
Voci di Sorellanza: Un Cammino di Coraggio e di Progresso, questo il titolo della rappresentazione che è stata organizzata dal Centro Sociologico Italiano (delegazione Novara) in collaborazione con l’Assessorato all’Istruzione, alle Pari Opportunità e alla Gentilezza del Comune di Novara, che si è tenuta lo scorso 8 marzo, presso lo storico Salone Arengo del Broletto di Novara. La ricerca testuale e filologica è stata curata da Silvana Bartoli, docente di Storia delle donne all’UTE- Lions Club Ticino Torre del Basto ETS. Abbiamo chiesto a Beppe Ruga di spiegare ai lettori di Officinae il significato di questa iniziativa.
Memoria e futuro si sono date la mano nello spettacolo che avete costruito ispirandovi a un dramma senza tempo, vissuto nell’antichità dall’eroina di Sofocle, che afferma la forza delle leggi “non scritte”, sfidando le norme e le convenzioni, ossificate dalla tradizione. Come nasce Voci di Sorellanza?
Le origini del nostro percorso stanno in una riflessione di gruppo sul persistere di modelli patriarcali nel nostro vivere quotidiano, riflessione fatta da donne e uomini che vedono le storture e i danni provocati da quei modelli. La prima uscita pubblica, adattata anche alle esigenze dell’Assessorato novarese che ha voluto dare visibilità al nostro percorso, ha puntato lo sguardo sull’importanza che l’istruzione ha avuto nel cammino di emancipazione femminile; in nessun momento si può dimenticare quanto la consapevolezza di sé acquisita da molte donne sia derivata dalla cultura. Leggere & Scrivere, alle radici del progresso femminile: le radici del presente sono nell’Ottocento, che è il secolo in cui si comincia a demolire la cittadinanza asimmetrica. La presenza a questo convegno di una donna titolare dell’Assessorato al Commercio e di giovani imprenditrici dà la misura del cammino compiuto.
Saremo chiamati a partecipare a una terza edizione di Voci di Sorellanza?
Sicuramente. Stiamo lavorando in tal senso con Silvana Bartoli. Il nostro racconto avrà altre tappe, altri momenti. Vogliamo fare tesoro di una frase di Cristina Trivulzio:
“Vogliano le donne felici dei tempi a venire rivolgere qualche volta il pensiero a quelle che aprirono loro la strada alla sognata felicità.”
Lo scorso 8 marzo abbiamo parlato soprattutto di donne novaresi, che si sono fatte imprenditrici di sé stesse nel costruire l’accesso all’istruzione, donne poco note ma che rappresentano le radici locali del cammino che si è chiuso con Caterina Faraggiana, con il capitolo a lei dedicato Scrivere con la luce, che abbiamo ripreso il 18 maggio in occasione del Salone del Libro di Torino, dove siamo stati chiamati dalla Regione Piemonte a rilanciare il messaggio e l’esperienza del Broletto. Giusto ricordare, a questo proposito, che Caterina (siamo agli inizi del Novecento) era appassionata di fotografia e ha raccontato sé stessa, la famiglia e il proprio mondo grazie alla fotografia; con le sue Scritture di luce ci ha lasciato pregevoli testimonianze di quotidianità.
A che punto siamo sul difficile terreno del riconoscimento di una sostanziale parità tra uomo e donna?
Rispondo citando una frase della Montessori, che abbiamo richiamato nell’edizione dello scorso anno:
“Siamo donne nuove, nel senso vero e mirabile della parola: donne che lavorano al progresso sociale, che contribuiscono all’universale benessere, che si ergono – metà cosciente e forte dell’umanità – a offrire l’opera loro all’altra metà umana per unirsi a completare il benessere comune.”
In realtà le donne sono sempre state così, ma ora devono trovare la voce e il coraggio per dirlo. Nessuna tradizione merita rispetto se giustifica la violenza contro metà della popolazione. I diritti delle donne sono diritti umani. Ogni anno ricorrenze come l’8 marzo ci offrono la possibilità di guardare il cammino percorso, di tracciare un bilancio.
La denominazione ufficiale è festa delle donne, anche se purtroppo dobbiamo constatare che ci sono ancora molti, troppi luoghi, in cui alle donne si fa la festa, non esattamente in senso positivo. L’Assessorato alla Cultura della Regione Piemonte, oggi guidato da una donna, ci offre l’opportunità di ricordare un cammino che dobbiamo sentire alle nostre spalle come forza contro ogni tipo di violenza. Abbiamo parlato di Antigone, che osò prendere parola pubblica in un mondo che alle donne assegnava il silenzio e l’oblio; morire di parto era l’unica evenienza che consentiva il ricordo di un nome femminile.
Nella contemporaneità “moderne” Antigoni sollecitano ancora la nostra coscienza?
Con altri volti e altri abiti, Antigone è ricomparsa in ogni secolo contro le discriminazioni razziali, contro le intolleranze religiose, per sostenere le richieste di giustizia. Nessun relativismo culturale può indurre le donne ad accettare modelli femminili fondati sulla sudditanza a un patriarcato tossico. A qualunque latitudine, nessun rispetto per le tradizioni può giustificare la violenza contro le donne; ma quando ciò accade, dobbiamo alzare la voce, dobbiamo alzarci in piedi…
Voci maschili e voci femminili si sono incrociate nel nostro racconto e vogliono continuare a farlo, perché l’umanità è fatta di uomini e di donne. Per questo, evocando Antigone, abbiamo posto l’attenzione sull’obbedienza che non è una virtù quando viene imposta in nome di tradizioni sempre fondate sulla subalternità femminile.
Il prossimo passo vorrebbe guardare con più attenzione all’eredità, ancora evidente, dei modelli patriarcali sopra ricordati, un’eredità che sarebbe da buttare ma che dobbiamo ben conoscere.
I valori massonici come vanno vissuti e comunicati nel mondo di oggi?
Uno dei principi fondanti del percorso massonico è la ricerca della verità. Questa è anche l’ambizione primaria della nostra ricerca storica, un cammino mai finito, benché cominciato molto tempo fa, che dobbiamo comunicare e condividere con gli altri. La verità come ricerca è un viaggio in cui la meta non è tanto possedere una verità definitiva, ma mantenersi sereni e curiosi, sentendoci invitati a una continua esplorazione e al confronto con l’ignoto, permettendoci di crescere, imparare e sviluppare una comprensione più profonda della nostra esistenza.
Anche quando si decide di trattare argomenti “scomodi”, il desiderio di condivisione, la sfida alla superficialità o all’indifferenza non deve allentare il nostro desiderio ed entusiasmo di camminare nel mondo cercando di testimoniare che il bene non è termine astratto e impalpabile, ma un valore visibile nel tortuoso e accidentato percorso della storia.
Massimiliano Cannata


