si nutre di memoria, si arricchisce del linguaggio della ritualità, si evolve con la trasmissione dei saperi. Non ci può essere alcuna iniziazione senza trasmissione di valori ed esperienza. La crisi che stiamo vivendo è dettata dalla cancellazione del passato. La distorsione di fatti ed eventi, il revisionismo che sovente alimenta ambiguità e false interpretazioni deriva da una scarsa conoscenza della storia. Bisogna ridare valore al tempo della riflessione, perché la maturazione della coscienza ha bisogno di tempo. I grandi momenti, come il solstizio che abbiamo da poco celebrato, ce lo insegnano. La ciclicità dell’eterno ritorno del sole che nella sua massima ascesa già prelude al suo declino, prefigura, nella sua eterna parabola, il destino dell’uomo, la sua fragilità, che è anche grandezza, voglia di perenne riscatto, desiderio di risorgere a nuova vita. Dobbiamo occuparci di questa fragilità, che va presa in carico, spesso causata da un deficit spirituale, da uno scarso allenamento alla pratica dell’ascesi, che non vuol dire uscire dal mondo, ma ritrovarlo in tutta la sua complessità, animati da maggiore energia, attrezzati dagli anticorpi giusti che possono permetterci di affrontare le avversità. La nostra interiorità, lo sapevano bene i primi filosofi, è un ribollire di sensazioni e di pulsioni. Per polarizzare questo flusso inarrestabile verso esiti positivi dobbiamo ancorare gli “stati di coscienza” ai valori, alla fede nella possibilità di perseguire il bene comune. Ogni azione, come ci insegna l’appartenenza alla libera muratoria, è un momento di costruzione del Tempio interiore, un atto di libertà e di consapevolezza che ci rende sorelle e fratelli, impegnati in un disegno che accomuna l’uomo in universale.
I valori cementano la memoria
Uguaglianza, libertà, fratellanza, dignità, non sono le “stazioni” di un astratto rosario, sono i nostri valori che restano, che “fanno memoria”, sono la bussola che ci porterà al domani. “Essere stati è la condizione per esserci”, i drammi della storia che abbiamo sperimentato non ci scoraggiano, a patto di comprendere l’origine del male e di essere disposti a trarre esempio dagli “spiriti magni”. La “leva” interna che ci serve a cambiare il verso delle cose è quella luce che abbiamo alimentato fin da fanciulli, che oggi usiamo per accendere il braciere, che si proietta sull’umanità tutta, diradando le ombre della paura, dell’ambiguità, della violenza. Quella luce che viene dal solstizio alimenta il dialogo, che serve a gettare un ponte tra passato e futuro. “Dia” “logos”, l’etimologia racconta di un passaggio continuo, di un attraversamento guidato dalla riflessione che ridà fiato allo spirito di comunità. Se smarriamo tutto il carico simbolico dei riti che ci chiamano all’essere rimaniamo connessi, ma soli, l’individuo diventa una ruota che gira nel vuoto, privato di ogni orizzonte. La solitudine sorgiva del pensiero che crea può essere grazia, ma la solitudine dell’opera è sconfortante. La libera muratoria dà sostanza all’opera collettiva, che si sviluppa nel concorso di tante libere volontà che edificano il Tempio. La tensione verso la verità è il cemento che crea amicizia, che nel senso più profondo esprime un’intesa profonda sui valori, intesa che è l’antidoto più efficace all’isolamento, e alla “solitudine di massa” che caratterizza la società di Internet.
Conoscere è ricordare
L’appartenenza a una comune radice ci fa sentire vicini, ci aiuta a scegliere, a disegnare con costanza e consapevolezza le tappe del nostro destino. Senza una storia e una memoria comune sarebbe impossibile tutto questo. Per questo abbiamo bisogno della saggezza di un “maestro”, decisiva per individuare il cammino da percorrere, per alimentare un ideale da perseguire senza timore, in costante lotta per la verità. “Conoscere è ricordare”, come ci ha insegnato Platone, la memoria non è un esercizio meccanico, ma un “motore” che seleziona le tracce di civiltà che restano dentro noi e che ci danno la giusta forza per continuare nel cammino di crescita spirituale, che rimane la cifra distintiva dell’uomo nell’universo.
Luciano Romoli
Gran Maestro della Gran Loggia d’Italia
