
Arthur Schopenhauer determina una svolta senza precedenti nella filosofia occidentale. Da Cartesio a Kant il pensiero filosofico si era svolto secondo una linea che semplicisticamente potremmo definire razionale. La sua concezione è fondata sull’esistenza di un unico principio metafisico, la “Voluntas”, cioè una forza, un’energia oscura, maligna, da cui avrebbe avuto origine il mondo fenomenico. La Voluntas (la Volontà), è eterna, incorruttibile, alfa e omega, principio e fine. Questa entità è però in sé stessa energia di negazione, forza rivolta incessantemente al male e alla distruzione spinta da un appetito primordiale estremamente vorace e aggressivo.
Il profilo della “Voluntas”
La Voluntas, è generata da un inesauribile desiderio. Tale Volontà primordiale non può, però, esaurirsi in sé stessa, ma deve estroflettersi ed essendo immateriale deve produrre qualcosa di materiale per poter esercitare la sua energia distruttiva. Questo mondo materiale, generato dalla Voluntas, è la rappresentazione, vale a dire tutto ciò che è fenomeno, ed è percepibile dai sensi. Il mondo insomma. Esistono più livelli: la natura minerale, i regni vegetale e animale e infine gli uomini. Il mondo inanimato, partecipe del moto di distruzione innescato dalla Voluntas, è destinato a soffrire, ma ne è inconsapevole. Un livello superiore è rappresentato dal mondo vegetale. Un gradino più in alto ancora è occupato dagli animali, che avvertono gli stimoli che producono dolore.
Chi soffre più di tutti è l’uomo, perché è cosciente di soffrire. In questo vortice ininterrotto di sofferenza, cioè la rappresentazione, che racchiude in sé tutte le forme dell’esistenza, non esiste razionalità alcuna. L’unico essere cosciente, l’uomo, per difendersi e sopravvivere, ha a disposizione dei mezzi, che potranno in lui suscitare delle illusioni e tenerlo abbarbicato alla vita. Il compendio di questi rimedi è rappresentato dalla “Noluntas” (la Non-Volontà). Bisogna uccidere in noi quel meccanismo perverso che ci spinge a desiderare qualcosa, che, una volta ottenuta, viene ripudiata nella ricerca di qualche altra cosa; e così all’infinito. Tra questi rimedi, per innescare la Non Volontà che può farci sopravvivere, c’è l’arte, nelle sue varie forme. Insomma, l’unica fonte di salvezza è il Non- volere, uccidere in noi ogni desiderio. L’arte, quale contemplazione disinteressata di ciò che chiamiamo bellezza, serve egregiamente a questo scopo.
La centralità del linguaggio
Schopenhauer afferma che se noi potessimo esprimere verbalmente, mediante concetti, ciò che la musica esprime per mezzo dei suoni, saremmo in possesso della vera filosofia. Il filosofo mette in risalto la superiorità del “linguaggio” musicale rispetto al linguaggio verbale: il primo, infatti è idoneo a esprimere l’inattingibile, l’inesprimibile, l’ineffabile, proprio perché appartiene a un altro mondo, quello delle pure astrazioni, del totale distacco dalla realtà fenomenica; il secondo, invece, riesce a rendere soltanto l’ombra di quel mondo ideale che è poi il vero mondo, costituito da principi e fondamenti, e che è oggetto di studio della metafisica.
Se dunque la musica ha radici metafisiche, il filosofo che aspira a conoscere queste radici si trova assai vicino al musicista, che coglie l’essenza del reale, o almeno si avvicina a essa, esprimendosi per mezzo di puri suoni non traducibile in parole. Per Schopenhauer la musica è un’arte terribilmente seria: in essa non vi è spazio per il riso, il sorriso, lo scherzo, la comicità. Affermazioni del genere possono risultare strane in un filosofo che apprezza Rossini, considerato da sempre il prototipo del musicista giocoso e gioioso. Viceversa, Schopenhauer riserva parole tremende a un genio della musica come Haydn, specialmente per aver composto la “Creazione”!
La colpa di Haydn consiste nell’aver voluto rivestire di note la rappresentazione, di natura iconica, di fenomeni, per quanto grandiosi. Il sorgere dell’universo dal nulla viene espresso da Haydn tentando di “descrivere” quell’immensa visione con una musica rappresentativa e descrittiva e aveva così finito per degradarla e svilirla. La sua ammirazione per Rossini, invece, sta nel fatto che egli non lo considera “operista” ma musicista puro. In altri termini, se togliessimo alle musiche rossiniane i personaggi, le trame, le ambientazioni, lasciando solo la musica, questa musica esprimerebbe valori universali. Schopenhauer, pur essendo ateo convinto, deplora la mancanza di musica da chiesa nella produzione più recente e auspica a “coltivare quest’arte” che egli chiama “sacra” e che ha il potere di avvicinare l’animo all’assoluto.
Rita Cammarano
