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Gran Loggia d'Italia degli ALAM

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L’essere umano e il linguaggio dei simboli. La digestio alchemica

Paolo Riccio Paolo Maggi · 18 Dicembre 2025

Nel contributo pubblicato su Officinæ n. 4 (ottobre 2025), Paolo Riccio e Paolo Maggi indagano il simbolismo alchemico come linguaggio privilegiato della trasformazione interiore. Attraverso la metafora della digestio alchemica, gli autori rileggono il corpo umano come microcosmo che riflette l’ordine dell’universo, mettendo in dialogo la tradizione iniziatica con le acquisizioni della scienza moderna. La digestione biologica diventa così immagine del processo solve et coagula, in cui la materia grezza viene separata, purificata e ricomposta, non solo sul piano fisico ma anche psichico e spirituale. Ne emerge una riflessione sul cibo come nutrimento totale, capace di integrare l’“altro” in una dimensione di identità più profonda.

di Paolo Riccio e Paolo Maggi

Il percorso iniziatico, dalle origini della sua antichissima tradizione, è un processo di trasformazione interiore, che inizia dalla presa di coscienza della propria imperfezione e dal profondo desiderio, che matura in alcuni di noi, di cambiare e di migliorarsi. Esso si svolge sempre in tre fasi essenziali: la conoscenza di sé stessi, la trasformazione del proprio io, la trascendenza verso l’altro da sé. Ma, come ogni percorso che noi compiamo dentro noi stessi, il processo di trasformazione interiore è molto complesso, perché non abbiamo punti di riferimento certi: non è un cammino che siamo in grado di verificare con i nostri occhi o percepire con qualsiasi altro dei nostri sensi. Una TAC o una risonanza magnetica del nostro encefalo non ci faranno mai vedere i nostri processi mentali. Ci aiuta in questo l’immagine che di noi viene riflessa dagli altri individui che, come noi, compiono questo cammino, ma sono soprattutto i simboli il vero specchio della nostra interiorità, in cui noi ci riconosciamo e da cui ci facciamo guidare nel viaggio dentro noi stessi. Secondo Jung uno dei principali schermi su cui l’uomo, fin dall’antichità, ha proiettato il suo io interiore, come se fosse un film, e lo ha potuto osservare è l’alchimia, con i suoi simboli, i suoi miti e i suoi riti.

La digestio alchemica è un processo centrale dell’alchimia che, in analogia con la digestione biologica, ha il compito di trasformare e purificare la materia prima in un processo lento e graduale. Come il nostro apparato digerente separa le diverse componenti del cibo che ingeriamo, eliminando le scorie inutili e dannose e assorbendo le componenti necessarie al nostro sviluppo, così, la digestio, a livello spirituale, simboleggia la trasformazione interiore e l’evoluzione verso uno stato più elevato di perfezione. In realtà l’alchimia aveva intuito come il corpo umano, oltre a essere una struttura biologica, possa essere interpretato come un linguaggio simbolico che riflette principi universali e cosmici. In questa visione, esso diviene un microcosmo che rispecchia l’ordine dell’universo. La scienza moderna non ha mai smentito queste analogie. Anzi, l’avanzare delle conoscenze biomediche ha in qualche modo rafforzato la potenza simbolica del nostro corpo e dei suoi meccanismi fisiologici.

I quattro bioelementi e la manifestazione della materia

Nell’alchimia medievale, i quattro elementi (fuoco, acqua, aria e terra) erano alla base della materia. Oggi, la scienza riconosce che il 99% degli organismi viventi è costituito soltanto da 4 degli 81 elementi stabili conosciuti – i bioelementi: idrogeno (H), ossigeno (O), azoto (N) e carbonio (C), che possiamo paragonare rispettivamente ad acqua, aria, terra e fuoco. Questi elementi amano mettersi insieme a formare le strutture complesse della vita come DNA, proteine e membrane cellulari. I bioelementi mostrano una caratteristica dualità: ossigeno e azoto sono polari (affini all’acqua), mentre idrogeno e carbonio sono non polari (affini ai grassi). Questa dualità rappresenta il mondo degli opposti, fondamento della diversificazione della materia vivente.

Il metabolismo del cibo come solve et coagula alchemico

La Tetraktys pitagorica, simbolo dell’unità che si manifesta nella molteplicità e quindi nella creazione, trova corrispondenza nella diversa capacità di legame dei bioelementi: l’idrogeno forma un solo legame, l’ossigeno due, l’azoto tre e il carbonio quattro. Questa progressione (1-2-3-4) rispecchia l’ordine della Tetraktys presente nell’essere umano e nella materia vivente. La formula alchemica solve et coagula esprime il principio della dissoluzione della materia grezza al fine di purificarla, per poi ricomporla a un livello superiore di purezza. È una metafora del processo di trasformazione e crescita sia materiale che spirituale. Per analogia, il metabolismo del cibo che assumiamo ripete lo stesso paradigma: il cibo viene prima disgregato (solve), poi riaggregato (coagula), sotto forma di nuove molecole. Il nostro cibo deriva sempre da “altra” materia vivente. Questa è nello stesso tempo diversa da noi (non self) nella struttura e nella forma, e uguale a noi (self) a livello elementare (i quattro biolementi) e a livello dei mattoni di costruzione (le singole unità di base – aminoacidi, zuccheri semplici, acidi grassi – comuni a tutti gli organismi viventi. Quindi in origine il cibo è tossico e deve essere ridotto alle sue unità di base, identiche alle nostre, con il processo della digestione. Quest’ultima avviene nell’apparato gastro intestinale: un ambiente isolato da tutto il resto dell’organismo. Dal punto di vista esoterico, la digestione può essere intesa come un processo di trasmutazione interiore: il nostro organismo si comporta come un athanor – il crogiolo alchemico – in cui la materia grezza (cibo) viene sottoposta al “fuoco” della secrezione gastrica, simbolo del fuoco alchemico. Ma con il cibo non riceviamo solo materia che dà calorie, riceviamo anche vibrazioni fisiche e sottili. Ogni alimento ha anche una valenza sottile, una propria vibrazione, come un profumo che non si sente, un colore che non si vede.

La valenza sottile del cibo, quale nutrimento della psiche

Dire che il cibo ha una valenza sottile significa dire che nutre anche ciò che non si vede: la nostra psiche, il nostro spirito. Quando ciò che introduciamo come cibo nel nostro corpo diventa “noi”, non vuol dire soltanto che è stato trasformato nelle nostre molecole e nelle nostre cellule, significa anche che questa entità estranea, questa materia vivente che abbiamo assunto, è diventata parte della nostra identità profonda – non solo fisica, ma anche mentale, e spirituale. Con la nutrizione, l’”altro” viene interiorizzato e trasformato in noi stessi, non solo fisicamente. Questo può spiegare perché mangiamo altra materia vivente. È come se il cibo fosse sacro, avesse un’essenza invisibile e quindi una funzione iniziatica, per cui mangiare non è solo sopravvivere, ma integrare una forza. È energia che si trasforma. É questa valenza sottile del cibo che porta alla convivialità, a voler mangiare in compagnia e nella convivialità non si condividono solo il cibo e le bevande, ma anche i pensieri e le emozioni, le nostre esperienze.

Paolo Riccio e Paolo Maggi

Pubblicato in: Riti, simboli, linguaggi
Tags: alchimia, Corpo e simbolo, Digestio alchemica, Microcosmo e macrocosmo, Simbolismo, Solve et coagula, Tradizione iniziatica, trasformazione interiore

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Officinæ n. 4 – Ottobre 2025

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