
L’Officina della Parola Il principio è quello del movimento, dell’andare verso qualcosa o, più precisamente, dentro qualcosa: l’iniziazione, secondo la scienza della parola e gli studiosi che nel tempo se ne sono occupati, non ammette l’immobilità dell’essere, non è un che di statico né può essere rappresentata come un titolo che si acquisisce passivamente. Il sostantivo cui dobbiamo risalire per averne cognizione è initiātĭo, è di pretta ed evidente derivazione latina, è un deverbale, essendosi formato da initiāre e, già nell’epoca classica, aveva il significato di «atto di essere cooptati nella partecipazione ai misteri o riti sacri» [μύησις (mýēsis): Forcellini, 1761 (1771)] oltre a quello di cominciamento.
Il Verbo d’origine, tuttavia, ovverosia quello dalla cui morfologia s’è generato initiāre, è inīre (entrare, incominciare, dare inizio a un’attività), composto, a propria volta, dal prefisso in- e dalla base lessicale -ire (Nocentini & Parenti, 2010). Osservando attentamente proprio questa base lessicale, che nella latinità classica costituiva il Verbo di movimento per eccellenza (ĕo, is, ii, itum, ire), si può comprendere agevolmente come il nucleo semantico dell’iniziazione sia espresso pienamente e limpidamente dall’idea di un procedere orientato, di un passaggio da uno stato all’altro, di un ingresso in una nuova sfera di esperienza. In tal modo, l’insieme inīre-initiāre-initiātio conserva, stratificato nella propria storia morfologica, il valore di un percorso da compiere e di una soglia da oltrepassare.
Nel ‘delirante’ libro XI delle Metamorfosi, il protagonista Lucio, cui spesso si sovrappone lo stesso io narrante di Apuleio, dopo molte vicissitudini vissute nella forma di asino, torna finalmente umano per intercessione della dea Iside e viene iniziato ai suoi misteri (Takács, 2008). Il racconto dell’iniziazione religiosa è dettagliato e solenne; Apuleio descrive allusivamente i riti segreti che portano Lucio alla trasformazione e alla salvezza spirituale, sottolineando spesso l’impossibilità di rivelare i dettagli delle cerimonie iniziatiche: «Ecco! Ti ho riferito cose, che, anche dopo averle udite, per te debbon restare mistero» (p. 655); «Perciò voglio ora narrarti solamente ciò che si può confidare senza sacrilegio all’intelletto dei profani» (Ibid.) scrive, ribadendo il carattere ineffabile di quanto il prota gonista ha vissuto. A ogni modo, tra le righe si può individuare un rituale che sembra riflettere i culti misterici greco-egizi e che si esplicava in purificazioni, digiuni, offerte, vestizione sacra, accompagnamento da parte dei sacerdoti (gli ierofanti), discesa simbolica agli inferi, rinascita, visione della divinità e revelatio salvifica [Lucio riferisce: «…calcata la soglia di Proserpina… vidi il sole che splendeva di limpida luce» (Ibid.)].

Al culmine dell’opera iniziatica, si delinea una vita rinnovata al servizio del culto di Iside. Sul Grande Dizionario della Lingua Italiana, a proposito del lemma iniziazione, si legge, tra le altre definizioni, «Atto o serie di atti o di cerimonie con cui qualcuno è ammesso alla conoscenza di segreti sacri o di dottrine occulte o alla partecipazione a riti esoterici, a culti misteriosofici (…)». La definizione è ineccepibile; d’altronde, non oseremmo neppure lontanamente revocare in dubbio il monumentale lavoro di Battaglia (1961-2002). Però, rimane irrisolta una questione di ordine dialettico che ci pare ineludibile. Già nell’orizzonte latino più antico, il lessico dell’ammissione rituale rimanda in modo strutturale alla sfera del mystērĭum: non solo perché la tradizione lo colloca con precisione nel dominio dei culti riservati, ma anche perché la stessa idea di accesso che esso presuppone implica un attraversamento verso ciò che è sottratto allo sguardo comune. È dunque del tutto coerente che Apuleio inscriva l’esperienza di Lucio entro un regime di reticenza obbligata, nel quale la narrazione deve arrestarsi dinanzi ai contenuti più profondi della rivelazione. Senza questo riferimento alla dimensione arcana, il lemma risulterebbe concettualmente incompiuto. Diventa inevitabile, allora, interrogarsi sul termine che, più di ogni altro, delimita l’orizzonte semantico entro cui l’iniziazione prende forma: mystērĭum. La voce greca da cui proviene, μυστήριον (mystḗrion) non è un semplice tecnicismo cultuale; al contrario, è l’esito di una lunga sedimentazione linguistica che riconduce all’atto elementare del chiudere, gesto che il Verbo μύω (mýō, sono chiuso, serro gli occhi o chiudo la bocca) esprime con immediatezza. La chiusura degli occhi o della bocca, prima ancora di costituire un simbolo, istituisce una condizione preli minare, il segno di un sapere che non si espone, richiede discrezione, vive nella tensione tra rivelazione e interdizione (Murphy, 2008).
Mormorare, ovvero la parola sospesa
La traccia remota di questa relazione tra l’interdizione sensoriale e la sospensione della parola si trova nella radice indoeuropea *mu-, che significa mormorare, muggire (Pokorny, 2007). Gli studi comparativi concordano nel descrivere *mu- come la formalizzazione linguistica di una emissione vocale ridotta al minimo: un suono trattenuto, prodotto a bocca parzialmente chiusa, che non si dispiega in articolazione compiuta. Dal punto di vista fonomorfologico, ci troviamo di fronte a un monosillabo che non rappresenta un’unità fonica pienamente sviluppata; la sua struttura bilabiale, unita alla presenza di una vocale chiusa, suggerisce un’emissione che resta sul limite del dicibile, quasi un residuo pre-articolatorio collocato prima – o al margine – del processo che conduce alla formazione del segno linguistico. Il valore scientifico di questo dato risiede nella sua costanza: la radice *mu- ricorre in più lingue indoeuropee come imitazione di un suono indistinto, talvolta lamentoso (Cfr. Chantraine, 1968), talaltra appena accennato, ma comunque sempre contraddistinto da un trattenimento dell’aria e da un movimento degli organi fonatori che preclude la piena apertura della bocca. Così, mentre iniziazione descrive il processo di accesso progressivo, mistero definisce ciò che si situa oltre il limite, ciò che non può essere divulgato senza tradire la propria natura: l’iniziazione tende verso il mistero come verso il proprio compimento naturale.
Francesco Mercadante
Bibliografia minima essenziale
- Apuleio, Metamorfosi o Asino d’oro, a cura e traduzione di G. Augello, testo latino a fronte, Torino, UTET, 1988.
- Battaglia S., GDLI. Grande dizionario della lingua italiana, Torino, UTET, 1961–2002, voll. 1–21.
- Chantraine P., Dictionnaire étymologique de la langue grecque, Parigi, Klincksieck, 1968.
- Forcellini E., Totius latinitatis lexicon, Typis Seminarii, 1771 (ed. orig. 1761).
- Murphy W. P., “Geometry and Grammar of Mystery: Ancient Mystery Religions and West African Secret Societies”, in Electronic Antiquity, 12(1), 2008.
- Nocentini A., Parenti A., Vocabolario etimologico della lingua italiana, Firenze, Le Monnier, 2010.
- Pokorny J., Proto-Indo-European Etymological Dictionary, edizione digitale a cura di Indo-European Language Revival Association & Associazione Dnghu, 2007.
- Takács S. A., “Initiations and Mysteries in Apuleius’ Metamorphoses”, in Electronic Antiquity, 12(1), 2008.
