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Gran Loggia d'Italia degli ALAM

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L’Archetipo della Grande Madre nelle antiche civiltà iniziatiche

Silvana G.R. Pintore · 19 Aprile 2025

Un viaggio nel cuore delle antiche civiltà iniziatiche sarde, tra simboli lunari, rituali femminili e la presenza archetipica della Grande Madre. Un testo di Silvana G.R. Pintore, tratto da Officinæ n. 2 – Febbraio 2025, che intreccia mito, spiritualità e sapienza ancestrale al femminile.

La Jana chiama la Luna al suono delle launeddas

Fra le antiche civiltà iniziatiche, quella Sarda pagana risalente al paleolitico, connessa alla venerazione della Dea Madre e le fasi lunari, passò indenne alla religione Cristiana e alcune ritualità vennero assorbite.

Tradizioni misteriche sacre legate a Luna e Sole seguivano la ciclicità e la conoscenza delle leggi che governano la natura, per le quali uomini e donne in perfetta sintonia ed equilibrio, tramandavano iniziazioni e rituali segretamente e oralmente, di padre in figlio per i riti di pertinenza maschile e di madre in figlia per quelli femminili, al fine di non mutare l’autenticità del potere divino.

Tesi di antropologi e archeologi attestano che l’aspetto lunare femminile fosse regnante quale elemento simbolico di energia generativa e creatrice, ossia l’archetipo della Grande Madre, tutto ciò che da lei deriva e l’iniziazione ai Misteri.

Si riteneva che la mente umana fosse influenzata dalla Luna, come accade con il manifestarsi delle maree e la ciclicità di tutto il mondo naturale e che la terra fosse gravida di energia, ancor più in prossimità di corsi d’acqua sotterranei, dove si costruivano pozzi sacri in forma di vulva femminile (emblematico è il pozzo di Paulilatino).

Le abitazioni in pietra attorniavano imponenti monumenti eretti verso il cielo, i “Nuraghi”, con funzione di protezione, osservatori astronomici e deposito dei raccolti, ritenuti in grado di concentrare il potere magico trasmesso dagli astri, canalizzato in virtù di misteriosi scambi fra le forze del cielo, le pietre e il subconscio umano.

Raffigurazione della Grande Madre che sorregge la terra.

L’esortazione quiete della Luna

Poco distanti dai villaggi, scavati nelle rocce erano i siti consacrati al culto dei morti, le “Domus de Janas”, rievocanti simbolicamente la forma del ventre materno, decorate con raffigurazioni allegoriche dalla elevata essenza rituale, propiziatoria e magico-divinatoria.

Custodivano i defunti rannicchiati in posizione fetale, ricoperti di ocra rossa a richiamare il sangue dell’utero con cui i neonati erano avvolti nel momento della nascita. Nella mano destra i defunti stringevano una piccola statuina della Dea Madre come protezione durante il passaggio alla nuova vita.

Si credeva che attraverso una porta raffigurata sulle pareti rocciose, i defunti potessero accedere all’aldilà per rinascere, tuttavia non era l’immagine stilizzata a possedere la forza del passaggio bensì la roccia stessa con il proprio magnetismo che interagisce con l’Energia Universale. Erano incise sulle pareti anche le spirali rappresentative del ciclo di nascita e rinascita e di Dea Madre.

Attualmente, circa 2500 domus de Janas in perfetto stato conservativo sono al vaglio dell’Unesco.

Donne e conoscenza misterica

Le donne venivano iniziate a misteriose dottrine, inclini alla conoscenza degli astri e la manipolazione di erbe officinali curative, erano compagne e madri, sciamane, educatrici, accabadore (alleggerivano i sofferenti prossimi alla morte con un colpo secco alla nuca mediante un ramo di olivastro), erano alchimiste.

La conoscenza misterica di certe “feminas” tuttavia le distingueva da tutte le altre. Erano le Janas dalla pelle eterea, detentrici di poteri soprannaturali e magia che scaturivano dalla propria mente e sapere, erano donne umane e divine insieme con la vocazione di connettersi con più mondi. Elaboravano manufatti e gioielli raffinati in filigrana. Ricavavano il bisso dalla Pinna Nobilis per filati preziosi e asportavano il rosso porpora dai Murici, coglievano sulle spiagge coralli, cavallucci marini e gli opercoli occhi di Astrea deposti dalle maree, considerati preziosi amuleti a protezione dalle forze maligne. Tutto avveniva nelle notti di luna crescente e piena in sacrale silenzio, in perfetta antitesi con il caos mentale, nel rispetto della vibrazione cosmica primordiale e del suono della marea atavicamente magnetico, per affidarsi allo stupore irrinunciabile della sospensione temporale e alla connessione con le forze lunari.

Fra le innumerevoli tradizioni iniziatiche sarde eternamente evocate nel territorio, il dono di “Sa Leppa”, ovvero offrire il coltello ad un amico, prodotto manualmente e in uso dei Sardi in segno di grande amicizia eterna e rispetto, ma non prima di aver ricevuto una moneta in cambio. Inoltre, il rito solstiziale di “S’abba muda” (acqua silenziosa) per il quale solo le donne, dopo il tramonto, in religioso silenzio raccolgono erbe curative e acqua da esporre alla luce, alla magia e alla quiete della Luna.

Senza trascurare la festa popolare primaverile per “l’arrivo delle pavoncelle” dal piumaggio maculato, simbolo di fertilità, rinnovamento e immortalità dell’anima. Altri rituali sono affidati al vento, dal sussurrio delle Janas.

Suggerimenti Bibliografici
• Creature fantastiche in Sardegna, di Fabio Orrù
• L’amuleto, di Claudia Zedda
• Le tradizioni popolari della Sardegna, di Dolores Turchi
• Alla scoperta dei segreti perduti della Sardegna, di Antonio Maccioni
• Leggende e tradizioni di Sardegna, di Gino Bottiglioni

Leggi il numero 2 di Officinae:

Officina 2025 – Nr 2

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Pubblicato in: Antropologia & Folklore
Tags: archetipi, civiltà iniziatiche, Dea Madre, Domus de Janas, Grande Madre, luna, rituali femminili, Sardegna, spiritualità antica, tradizioni sarde

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