
La prima metà del XIX secolo fu per la Terra d’Otranto un periodo di profondi cambiamenti politici e sociali. Con l’arrivo dei francesi (1806-1815) nel Regno di Napoli, guidato prima da Giuseppe Bonaparte e poi da Gioacchino Murat, fu abolito il sistema feudale, che garantiva ai baroni un potere quasi assoluto su uomini, terre e città1. In questo clima di riforme e progresso, si diffuse anche la Libera Muratoria, che trovò terreno fertile tra intellettuali e nobili, affermandosi come motore ideologico per la diffusione degli ideali di liberté, égalité et fraternité.
Con il ritorno dei Borbone (1816), la Terra d’Otranto tornò sotto il Regno delle Due Sicilie. I Borbone, guidati dal re Ferdinando I, tentarono di “restaurare” l’antico sistema monarchico e feudale, cercando di ripristinare il potere della nobiltà, della Chiesa e delle istituzioni tradizionali.
L’oscurantismo dei Borbone entrò in conflitto con il crescente malcontento della popolazione che, ispirata dagli ideali rivoluzionari diffusi anche tramite la Massoneria, contribuì alla nascita della Carboneria, che si oppose al regime borbonico con l’obiettivo di promuovere un radicale cambiamento politico e sociale. In questo contesto, la Massoneria ebbe un ruolo cruciale nel preparare l’ascesa della Carboneria; infatti, la nascita della Carboneria provinciale di Terra d’Otranto è attribuita a Girolamo Congedo, “affumato massone”2.
Entrambe definite “società segrete” per la loro opposizione al potere autoritario e arretrato dei Borbone, pur distinguendosi per ceto – con la Massoneria che raccoglieva intellettuali e nobili e la Carboneria che trovava supporto nella borghesia emergente e nelle classi popolari – le due società spesso condividevano membri, luoghi e iniziative, collaborando per perseguire ideali di cambiamento e libertà.
La memoria storica di questo periodo ci è tramandata dalle carte conservate presso l’Archivio di Stato di Lecce, nel fondo degli Atti di Polizia dell’antica Intendenza di Terra d’Otranto. Questi documenti, dedicati alla sorveglianza di “sospetti massoni e carbonari”, ci offrono uno spaccato delle tensioni politiche e sociali dell’epoca, rivelando come il governo borbonico temesse le “società segrete” a causa del loro impegno nella diffusione di ideali liberali e rivoluzionari.
Il timore dei Borbone verso l’influenza della Massoneria e della Carboneria nella diffusione di ideali rivoluzionari è evidente nella stretta sorveglianza impostata su coloro che erano sospettati di appartenere a una Loggia o a una “Vendita” carbonara. In un fascicolo datato 1827, relativo alla sorveglianza su Nicola Provenzano, notaio di Carmiano dal 1803 al 1841, si legge che, definito “antico settario e massone”, fu arrestato per aver “osato mettere in burla la sacra cerimonia dell’Inno” durante il giorno onomastico di re Ferdinando. Dopo l’arresto, una perquisizione nella sua abitazione portò al sequestro di alcune “carte criminose”, tra cui una copia de Il Contratto Sociale di J.J. Rousseau, che promuoveva uno Stato democratico, e un “libercolo dell’istituto dei veri liberi muratori”, un catechismo massonico datato 1786. Numerosi testi, prevalentemente di carattere filosofico e politico, furono proibiti poiché veicolavano ideali di libertà, uguaglianza e sovranità popolare, ritenuti incompatibili con il potere assoluto dei Borbone. La monarchia cercava di esercitare un controllo sulle idee circolanti, impedendo la diffusione di opere che potessero stimolare il malcontento sociale e favorire il sorgere di movimenti di opposizione.
Per questo motivo, anche le scuole classiche, le accademie filosofiche e i circoli intellettuali furono considerati dalle autorità focolai di idee sovversive, poiché al loro interno operavano liberi pensatori illuminati che, ispirati dagli ideali massonici e carbonari, diffondevano principi di libertà e progresso.
Tra i fascicoli dell’Archivio di Stato di Lecce, si riporta come esempio una denuncia al Ministero di Polizia Generale inviata da Don Giovan Battista Spano, in cui si segnala l’attività sovversiva all’interno di una Scuola di Filosofia annessa al seminario di Gallipoli. La scuola, frequentata non solo dai seminaristi ma anche da laici, non era vista come un’istituzione benefica per la città di Gallipoli. Al contrario, scrive Spano, essa “promette e fa temere tutto il male possibile”, poiché la cattedra era affidata a Don Carlo Leopizzi, un canonico identificato come “antico massone”, “Oratore di una Loggia” e carbonaro. Leopizzi venne accusato di diffondere insegnamenti libertari nella scuola, di variare “ogni lezione a suo arbitrio e capriccio”, di diffondere idee “contro dei sovrani decreti e della Giunta della Publica9 istruzione”, idee contrarie alla morale, alla filosofia e agli ideali dello Stato. Carlo Leopizzi era già da tempo sorvegliato dalle autorità per i suoi legami con la Libera Muratoria e la Carboneria. Infatti, prima di dedicarsi all’insegnamento nel 1820, fu destituito anche dalla carica di ispettore del distretto.
Sebbene la Massoneria e la Carbonera fossero oggetto di sospetto e repressione da parte delle autorità borboniche, i massoni e i carbonari della Terra d’Otranto, promuovendo ideali di libertà e uguaglianza, ebbero un ruolo fondamentale nel processo che avrebbe portato, attraverso i moti del 1820-21, del 1830-31 e del 1848, all’Unità d’Italia.
La ricerca d’archivio ci consente di approfondire le dinamiche sociopolitiche di un’epoca segnata da conflitti ideologici e dalla contrapposizione tra il progresso e la resistenza delle istituzioni tradizionali, fornendo così un contributo essenziale alla comprensione della nostra storia, tanto a livello locale quanto nazionale.
Anna Maria Calonaci


