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Gran Loggia d'Italia degli ALAM

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Massoneria di Rito Scozzese Antico e Accettato

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La fortezza: una virtù esigente

Gran Loggia d'Italia · 27 Novembre 2021

di Antonio Binni

La costellazione delle virtù, che tanto ha affaticato la riflessione degli antichi pensatori, è argomento invece del tutto scomparso dalla moderna filosofia. Forse perché il mondo moderno ha totalmente dimenticato le virtù. Nel nostro piccolo, siamo invece profondamente convinti che esplorare il mondo delle virtù – una terra ancora purtroppo in gran parte sconosciuta! – sia un’opera oltremodo meritoria. Non solo perché si tratta pur sempre di rinverdire preziose ricerche oggi ricoperte di polvere. Ma anche, e soprattutto, perché la ricerca è utile. E per affrontare il tema, come impone la imprescindibile onestà intellettuale. E, in particolare, per porre l’argomento al centro dell’attenzione quale significativo richiamo a valori oggi purtroppo negletti. Quando, all’opposto, gli stessi sono invece fondamentali per una corretta formazione dell’uomo, oltre che per il vivere comune. Oggi, più che mai, si tratta infatti di formare l’uomo e, solo successivamente, di arricchirlo con specifiche competenze. Un uomo competente, ma privo di formazione, non sarà infatti mai in grado di formulare corretti giudizi e di vivere in società con un atteggiamento armonicamente costruttivo. Dopo di avere approfondito la virtù della prudenza (nel numero di Officinae del settembre 2021) e della giustizia (ivi, ottobre dello stesso anno), rispettando l’ordine nel quale abitualmente si declinano le virtù cardinali, desideriamo, con questo nostro odierno scritto, dedicare tutta la nostra attenzione alla virtù della fortezza, principiando la nostra riflessione sgombrando il campo da un possibile equivoco terminologico. Donde la successiva doverosa precisazione. Il termine “fortezza”, a prima impressione, è vocabolo che richiama la prestanza fisica e, con essa, la forza che l’accompagna. Da qui un messaggio negativo di violenza e di sopraffazione! Quando è vero, invece, che, allorché si parla di fortezza, si deve, all’opposto, propriamente intendere una virtù fondamentale che dovrebbe vivere e coltivare ogni persona autenticamente onesta e, in particolare, il Fratello massone che, della fortezza, è chiamato a fare il proprio abito quotidiano. Per fortezza deve propriamente intendersi il comportamento di ferma opposizione – oggi si direbbe di resilienza, con una parola nuova, quanto inutile – a qualsiasi contegno di iniqua sopraffazione messo in atto da chi pratica il male, anche semplicemente a livello di mero tentativo volto comunque a prevaricare il bene nella sua concreta realizzazione. Dovendosi in questo concetto – la precisazione si impone – fare per altro rientrare pure l’atteggiamento di chi è chiamato a affrontare le difficoltà della vita degna di essere serenamente vissuta in qualsiasi situazione. E non soltanto quelle di natura eccezionale. Come invece opinava Aristotele, che pure ci ha lasciato una trattazione accurata della fortezza in Etica Nicomachea 1115b 20 – 25). Da questa pur sommaria definizione emerge con ogni evidenza che la fortezza presuppone la vulnerabilità. Senza vulnerabilità non c’è infatti fortezza. La fortezza è dunque chiamata a misurarsi in presenza di difficoltà, di ostacoli, e, più in generale, di situazioni temibili che ingenerano paura, ben potendo, le stesse, come in particolare l’esperienza storica insegna, richiedere comportamenti umanamente non immaginabili e, perfino, lo stesso sacrificio della vita. Per affrontare e, soprattutto, resistere alla paura originata dalla ingiusta sopraffazione – atteggiamento richiesto per mettere in atto il bene – la fortezza esige coraggio perché, a differenza della temerarietà, che manca di prudenza (con rinvio alla precedente citazione), il coraggio, senza nascondersi le difficoltà, sa mettere invece in conto tutti i possibili rischi e, ciò nonostante, prendere posizione al fine di mettere in atto il bene. Per richiamare l’insegnamento di Tommaso, questo coraggio è fortitudo mentis, cioè la capacità di guardare in faccia le difficoltà e stabilire poi il da farsi (cfr. Sum. Theol.,II-II q. 123 a. 1). A stretto rigore, coraggio e paura, dunque, non si escludono. Al contrario, si confrontano in termini valutativi fino a riconoscere prevalente il bene da tutelare. Per approfondire ulteriormente l’argomento, occorre poi sfatare il mito che l’uomo di coraggio ignora la paura, per essere, invece, vero che l’autentico coraggio, lungi dall’essere assenza di paura, è, all’opposto, capacità di ascoltarla e, soprattutto, di valutarla per attuare una decisione saggia, attenta cioè alla complessità della situazione. La fortezza, oltre a reprimere il timore e a moderare l’audacia, a dimostrazione della complessità del concetto che la definisce, racchiude, in sé, pure la pazienza. Che, lungi dall’essere intrisa dal sapore amaro e malinconico di una resa, è, all’opposto, capacità di misurare l’avversario e di attendere il momento propizio per manifestarsi. È, codesta, una fase di accumulo di energie. È forza profonda. È esercizio di umanità; d’amore e di solidarietà. È pazienza di chi spende la vita per la giustizia. È un sostare faticoso perché l’attesa è sopportazione fino a quando la fortezza non avrà conseguito il suo operoso compimento. In quest’ottica, anche il linguaggio deve fare esercizio di pazienza per non compromettere il felice momento dell’inizio della manifestazione dell’audacia. La molteplicità del concetto di fortezza richiede pure un ulteriore elemento. Anch’esso intrinseco e costitutivo. Per affrontare il male ingiusto senza cedere è infatti indispensabile una componente di fiducia costituita dalla speranza di riuscire nella impresa (Sul tema della speranza ci permettiamo di rinviare al nostro scritto comparso sul numero di Officinae del mese di ottobre dell’anno 2021). Il pensiero che l’impegno profuso e la dedizione spesa non ottengano il risultato perseguito farebbero infatti venir meno la stessa motivazione della azione, una sorta di cancro dell’anima capace di scardinare dalle fondamenta l’edificio del bene. Da qui la rinnovata importanza della speranza che – sia permesso l’inciso crediamo però non del tutto inutile – non siamo disposti a vedercela rubata dal nichilismo (su questa questione, vedasi il nostro scritto Oltre il nichilismo comparso sul numero di Officinae del mese di settembre dell’anno 2021). La fortezza, per essere autenticamente tale, deve essere inoltre determinata dalla giustizia. Come ha scritto Ambrogio, con frase lapidaria, “la fortezza senza giustizia non è altro che iniquità” (De Officis, I, c. 35). Senza giustizia, la resistenza si trasformerebbe infatti in aggressivo sopruso. La dimensione della giustizia qui considerata è poi estesa fino alla profonda convinzione che, alla fine, il bene prevarrà sul male. La fortezza, in conclusione, è una virtù preziosa e rara. Preziosa, perché è una condizione di tutte le virtù. Senza di essa, diviene, infatti, impossibile compiere il bene, considerato che la vita presenta continuamente ostacoli e smentite alla sua realizzazione. Sicché, se non si vuole che trionfi il male, occorre che gli uomini buoni prendano posizione. Rara, perché richiede un prezzo che la rende esigente. Donde il titolo appropriato per queste succinte note. La fortezza è una virtù particolarmente cara al Fratello massone, in verità, sempre pronto a contrastare il male con ferma determinazione. Sicché ci si sente autorizzati a sostenere che, senza fortezza, non si è massoni. Fra i compiti propri del fratello massone brilla infatti quello di opporsi all’ingiustizia, in tutte le sue possibili manifestazioni, con la più ferma risolutezza. E questo ogni qual volta occorra. Sia pure con la più lucida consapevolezza che codesto atteggiamento comporta sempre rischi e, talora, anche molto di più! Come dolorosamente ricordano le ideologie totalitarie e le stesse associazioni malavitose, per non citare ancora il terrorismo politico. Gli accadimenti della vita non premiano la fortezza. Né il coraggio necessario per opporsi alle difficoltà che incontra la tutela del bene. Né la imprescindibile pazienza. Né l’essenziale speranza di riuscire nella impresa. Né, da ultimo, l’assoluta certezza di servire la giustizia. Ma senza codeste qualità, prerogative proprie, anche se non esclusive, di chi pratica quotidianamente l’Arte regia, non v’è fortezza. E tanto basta a chi adempie il proprio dovere di uomo e di Fratello Massone.

Pubblicato in: Officinae

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