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Gran Loggia d'Italia degli ALAM

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Massoneria di Rito Scozzese Antico e Accettato

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La Tradizione autentica è progetto, apertura al futuro

Paolo Maggi · 4 Febbraio 2025

Dal numero di febbraio 2025 di Officinæ, Paolo Maggi.
Cos’è davvero la Tradizione? In un’epoca in cui questo termine sembra suscitare solo nostalgie o rifiuti, è fondamentale riscoprirne il significato profondo. Tradizione non è il contrario di progresso, ma di interruzione: è il filo che collega le generazioni, la fiaccola che si trasmette, il fuoco da custodire. Da Hannah Arendt a Giovanni Bovio, da Mahler a Umberto Eco, questo saggio ripercorre il senso dinamico, laico e vitale della Tradizione, mostrando come essa possa ancora orientare il nostro futuro. Un viaggio tra pensiero critico e memoria viva, nella consapevolezza che solo chi sa da dove viene può scegliere dove andare.

Grembiule di Maestro Libero Muratore

Et quasi cursores vitai lampada tradunt
(Tito Lucrezio Caro. De Rerum Naturae)

Quale termine suscita oggi sentimenti più contrastanti di quello di “Tradizione”? C’è chi la venera rimpiangendo tempi passati, che talora non meriterebbero neppure di essere ricordati, se non per essere esecrati. C’è chi la detesta, considerandola un ostacolo a qualsiasi progresso dell’umanità. In ogni caso, quasi tutti si sono dimenticati il significato stesso di questa parola. Aveva proprio ragione Francis Scott Fitzgerald quando diceva che non bisogna maltrattare le parole, perché poi queste, alla lunga, si vendicano finendo per non significare più nulla.

E il termine Tradizione, oggi, tristemente abbandonato alla deriva dalla cultura dominante, rischia di non significare più nulla, e noi ne abbiamo ormai perso le coordinate. Allora converrà forse ricordarci che il termine Tradizione deriva dal latino tràdere, cioè consegnare, trasmettere, e quindi anche da trans dare, cioè affidare qualcosa nelle mani di un’altra persona. E già appare chiara nell’origine di questo nome una dimensione dinamica che ben poco ha a che vedere con l’idea statica che alcuni hanno di questo concetto.

Il contrario di Tradizione non è Progresso, come pensa qualche amante del nuovo a tutti costi, ma Interruzione. Così come il contrario di tradere, è smettere, tagliare, tradire, spezzare, spezzare un legame o una continuità storica e ideale. La Tradizione dunque non esclude il procedere, esclude il recidere.

E ci sono due maniere per recidere: recidono i laudatores temporis acti, i nostalgici del bel tempo che fu, i quali non ammettono che il futuro possa mai portare alcun miglioramento: è un controsenso pensare alla Tradizione se non si crede nel divenire. Ma recidono anche coloro che si ritengono svincolati da ogni ossequio nei confronti del passato, coloro che pensano che la storia incomincia con loro e che il resto è un fardello di cui liberarsi, come l’Oscar Wilde dell’aforisma “l’unico dovere che abbiamo nei confronti della Storia è di riscriverla” (sempre che Wilde credesse davvero ai suoi aforismi); o come le avanguardie di inizio Novecento che preferivano la Vittoria dell’auto da corsa alla Vittoria di Samotracia, e condannavano a morte… il chiaro di luna.

Tutto questo è il contrario di Tradizione.

Un percorso che parte da lontano


Ritratto di Gustav Mahler.
CC BY 1.0 Universal

La Tradizione è un progetto. È un percorso che parte da lontano e si proietta verso il futuro, è il presupposto necessario all’idea stessa di progresso. Se la Tradizione non è in grado di progettare il futuro diventa solo uno sterile antiquariato della memoria. E in questa trasmissione, la Tradizione non ci unisce solo ai nostri Maestri. Ma unisce anche i nostri Maestri ai nostri allievi per nostro mezzo.

Se è vero che possiamo ritenere giovane tutto ciò che è vicino alla propria origine, la Tradizione è ciò che rende giovane ed attuale un’idea, non ciò che la fa invecchiare. Una delle più belle e coerenti definizioni di Tradizione ce l’ha regalata Gustav Mahler, che diceva “La tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri.”

Io immagino la tradizione come una storia. La storia di un popolo, di una comunità politica, culturale, religiosa, o iniziatica. È una storia fatta di idee, progetti, valori, che viene da lontano, ma guarda nello stesso tempo al futuro. La Tradizione è una staffetta: la fiaccola viene passata dalle mani di un tedoforo ad un altro, il percorso è a volte ignoto e imprevedibile, ma quello che conta è, appunto, trasmettere viva quella fiamma alle generazioni successive e farle tagliare il traguardo della storia.

È un concetto bene espresso dalla citazione di Lucrezio utilizzata nell’incipit, da cui ha origine il motto attualmente inscritto nel simbolo della Gran Loggia d’Italia degli Antichi Liberi Accettati Muratori, Obbedienza di Piazza del Gesù.

Massoneria e Tradizione sono da sempre state considerate un binomio inscindibile. E anche in questo caso c’è chi, per questa ragione, si crede legittimato a pensare che il pensiero libero-muratorio sia qualcosa di statico, fermo con i suoi riti e le sue idee, qualcosa che sa di vecchio. In questo equivoco è certamente caduto un ex direttore di un grande quotidiano nazionale che, a proposito di un ennesimo scandalo finito, come gli altri nel nulla, parlava di “odore stantio di massoneria”. Affermazione assai poco documentata, tanto sulla Massoneria quanto sul senso stesso della Tradizione.

Se egli avesse letto il discorso fatto da Giovanni Bovio, l’8 giugno 1896 (dunque non propriamente qualche giorno fa), in occasione di una sua interpellanza parlamentare, forse avrebbe avuto le idee più chiare sull’argomento. Bovio disse:

“La Massoneria è un’istituzione universale quanto l’Umanità ed antica quanto la memoria. Essa ha le sue primavere periodiche, perché da una parte custodisce le tradizioni ed il rito che la legano ai secoli, dall’altra si mette all’avanguardia di ogni pensiero e cammina con la giovinezza del mondo”.

Una delle definizioni più lucide, questa, di Tradizione, ma anche di Massoneria.

La definizione di Hannah Arendt

Dobbiamo a Hannah Arendt una delle più attente analisi del concetto di Tradizione. Per lei il disagio dell’uomo moderno è rappresentato dalla frattura, almeno apparente, fra passato e futuro. Ma il passato in realtà non è mai passato⁰, se siamo ciò che siamo, questo è dovuto alla nostra storia. E il nostro passato non dev’essere mai vissuto come un fardello, ma come una risorsa. A patto che si riannodi il filo spezzato del tempo.

La Tradizione è un passato che non passa, ma dev’essere vissuto in maniera critica: da esso va ridistillata quell’essenza originaria che spesso è scomparsa persino dal nostro linguaggio, e il cui significato dev’essere riscoperto. La Tradizione, lei scrive (ibid. pag. 133), è un filo che ci guida nel vasto dominio del passato, che unisce le generazioni e garantisce la dimensione della profondità dell’esistenza umana.

Per la Arendt alle radici di ogni tradizione vi è una tensione verso l’immortalità. Ricordando Cicerone nel De Republica lei scrive: “Ciò che avvicina gli uomini agli dei è fondare nuove comunità e custodire quelle già fondate” (ibid. pag. 167). Dunque perdere la Tradizione significa perdere il contatto con gli dei.

Nessuna comunità, se non alcune velleitariamente rivoluzionarie che nascono con la presunzione di poter recidere ogni legame con il passato, può mai pensare di fare a meno della Tradizione. La famosa frase “siamo nani sulle spalle di giganti”, attribuita a Bernardo di Chartres da Giovanni di Salisbury nel Metalogicon (III,4), ci suggerisce che, scendendo dalle spalle di quei giganti, cioè sganciandoci dalla Tradizione, restiamo dei nani.

Ci ricorda Konrad Lorenz che “nessun genio potrebbe inventare da solo un sistema di norme e di riti sociali capace di sostituire la tradizione culturale”¹.

E se Pessoa sosteneva che viviamo in un’epoca “che ha perduto tutto il rispetto per il passato ed ogni speranza per il futuro”², la Tradizione ci riporta in una dimensione in cui la storia si riappropria della sua dignità e torna ad orientare il nostro percorso verso il futuro.

Dicevamo che la Tradizione è, per sua stessa natura, dinamica. E ciò significa anche che deve essere sempre pronta, per così dire, a fare i conti con sé stessa, modificandosi sostanzialmente, ma anche scomparendo, se perde di valore. Marcello Veneziani ricorda che una tradizione è viva e vitale:

“quando è possibile rielaborarla, reinterpretarla e persino – popperianamente – falsificarla. Quando la tradizione è stanca e declinante va rimessa in gioco. Il rischio che si spenga è pari a quello che si rigeneri o che trasmetta il suo nocciolo a un’altra tradizione. Imporre la finzione della sua salute è un male quasi pari a disporre la sua distruzione”³.

Sì, non è possibile liberarsi dai vincoli della Tradizione, e quando ci sembra che questo avvenga, a ben guardare si è semplicemente passati da una tradizione ad un’altra. Possiamo liberarci di una tradizione, se questa è ormai logora, e ciò è avvenuto spesso nella storia, ma non della Tradizione in sé.

La filosofia occidentale moderna si è sempre caratterizzata per il fatto di accogliere la Tradizione, ma con spirito critico⁴. Ha ragione Umberto Eco quando dice che, se è vero che siamo nani sulle spalle dei giganti:

“Forse nell’ombra già si aggirano giganti, che ancora ignoriamo, pronti a sedere sulle spalle di noi nani”⁵.

La vera tradizione ha una radice laica, antidogmatica, aperta all’altro

Un tempo era abitudine disegnare, all’interno delle Logge massoniche, una greca che percorreva, in parte o in tutto, il Tempio. Gli antichi Maestri spiegavano che questa indicava il nostro percorso, individuale o collettivo, fatto inevitabilmente di alti e bassi, di momenti in cui si avanza e di momenti in cui si torna indietro.


La Tradizione ( cortesia di Davide Parlatano).

E questa è anche l’idea stessa di Tradizione. Solo la nostra determinazione ne fa una linea che, nonostante tutto, procede verso l’avanti o, se preferiamo, verso l’alto: ed è questo il significato della spirale, altro simbolo iniziatico.

Parafrasando San Tommaso, possiamo dire che la Tradizione è adaequatio rei et intellectus: è adeguare un paradigma tradizionale alla realtà della storia.

E bisogna ammettere che la Massoneria è stata, da oltre tre secoli, capace di adattare i suoi valori a tutti i cambiamenti culturali e sociali che sono avvenuti, anzi, come diceva Giovanni Bovio, è riuscita spesso ad essere all’avanguardia in molti momenti della storia dell’Occidente e non solo.

Finché la Massoneria riuscirà in questa missione avrà assolto il suo compito.

Se uno dei valori fondanti della Massoneria è la Libertà, non possiamo dimenticarci che avere come riferimento la Tradizione vuol dire anche tutelare la propria libertà: se perdiamo i nostri riferimenti culturali e spirituali siamo in balia del potere altrui.

“l’individuo separato da ogni tradizione non è che un consumatore di beni materiali e simbolici, incapace di resistere alle pressioni e alle seduzioni manipolate dai detentori del potere” scrive Alain Touraine⁶.

Comprendere correttamente il senso della Tradizione è un grande esempio di pensiero laico e antidogmatico: vuol dire ispirarsi al pensiero dei padri, ma con spirito critico, accettare il principio di autorità ma non tollerarne l’abuso, avere il senso del sacro, ma anche il senso della storia.

Il pensiero tradizionale è un pensiero inclusivo, che non accetta le esclusioni, che vive di dialogo tra le diverse tradizioni le quali possono avere punti di vista diversi e, talora, anche opposti. Ed è questa la sua ricchezza.


Bibliografia

1 Alain Touraine, Critica della modernità, Il Saggiatore 1997, p. 406.

2 Hannah Arendt, Tra passato e futuro, Garzanti 2005, pp. 33-38.

3 Konrad Lorenz, Gli otto peccati capitali della nostra civiltà, Adelphi 1974, p. 122.

4 Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine, Feltrinelli 1986, p. 171.

5 Marcello Veneziani, Di padre in figlio. Elogio della tradizione, Laterza 2001, p. 39.

6 Karl Popper, Alla ricerca di un mondo migliore, Il Mulino 1972, pp. 210-211.

7 Umberto Eco, Sulle spalle dei giganti, La nave di Teseo 2017, p. 36.

Pubblicato in: Approfondimenti

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