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Gran Loggia d'Italia degli ALAM

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Dell’ignoranza e altri demoni

Gran Loggia d'Italia · 20 Aprile 2020

di Martin Rua

I titoli dei libri in passato erano deliziosi. Vere e proprie sinossi nella quali, in soldoni, l’autore illustrava il contenuto dell’opera. Si pensi al testo più famoso di Raimondo de Sangro, principe di Sansevero: Lettera Apologetica dell’Esercitato Accademico della Crusca, contenente la difesa del libro intitolato “Lettere D’Una Peruana, per rispetto alla supposizione De’ Quipu, scritta alla Duchessa di S… e dalla medesima fatta pubblicare, Napoli 1750”. Già solo per comprendere il titolo dovete prendervi tempo. Riflettere senza fretta. Le cose sono cambiate, e tanto. Se da un lato, rispetto al Settecento di don Raimondo, i nostri orizzonti, le nostre conoscenze si sono ampliate, le scienze si sono specializzate, la tecnologia ci ha posto tra le mani strumenti inimmaginabili appena venti anni fa, dall’altro abbiamo assistito (e stiamo ancora assistendo) a una iper-semplificazione della comunicazione. Un’accelerazione esasperata verso uno scambio di opinioni e informazioni alla velocità di un click. Si è passati dal bisogno di comunicare per informare, al bisogno di comunicare per… comunicare e basta. Non importa cosa stia dicendo. Importa che io lo stia dicendo e che la gente lo veda. Questo, forse, perché io abbia un minimo di popolarità, che magari duri un po’ più a lungo di quei quindici minuti profeticamente immaginati da Andy Warhol nel 1968: In the future, everyone will be world-famous for 15 minutes. Il riferimento sta in piedi per tutto quel che, nella nostra società, vuol dire comunicazione, anche se Warhol si riferiva a un livellamento del soggetto produttore di arte: nel futuro da lui immaginato non sarebbe più stata una blasonata casta di artisti a produrre arte, ma, potenzialmente, l’intero genere umano. L’essenza della cultura pop. Sfortunatamente, se l’effimero in una forma di comunicazione come l’arte può creare danni relativi (più o meno…), altro discorso è l’effimero – o per meglio dire, il superficiale – imperante, ormai, anche nel mondo dell’informazione. Gli effetti che provoca, in questo caso, possono essere molto negativi. È quello a cui stiamo assistendo in questi giorni di guerra. Il bisogno di comunicare in una situazione in cui la maggior parte della popolazione è relegata in casa ed è, in buona sostanza, impotente di fronte a un nemico invisibile, sta diventando spasmodico. Un nemico a sua volta che, alla stregua del virus contro il quale soldati in camice bianco stanno combattendo, si alimenta in maniera incessante con l’ansia, la paura e – ahimè! – l’ignoranza della gente. La necessità di far arrivare il messaggio a quante più persone è possibile e la velocità di trasmissione raggiunta – come si diceva all’inizio, quantificabile in un click – non consentono di poter vagliare nella maniera adeguata i contenuti. Una rapida occhiata è sufficiente a decretare il destino di una notizia, una scelta spesso influenzata da una grafica accattivante o dalla presenza di una fotografia, magari del proprio politico preferito. Si condivide e ci si mette la coscienza a posto. A quel punto, però, il danno è fatto. In questi giorni di pandemia è capitato spesso di ascoltare accorati inviti delle autorità ufficiali (quelle che, talvolta, il condivisore seriale di contenuti spazzatura apostrofa come poteri forti) rivolti agli organi di stampa e alla gente comune. Inviti a distillare con attenzione i contenuti condivisi, facendo riferimento solo a quelli attendibili. La Protezione Civile e l’Istituto Superiore di Sanità che si vedono costretti a bacchettarci. Uno spreco di tempo inaccettabile. Così come inaccettabile è ricevere simili messaggi anche da chi dovrebbe avere preso coscienza, per il solo fatto di aver varcato la soglia di un tempio massonico, delle insidie poste dall’ignoranza lungo il cammino. Quelle insidie così ben rappresentate in una scultura presente nella Cappella Sansevero (mi si perdoni il continuo riferimento al Sansevero, ma è un caro amico al quale mi rivolgo spesso per consigli), Lo Zelo della Religione. Le serpi che fuoriescono dal libro, prontamente abbattute dalla torcia impugnata dal puttino, rappresentano le pericolose falsità contenute nei libri eretici, ma anche, a un livello più profondo, le insidie dell’ignoranza. Trappole nelle quali cadiamo, magari convinti di far del bene. Suadenti richiami di quella superficialità nella quale ormai siamo immersi costantemente. Demone che ci attrae con la promessa di un rapido accesso alla Conoscenza. Inganno meraviglioso, giacché non esistono scorciatoie per accedervi. Essa richiede studio e attenzione, onestà, umiltà e consapevolezza. Quella che, giunti a un traguardo, ci fa comprendere quanto il cammino da percorrere sia ancora lungo. Ricordandoci della finitezza delle nostre possibilità. In questo processo, la Conoscenza è lo strumento che ci permette di accedere a qualcosa di ancora più elevato, vero Santo Graal di ogni iniziato: la Verità. Creatura multiforme e difficilmente afferrabile nel suo complesso, la Verità (come la Conoscenza) è tuttavia composta da una miriade di verità minori, più accessibili all’intelletto umano. Nostro compito è acquisirne il più possibile, distinguendo quelle genuine da quelle ingannevoli. È un lavoro da farsi, spesso, in silenzio. Un silenzio iniziatico, quanto mai opportuno in un momento come questo, in cui è preferibile una riflessione in più e una condivisione in meno. Che le nostre parole siano frutto di un lavoro di cesello; che maturino nel ventre di un athanor ideale e ne escano rivestite di lucente armatura, pronte a porsi al servizio della Conoscenza prima, e della Verità poi. Che la luce di entrambe vi guidi in questo momento oscuro.

Pubblicato in: Officinae

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