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La scienza e la poesia

Franco Franchi · 10 Giugno 1998

Talvolta la scienza e il suo modo di avvicinarsi alla realtà permeano la fantasia e la sensibilità rendendole ricche di tensione morale.
Senza questa conoscenza reale, in virtù della quale un sapere diviene percezione concreta del mondo, si potrebbe parlare della scienza ma questa resterebbe un oggetto estrinseco e non diverrebbero un modo di vedere le cose, come è proprio della letteratura e della sua massima espressione, la poesia.
Forse per predominio della cultura idealista – che negava valore e significato a tutto ciò che non era prodotto dallo spirito e dunque alla natura e alle sue scienze (declassate da Croce a pseudo concetti) – in Italia un tenace pregiudizio ha ostacolato a lungo la consapevolezza di quanto la scienza abbia a che fare con la cultura e con la poesia, con l’incanto e lo sgomento che suscita la vita.
Le “Belle arti” sono anche e forse soprattutto lettura del grande libro della natura, come lo chiamava Galileo ed è stolto credere che misurarlo significhi distruggerne il fascino. Al contrario: l’attenzione alle cose è fondamentale per coglierne la freschezza sensibile e poetica: lo studio del cielo stellato e dei movimenti delle stelle arricchisce la fantasia.
Il Fr\ Goethe ha cantato la natura in altissime liriche ed ha studiato la morfologia delle piante, la formazione dei cristalli, la teoria dei colori, persuaso della necessaria simbiosi di arte e scienza.
E’ impossibile separare la grande poesia di Lucrezio dal sistema della natura che egli espone nel suo Poema.
Altri osservano che le formule scientifiche e metafore poetiche scoprono ed instaurano entrambe nuove relazioni tra le cose. Naturalmente esiste un ottuso e supponente scientismo, sprezzante nei confronti di Umanesimo e metafisica, convinto di aver risolto i problemi e che tutto possa venir risolto con una misurazione quantitativa. Tale atteggiamento insipiente è la caricatura dell’autentica visione scientifica, come le vacue chiacchiere spiritualeggianti contro la scienza sono la caricatura dell’autentica spiritualità.
Tanti anni fa Max Planck affermava che solo dopo aver esplorato l’esplorabile si può venerare silenziosamente l’inesplorabile.
Dagli indizi meteorologici studiati da Teofrasto alle meraviglie del microscopio al cangiante pavone di mare alle massime profondità marine – per non parlare della mirabile scrittura di Galileo – scienza ed arte mostrano spesso la loro complementarità.
Come dimostrano tanti saggisti, oggi una vera comprensione del mondo non può rinunciare ad uno sguardo nutrito di poesia e di scienza.
C’è chi, come Musil, ha fatto del principio d’indeterminazione o dei paradossi matematici e, in generale, delle nuove scienze che sconvolgevano una plurisecolare una plurisecolare immagine del mondo, la chiave di lettura della vira, del suo ordine e del suo disordine, della sua inafferrabilità. La formazione scientifica è stata per molti Autori uno strumento per filtrare, ritrarre, penetrare, cambiare non solo la realtà, ma l’immaginario.
Basta pensare a Gadda, a Primo Levi, a Calvino per i quali il calcolo infinitesimale e la chimica diventano una griglia della visione e del racconto del mondo.
L’attenzione ala scienza può diventare linguaggio poetico, non oggetto della letteratura o della filosofia.
Talvolta sono, come in Pressburger e Tomatis, biologia e medicina a suggerire temi per affrontare il doloroso mistero dell’esistenza. Non manca certo chi trae il suo narrare fantastico dalla matematica e dall’informatica. Oggi c’è un nuovo divario tra scienza e letteratura (e quindi poesia) e prima ancora tra conoscenze scientifiche e possibilità che esse entrino nel patrimonio culturale Comune; divario che è oggetto da alcuni anni delle ricerche di un settore della S.I.S.S.A. di Trieste che unisce fisici, matematici, filosofi e storici della scienza, psicologi, informatici, scrittori e critici letterari.
Per secoli le scoperte scientifiche – ad esempio di Galileo e di Newton, forse ancora di Einstein, Bohr, Schrodinger – entravano sia pure in modo approssimativo e imperfetto nella mente degli uomini anche privi di preparazione specialistica e influivano nel loro modo di vedere e percepire il mondo e dunque – per lo scrittore, l’artista – di rappresentarlo.
Con la meccanica quantistica – e non solo con essa – sembra essersi aperto un baratro tra la scienza e la comprensione e quindi pure la fantasia, la sensibilità anche da parte dei non scienziati.
La scienza contemporanea – secondo alcuni il processo è iniziato con Galileo – pare aver ridotto l’evidenza sensibile, presente per secoli nella conoscenza magica della natura, a favore di una inevitabile crescente astrazione che sembra impossibile trasporre nella fantasia, far diventare immagine e metafora, mettere in rapporto con la vita.
La scienza non sembra così influire sulla percezione e sulla rappresentazione mentale e artistica, del mondo; paradossalmente quindi il sapere scientifico – un sapere forte che domina il mondo – non riesce a diventare cultura, spiritualità, a uscire dal suo ambito specialistico, a incidere sul sentire degli uomini. La scoperta del DNA, capace di sconvolgere radicalmente la realtà e i valori, è a grandi linee afferrabile, ma la meccanica quantistica si affaccia su un’altra realtà/dimensione/universo, dove vigono altre leggi e soprattutto altre logiche, refrattarie alle categorie della nostra “ragione”.
Non è detto che l’universo debba essere organizzato secondo leggi corrispondenti alle strutture dell’intelletto e della sensibilità umana. Trasformare in metafora letteraria le conoscenze sempre più astratte di una natura indeterministica è un’ardua sfida.
La fisica ci dice com’è fatto il mondo ma noi continuiamo a percepirlo e a viverlo nel quotidiano come ce lo ha descritto Aristotele.
La poesia della scienza nasce soprattutto quando questa dovrebbe sanare quella pulsione che è la metafisica, ossia tranquillizzare con le sue risposte le grandi domande sulla vita che fanno nascere la scienza stessa.
Certe illuminazioni morali, certi rovesciamenti dialettici dal male al bene e viceversa possono trovare il loro punto archimedico nelle teorie del caso e dell’infinito matematico. L’esattezza del pensiero scientifico può avere a che fare con la vita e con le istanze del mondo morale. Persino le astrazioni matematiche possono trovare la loro origine in forme anche primitive di comportamento e di razionalità.
Ricordiamo di epigoni della New Age come Fritjof Capra con il Tao della Fisica che ci riconduce all’unità dinamica degli opposti polari, e come Robert M. Pirsing de Lo Zen e l’Arte della manutenzione della motocicletta; purtroppo non condividiamo la strumentalizzazione deviante che ne è seguita e preferiamo il difficilissimo Roger Penrose.
Occorre a questo punto osservare che è la “passione” che muove l’attività scientifica, così pure quelle spirituali. Raccontare queste passione, entrare in contatto con esse, è un’impresa intellettuale e morale. Si pensi ad esempio all’Opera in nero di Marguerite Yourcenar, agli Scritti esoterici di Fernando Pessoa, alla Notte di Keplero di John Bonville, alla Realtà dei quanti. Un dialogo Galileano di J.M. Jauch dove viene raccontata in modo straordinario la “passione” di dare senso al mondo che anima gli scienziati.
Come ci suggerisce Galileo, può trattarsi della passione per decifrare i caratteri con cui è scritto il grande libro della natura: un libro aperto che ci viene benignamente offerto, scritto da Dio in lingua matematica. Ma si può invece voler anche aprire con la forza e con l’astuzia un libro sigillato e gelosamente custodito, mettere la natura e lo spirito in catene. Come tutte le passioni, quella di conoscere è segnata da ombre e da sofferenze, oltre che da estasi e trasfigurazioni.
Noi Massoni non dimentichiamo l’ammonimento di Wittgenstein: “Noi sentiamo che, anche quando tutte le possibili domande scientificamente hanno avuto risposta, i nostri problemi di fondo non sono ancora neppure toccati”.
Le intuizione dell’astrologia, del Timeo di Platone, dell’arte divinatoria, etc., indicano che nell’Universo esistono connessioni tra eventi in apparenza indipendenti. Ecco perché l’essenza del progresso scientifico può trascendere i propri confini grazie ad un ampliamento della coscienza che parte dagli Archetipi del subconscio più profondo.
Però questo – direbbe il Fratello Kipling – è un’altra storia.

Pubblicato in: Riflessioni Gran Maestro Franco Franchi

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