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L’arte di conoscere se stessi

Antonio Binni · 18 Novembre 2017

ARTHUR SCHOPENHAUER, L’arte di conoscere se stessi, 2003, Adelphi, Piccola Biblioteca 495, pagg.11-111, a cura e con un saggio introduttivo di Franco VOLPI.

Conoscere se stessi esige il mettersi a nudo senza sconti. Impone scandagliare il proprio animo e il proprio vissuto fino ai bordi estremi, operazione sempre dolorosa se compiuta con sincerità.  Significa soprattutto rendersi conto – e motivare con rigore – le proprie scelte di vita, solo in parte condizionate dalle circostanze. Con inizio dal 1821, il maestro di Danzica inizia a punteggiare per iscritto annotazioni biografiche, ricordi, riflessioni, insegnamenti di vita, massime, citazioni, proverbi. La raccolta si arricchisce nei due decenni successivi fino a raggiungere una trentina di fogli raccolti in un quaderno sotto il titolo Eis heauton, mutuato dalle memorie di Marco Aurelio, assolutamente corretto perché gli scritti contengono meditazioni e ammonimenti rivolti unicamente a se stesso, fermi inviti a restare fedeli alle pregresse scelte di vita come le più congeniali alla realizzazione della propria missione intellettuale nei confronti della umanità che, dal filosofo, “ha appreso (…..) alcune cose che mai dimenticherà.” (così in una conversazione con un suo allievo poco prima di morire). Ne esce così una sorta di guida pratica e concreta per conquistare e conservare una saggezza di vita secondo la convinzione che la filosofia non deve essere soltanto conoscenza teoretica dell’essere. Questo “libro segreto”, andato perduto, vittima di singolari vicende ereditarie ricostruite con puntuale rigore da Franco Volpi, che, con competenza, ne ha scritto l’Introduzione, dalla meritoria Casa editrice Adelphi, è stato presentato per la prima volta in italiano e, qui, ne diamo conto, sia pure con ritardo, essendoci la segnalazione sembrata doverosa per comprendere, a fondo, l’autore de “Il mondo come volontà e rappresentazione”. Il ritratto, che esce dall’operetta, getta, infatti, una luce davvero illuminante sull’esistenza travagliata del filosofo, pronto a sacrificare ogni contatto con la società e, ancor più in specifico, con gli uomini, secondo la massima di Leopardi citata dal filosofo in italiano, “lega di birbanti contro gli uomini da bene, e di vili contro i generosi”, pur di conservare quella solitudine riconosciuta come una condizione assolutamente indispensabile per portare a compimento il suo destino: un servizio alla umanità visto che il suo intelletto non appartiene a se stesso, ma al mondo. Una solitudine basata sulla indipendenza economica – una parte della fiorente eredità paterna – “tesoro sacro” (pag.70), rara fortunata condizione da non abusarne con l’impiego dei relativi proventi “in moda, sartoria e abbigliamento” perché simili scelte costituirebbero “l’abuso più ingrato e indegno di un così raro destino”. (ivi). Donde la vita parsimoniosa e prudente. In questa solitude of Kings (pag.66), che il filosofo è chiamato a sopportare “con dignità e pazienza” (pag.66 cit.), rientra anche il rifiuto ragionato del matrimonio, istituto al quale l’A. riserba pagine piene di ironia (“il matrimonio [è] un debito che si contrae in gioventù e si paga nella vecchiaia”, pag.72), per concludere ravvisando in esso una sorta di diversivo pericolosamente fuorviante dalla propria missione, così come prescelta. Salvo riconoscere poi che “non sento in me né il coraggio né la capacità né la vocazione per farmi carico dei fardelli del matrimonio” (pag.68), dovendo ammettere, inoltre, che “c’è ben poca speranza che una donna con me si senta felice” (pag.69), “dato che io vivo soprattutto nel mondo dei miei pensieri (    ) e poi non sempre sono di buon umore” (ivi). Pur prevalendo la necessità della libertà dal vincolo, perché il filosofo ha l’obbligo di mirare perpetuamente alla Verità senza alcun laccio. Il che spiega – e motiva – perché “si troverà che quasi tutti i veri filosofi sono rimasti scapoli” (pag.73), a differenza dei “grandi poeti (….) tutti sposati e infelici” (ivi). A dar credito ai suoi contemporanei, il filosofo era scontroso, asociale, arrogante, orgoglioso, presuntuoso, permaloso, misogino, misantropo, in guerra costante con tutto il mondo, col quale ebbe relazione, un soggetto capriccioso dominato dal vento del momento, tratti solitamente assai poco apprezzati. Il ritratto, che esce dall’operetta, è invece, quello di una vita austera, solitaria, non subita, quanto, invece, perseguita con lucidità e disincanto, un approdo coscientemente voluto come l’unica soluzione possibile per realizzare la propria alta missione, illuminare l’umanità, come dovere ineludibile per chi è dotato di una straordinaria altezza intellettuale. Ferma la convinzione che, o prima o poi, la parte più degna della umanità avrebbe finito per accettare le sue idee, assolutamente originali. Come è noto, la sua opera intellettuale fu infatti ignorata dalla corporazione dei filosofi e la sua carriera universitaria stroncata, fin dagli esordi, dal suo duro scontro con Hegel, l’astro dominante nel firmamento filosofico dell’epoca. Pensieri intimi, perciò sinceri, proprio perché regole di saggezza destinate a governare e sorreggere la propria vita, dominata da un pessimismo cosmico che solo la filosofia in concreto praticata può rendere più sopportabile. A conclusione di queste note – volutamente succinte destinate, come sono, a suscitare l’interesse all’operetta e la curiosità alla sua lettura – ci piace citare la massima “che ha guidato” l’intera vita del filosofo: “Volere il meno possibile e conoscere il più possibile” (pag.29).

Pubblicato in: Libreria Massonica

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