Sa Mere so deo (La Padrona sono io)

Licenza Creative Commons.
Nel 1383 in Sardegna, Eleonora De Serra Bas, figlia di Mariano IV De Serra Bas e di Timbora de Rocaberti, contessa del Goceano, Marmilla, Monteleone Rocca Doria e di Castelgenovese (attuale Castelsardo) succedette al padre Mariano IV Giudice di Arborea dopo la morte di suo fratello, in virtù del decreto regio, favorevole alla autorità femminile di Juyghissa, Giudicessa. Divenne sovrana nel palazzo regio di Oristano e fu l’ultima donna a governare nell’isola durante l’era Giudicale, personificando l’emblema di “Reina manna de sa Sardigna” ovvero la “Regina più grande della Sardegna” in un contesto in cui l’effige femminile fin dai tempi del Neolitico, era investita di potere decisionale all’interno dei nuclei familiari e collettivi.
Eleonora germogliò nella corte di Oristano. In età molto giovane il fato le consegnò lo scettro affinché completasse il progetto di indipendenza intrapreso dal padre. Intendeva restituire ai Sardi dignità storica, giustizia, la cultura ancestrale pagana con le tradizioni arcaiche che gli antenati avevano preservato per secoli, minacciate dall’integralismo religioso di Bisanzio. Quella terra arsa dalla povertà e dal martirio, malgrado le trascorse funeste egemonie forestiere, doveva essere liberata dalla minaccia del re aragonese che considerava Eleonora femminella asservita e soggiogata che doveva “abbassare la cresta”, come le scriveva nei suoi avvertimenti. Pietro IV tuttavia era ignaro della veemenza del sangue Sardo muliebre in Eleonora, combattivo, impetuoso, capace di sopraffare ed annientare l’autorità del re e liberare dai cecchini del palazzo reale di Barcellona suo marito Brancaleone Doria, prigioniero. Eleonora eroina coraggiosa, libera e tenace come il mirto, simbolo femminile e di rinascita, impavida come le montagne di granito dell’inespugnabile Massiccio Gennargentu nel cuore selvaggio dell’isola, affrontava il nemico per il suo popolo, scortata dai curadores, i maiores e i falconieri, consacrati amministratori, issando alto con superbia il vessillo del regno arborense, con albero eradicato a tre radici emblema della dea madre con i tre regni, e sette rami ad indicare le potenze planetarie.

L’ascesa della Regina guerriera, fu divinata in tempo remoto dalle Janas, sacerdotesse Sarde capaci di doti mistiche, portali viventi fra la gente e le dimensioni sublimi. La nascita era presagita nel 1347 in un momento di conversione di tre vaticini, ovvero il transito della cometa, la presenza di un’aquila al momento del travaglio e il ritrovamento di una spada dal potere occulto. Si compì la profezia, Eleonora nacque nel 1347, il totale dei numeri è pari a 15 cifra indicante personalità carismatica, saggia, dotata di energia universale. Fedele alla sua missione, la giudicessa promulgò la “Carta De Logu” riformando leggi scritte in lingua sarda per il suo popolo, alcune già varate dal padre ed altre autorevoli riguardanti le donne, con pene severe per violenza e stupro. Emise decreti per il diritto e l’uguaglianza sociale, l’agricoltura, l’estrazione del sale, il rispetto per le api, l’allevamento dei bachi da seta, la protezione dei falchi e dei suoi nidi, tutela e protezione di antiche mura Nuragiche, Pozzi sacri, Domus de janas e Tombe dei Giganti e tanto altro. Eleonora volle tutelare la cultura degli antenati e la voce della dea madre, quell’archetipo sacro che costituiva un idioma antico di dottrine che esigono mistero e voci sussurrate, azioni affidate e rituali da custodire, retaggi dell’anteriore per l’edificazione del presente.
Il culto della dea madre era il centro iniziatico, custode del principio sacro femminile e ritualità antiche celebrate dove tutto doveva essere fecondo di divinazione e incantato (in-canto), con musiche e melodie sussurrate. Visione poetica dell’essenza effigiante ogni donna come dea e ogni uomo come eroe sotto il cielo stellato “Su sprigu de sos ammentos” (Lo specchio dei ricordi), perché il cielo tutto vede e assimila. Eleonora era la stella luminosa, la guida interiore, conscia che la sua terra fosse uno spazio sacro di consapevolezza in cui il tempo cessava di essere un tracciato e diveniva un circuito di riti trasmutativi, ma anche il Sé nascente, baricentro psichico del suo popolo, senza il quale, disorientato, avrebbe perso la propria geometria simbolica. Lei era il Cosmogramma di quella terra divina solcata dalle acque e scompigliata dal vento. Si, lui, il vento di maestrale austero ed inquieto, alito di vita degli antenati, di spiriti rimasti presenti, a volte gelido altre salvifico, veicolo di essenze mediterranee e salsedine nelle scorrerie fra rocce e ginepri che “Sa Reina” cavalcherà nel 1404.
Silvana G.R. Pintore
Da Officinæ n. 6 – Giugno 2026
Questo articolo è tratto dal numero 6 – Giugno 2026 di Officinæ, quadrimestrale internazionale di attualità, storia e cultura iniziatica della Gran Loggia d’Italia degli A∴L∴A∴M∴.
