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Gran Loggia d'Italia degli ALAM

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Massoneria di Rito Scozzese Antico e Accettato

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La parola, tra pensiero e azione

Paolo Maggi · 27 Marzo 2026

Una riflessione sul valore della parola nella tradizione libero muratoria, tra identità, linguaggio e responsabilità del dire. Dal significato originario di “Libera Muratoria” al rischio della manomissione del linguaggio contemporaneo, emerge il ruolo centrale della parola come equilibrio tra pensiero e azione, strumento di conoscenza e fondamento della ricerca della verità.
Articolo di Paolo Maggi, tratto da Officinæ – Anno XXXVII, numero 5, Febbraio 2026.

Luca della Robbia, Aristotele e Platone che discutono, XV sec.,
bassorilievo, Firenze. C.C. Attribution 2.5 Generic.

Il nostro Gran Maestro Luciano Romoli, nell’ ultimo incontro alla Versiliana, con grande schiettezza ha detto chiaramente che preferisce il termine Libera Muratoria a quello di Massoneria. Era davvero il momento che si levasse una voce autorevole come la sua ad aprire finalmente il dibattito su tale questione. E noi cogliamo al volo questa preziosa occasione per analizzare un punto che, lungi dall’essere solo formale, è sostanziale come pochi altri nella cultura (permettetemi…) Libero Muratoria. Se analizziamo infatti il termine nelle principali lingue del continente europeo, dove la Libera Muratoria è nata, vediamo che Massone in Inghilterra si traduce Freemason, in Francia Franc Maçon, in Germania Freimaurer, in Spagna Fancmasón: dunque, in tutti i casi, la traduzione letterale è: Libero Muratore, che sovente contempla aggettivo e sostantivo fusi insieme. Il nome ci riporta a una precisa genesi storica che risale alle nostre radici medievali. Cosa è invece accaduto in Italia nel XVIII secolo? Qui è stato adottato il termine Frammassone (lo troviamo comunemente nei testi dell’epoca), storpiatura dal francese, poi abbreviato in Massone. Insomma, come spesso accade nella storia, una parola di nobili origini è stata maltrattata e, come diceva Francis Scott Fitzgerald, se maltrattiamo le parole, queste alla fine si vendicano, non significano più nulla e si svuotano del loro significato. E una parola svuotata è pronta per essere occupata abusivamente. Così Massone, nel linguaggio di tutti i giorni, è spesso utilizzato come termine sostanzialmente negativo e Massoneria sinonimo di associazione segreta i cui adepti sono dediti a reciproche raccomandazioni e attività illecite di vario genere. Dunque torniamo, come suggerisce il Gran Maestro, al termine originario. Ma, se preferiamo l ‘ altro, facciamone almeno un uso etimologicamente consapevole.

Johann Wolfgang von Goethe, Faust, 1940 edition.

Il fenomeno della manomissione: la “parola” sacrificata

La verità è che quotidianamente vediamo usare le parole in maniera irresponsabile e superficiale. Pensiamo al linguaggio urlato e inutilmente offensivo di certa politica e di certo giornalismo televisivo. Il risultato è che esse vengono costantemente violentate, mutilate e svuotate. Il loro significato originale e profondo è perduto, a volte per sempre. Si dimentica spesso che la parola è materia assai nobile e va trattata con cura. La cultura Libero Muratoria è da sempre una grande palestra di uso consapevole della parola, maturato grazie anche al silenzio, che è il vero utero da cui rinasce la parola e ritrova la sua purezza e il suo valore. Di questo ce ne ha dato atto il presidente della Repubblica francese François Macron nel suo discorso tenuto in occasione del 250° anniversario della fondazione del Grand Orient de France: «Tutti sanno che nelle vostre Logge la parola è gerarchizzata, strutturata, organizzata. Legittimata da un lento e paziente lavoro del pensiero, dell’ ascolto e della condivisione. Ed è così che si conduce la ricerca della verità». Sia detto giusto per inciso: ascolteremo mai un discorso simile da un’autorità politica italiana? Macron ha ragione nel ricordare che la parola è un prezioso strumento per la ricerca della verità. Ce l’avevano insegnato i Greci. Perché noi siamo figli del logos (λόγος) greco. Il λόγος, per i greci, inizialmente è la parola, il racconto, la numerazione, la scelta, il suono. Ma successivamente il suo significato si dipana nella storia e nella cultura. Esso diviene stima, apprezzamento, relazione, proporzione, misura, ragion d’essere, causa, spiegazione, frase, enunciato, definizione, argomento, ragionamento. E infine logica, cioè Ragione. La parola, per la nostra civiltà è il seme da cui origina l’albero della Ragione.

La parola che cambia

Ma se la civiltà greca ci ricorda che dalla parola nasce la ragione, è la tradizione ebraica che ci fa riflettere sul fatto che la parola non è mai astratta, anzi. La parola è qualcosa di molto concreto, performativo, che cambia tangibilmente la realtà e la vita delle persone. La parola crea. E su questo dovrebbero riflettere coloro che usano la parola con la stessa leggerezza con cui si maneggia un rasoio, pensando di avere in mano un pennello. Il concetto originario di parola come equilibrio tra pensiero e azione è conservato nell’arcaico significato della parola ebraica Davar. Il Davar, come ci spiega Moni Ovadia nel suo Vai a Te stesso, indica la parola ma, contemporaneamente la materia, la potenza generatrice, capace di produrre o modificare cose ed eventi. Avarà ve Devarà: mentre parlo creo. Questa frase, che spiega tanto del senso ebraico della parola, si è conservata attraverso i millenni, nella storpiatura dell’abracadabra: la formula magica pronunciata dall’illusionista che finge, con la parola, di materializzare un coniglio o una colomba. La potenza generatrice della parola è ricordata in un’altra formula magica, ricorrente nel gergo di giocolieri, maghi da strada e nei giochi dei bambini, soprattutto nel mondo anglosassone: Hocus Pocus. Per il teologo anglicano John Tillotson la sua radice sarebbe una frase latina: hoc est corpus, la parola genera materia, genera un corpo. «Quando una parola è stata dissigillata dalle tue labbra tu sei responsabile per gli effetti che essa causa» ricorda Moni Ovadia. Perché le parole, i nomi, hanno sempre una consistenza, una concretezza. In greco Onoma (ὄνομα) significa nome ma anche persona. Il nome non si può pronunciare liberamente. Si pronuncia solo quello della persona amata. Perché pronunciare un nome significa rivelarlo: denominare, per gli antichi, significava esercitare un dominio. Per questo il nome della divinità è impronunciabile. Gianrico Carofiglio nel suo La manomissione delle parole, ci ricorda che, nel Faust di Goethe, il dottor Faust sperimenta diverse traduzioni dell’incipit del Vangelo di Giovanni. Così, In principio era la Parola diventa in questo inquietante gioco intellettuale, In principio era il Pensiero, poi l’Energia, infine l’Azione. Sì, perché la parola è un delicato equilibrio tra pensiero (come ci ha insegnato la cultura Greca) e azione (come ci ha insegnato la cultura ebraica). Il primo senza il secondo diventa inutile astrazione, il secondo senza il primo porta alla cieca brutalità. Non è un caso che Johann Wolfgang von Goethe fosse un Massone. O, meglio, un Libero

Paolo Maggi

Il numero 5 di Officinae è disponibile per la lettura online a questo indirizzo: https://www.granloggia.it/officinae-2025-nr-5/

Pubblicato in: Riti, simboli, linguaggi
Tags: Azione, Comunicazione, Etica, filosofia, linguaggio, Logos, parola, pensiero

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