
Per parlare del significato intrinseco e profondo della parola è necessario approfondire i concetti di significato e di significante e, di conseguenza, di forma e sostanza. In filosofia, secondo la definizione data dai vocabolari, la forma è «ciò che ci permette di capire la struttura interna di un oggetto, di cui rappresenta una semplificazione percepibile”, oppure, in geometria, “l’aspetto esteriore di un oggetto, determinato dalla superficie e dalle linee che ne segnano il contorno». La forma è rappresentata anche dai modelli linguistici, dalle parole in se stesse. Tuttavia, le categorie linguistiche sono tipi di modelli cognitivi, perché i nomi che noi attribuiamo a ciò che ci circonda e a ciò che pensiamo sono fondamentali per comunicare e permettere al nostro intelletto di evolvere.
Gli schemi-immagine sono strutture formulate dalla mente nei processi cognitivi e rappresentano delle concettualizzazioni degli spazi intorno all’essere umano, come l’immagine del recipiente che ha un dentro o un fuori; l’immagine dell’origine, del percorso e della destinazione; l’immagine del movimento, come la velocità o la lentezza, e l’immagine delle forze che spostano gli oggetti. L’ancoraggio agli elementi immaginativi pre-concettuali ci dà la possibilità di affermare che la conoscenza diventa così “incarnata”, cioè la sostanza può assumere un’esistenza in quanto prende forma. Ciò significa che «l’indifferenza sta all’essere umano come l’acido sta alla sostanza», e cioè la non comprensione da parte dell’uomo dei propri pensieri e delle proprie azioni, o, peggio, un’indifferenza radicata, un sonnambulismo costante, agiscono corrosivamente sulla sua sostanza, deteriorandola.
La Gestalt, il Rituale, la dialettica forma sostanza
Ciò introduce il concetto di Gestalt, che indica la nozione di forma, schema e rappresentazione. In genere, una Gestalt è qualcosa di più della somma esatta delle sue singole parti. Ecco quindi che nel momento in cui l’essere umano, nella sua apparente frammentazione, riesce tuttavia a compiere un percorso di conciliazione e sublimazione, otterrà un risultato che oltrepassa la mera sommatoria delle sue potenzialità. Perché avvenga questo processo trasmutativo è fondamentale l’esperienza formativa che ciascuno di noi vive intimamente e all’atto pratico, ricostruendo e riorganizzando quindi l’esperienza sul piano rituale, affinché questa dialoghi e influenzi il piano interiore e spirituale. Il Rituale è ciò che maggiormente incarna il duplice aspetto di forma e sostanza.
La meccanica degli atti compiuti non è sufficiente, da sola, alla realizzazione dell’aspirazione intrinseca al perfezionamento, essa necessita di una attitudine sostanziale che riveli l’anelito al raggiungimento dell’equilibrio interiore. Un’esistenza profana costellata da idee distruttive, da squilibri interiori, da posizioni che siano in conflitto con il percorso cui si è aspirato di accedere, da una sensazione di scissione, non sono un buon viatico. Ne discende un aspetto imprescindibile legato al perché l’Apprendista abbia il “privilegio” del silenzio, mentre gli Iniziati di maggiore esperienza abbiano una grossa responsabilità nell’uso della parola, che può essere utilizzata sia come arma che come strumento di crescita e di sublimazione del pensiero, al fine di arricchire il proprio e l’altrui spirito. La tendenza, soprattutto nei tempi più recenti, è quella di una dicotomia preoccupante fra ciò di cui si parla continuamente, riempiendosi la bocca con principi roboanti e sublimi, e gli atti, spesso così profani da porre in discussione tutto ciò su cui si basano secoli, per non dire millenni, di aspirazione dell’uomo a migliorarsi.
Logos e Pathos
La parola, dunque, è il fulcro di quanto detto finora, è ciò che crea un ponte fra Logos e Pathos, ove quest’ultimo rappresenta la dimensione emotiva e intuitiva e il primo qualcosa di assai più complesso della sola ragione, discorso o, come comunemente e riduttivamente ritenuto, verbum, cioè parola. La manifestazione del Logos si pone al centro di tutte le cose, in quell’istante in cui viene proferita la parola divina, la quale si sviluppa a partire dalla manifestazione di un pensiero creativo che si trasforma in suono generatore, dando origine allo spazio e al tempo che, se intesi in senso letterale, riguardano evidentemente il mondo sensibile, l’unico soggetto a tali categorizzazioni. Se, tuttavia, estendiamo il nostro punto di vista, potremo comprendere come tali concetti si leghino anche all’ordine sovrasensibile, ove spazio e tempo non mantengono che un significato puramente simbolico. In testi come lo Zohar e il Talmud, così come per filosofi come Clemente Alessandrino, il tempo è legato a una ciclicità correlata a un aspetto numerico sacro. In un certo qual modo, un utilizzo errato della parola corrisponde all’errore di gestire l’eternità con i parametri del tempo invece di gestire il tempo con i parametri dell’eternità, cioè qualcosa di molto simile a privilegiare la forma deprivandola della sostanza.
Anna Checcoli
Bibliografia M. Albano, Modelli, testi, processi: uno studio cognitivo delessicalizzate e d’invenzione, Tesi, Dipartimento di Scienze Umanistiche, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università degli studi di Palermo. C. Von Ehrenfels, Qualità gestaltiche in N. Stucchi, Forma ed esperienza, Milano, Angeli, 1984, pp. 40-74
