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Nel contesto del dibattito filosofico sull’origine e lo sviluppo del concetto di tolleranza, la Libera Muratoria del XVIII secolo offre un osservatorio privilegiato per comprendere come tale principio sia divenuto uno dei cardini del pensiero moderno. Già nelle Costituzioni di James Anderson, considerate tra i documenti fondativi della Massoneria speculativa, emerge l’idea che essa possa costituire un “Centro di Unione” capace di favorire l’incontro fra uomini di diversa estrazione religiosa, politica e culturale: «[…] essere uomini buoni e sinceri o uomini di onore e di onestà, quali che siano le denominazioni o le persuasioni che li possono distinguere; per cui la Muratoria diviene il Centro di Unione, e il mezzo per conciliare sincera amicizia fra persone che sarebbero rimaste perpetuamente distanti.» L’espressione di Anderson sottolinea il superamento di barriere confessionali e ideologiche, mettendo in risalto il ruolo cruciale delle qualità morali e dell’onestà individuale nella costruzione di una fraternità autentica. In questa prospettiva, la tolleranza non si limita alla sfera religiosa, ma si configura come una virtù civile essenziale, funzionale alla convivenza fra differenti visioni del mondo. La riflessione filosofico-politica sulla tolleranza emerge storicamente in un contesto segnato da fratture confessionali e tensioni istituzionali, delineando dapprima una difesa della libertà di coscienza rispetto all’ingerenza religiosa e solo in seguito un paradigma sempre più inclusivo e aperto al confronto plurale. Uno dei primi momenti salienti si situa nell’Olanda del XVII secolo, dove Baruch Spinoza (1670) sottolinea la necessità di sottrarre la sfera politica all’onnipresente pressione dell’autorità ecclesiastica. L’insistenza spinoziana nel Trattato teologico-politico sul garantire ai cittadini la libertà di giudizio mira non solo a disinnescare conflitti dogmatici, ma a fondare una stabilità statale imperniata sul riconoscimento reciproco. In questo quadro, la tolleranza non è un cedimento, bensì un criterio razionale di coesione: secondo tale prospettiva, contenere la violenza confessionale mediante la libera circolazione delle idee diviene strategia essenziale per prevenire la degradazione del tessuto sociale. In Inghilterra, a ridosso del clima post-rivoluzionario, John Locke (1689) conferisce alla riflessione sulla tolleranza una configurazione teorica più nitida, distinguendo nettamente la sfera civile da quella religiosa. La sua Epistola sulla tolleranza insiste sull’impossibilità di imporre dall’esterno credenze di fede, poiché le convinzioni spirituali sorgono da una dimensione interiore non coercibile. Da questa impostazione prende forma un liberalismo politico che ridefinisce i confini dell’autorità statale, promuovendo una neutralità istituzionale sensibile al pluralismo religioso. Sebbene l’accento lockeano rimanga ancorato al versante confessionale, si intravedono già i prodromi di una concezione più ampia, in cui la tolleranza prelude alla legittimazione di un repertorio sempre più vasto di differenze.

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Il secolo dei Lumi
La fase illuministica, rappresentata emblematicamente da Voltaire (1763), radicalizza ulteriormente il dibattito. In un contesto segnato dalla lotta contro il fanatismo e la superstizione, il Trattato sulla tolleranza evidenzia come la convivenza pacifica non possa prescindere da un confronto intellettuale fondato sulla ragione. Tuttavia, la proposta voltairiana, seppur orientata verso un ideale universalistico, rischia di tradursi in una normalizzazione dell’alterità entro una “religione naturale” depurata da dogmi irrazionali. Tale inclinazione evidenzia una tensione interna: la tolleranza, pur aspirando a contenere il fanatismo, potrebbe involontariamente ricadere in una forma di riduzionismo, limitando il valore dell’autentica pluralità. Con John Stuart Mill (1859), la tolleranza si amplia oltre l’orizzonte religioso, includendo la libertà di opinione come veicolo indispensabile di progresso. In On Liberty, la circolazione delle idee, anche quando scomode o errate, diviene il fulcro di una dinamica creativa attraverso cui la società affina le proprie conoscenze. La tolleranza, per Mill, costituisce un meccanismo di selezione critica e un antidoto alla tirannia della maggioranza, garantendo all’individuo la possibilità di esprimere la propria originalità e contribuire alla crescita Godfrey Kneller, Ritratto del filosofo inglese John Locke, 1697. collettiva. Da virtù legata principalmente alla sfera confessionale, essa diventa così una qualità strutturale della convivenza civile e intellettuale.
La contemporaneità
Nella contemporaneità, la riflessione sulla tolleranza acquisisce una complessità inedita, confrontandosi con pluralismi non più esclusivamente religiosi, ma anche culturali, etnici e identitari. John Rawls elabora l’idea di un consenso per intersezione, in cui individui con dottrine comprensive differenti condividono principi di giustizia comuni, pur mantenendo visioni contrastanti sul bene. Tuttavia, come segnala Maria Laura Lanzillo (2001), la pretesa di neutralità liberale rischia di celare rapporti asimmetrici, privilegiando inconsapevolmente i valori dei gruppi dominanti. Salvatore Veca (2006) insiste allora sulla necessità di rinegoziare la tolleranza come virtù politica dinamica, rifuggendo la sterile neutralità e il relativismo indifferente, e mirando invece a un riconoscimento effettivo delle differenze. Questa esigenza di riconsiderare criticamente il concetto emerge con forza nell’opera di Herbert Marcuse (1968), secondo cui la “tolleranza repressiva” rischia di legittimare forme di potere autoritarie. Senza un filtro normativo che orienti l’applicazione della tolleranza, si potrebbe infatti favorire la diffusione di ideologie illiberali, svuotando di significato la stessa idea di libertà. Susan Mendus (2002) e Charles Taylor (1998) mostrano poi come la tolleranza, nel contesto multiculturale, divenga un tema non riducibile a mera sopportazione dell’altro, bensì una pratica di riconoscimento e legittimazione delle identità multiple. Michael Walzer (2000) offre una prospettiva storica che rivela la pluralità dei modelli di tolleranza, suggerendo che non esiste un’unica via percorribile, mentre Jürgen Habermas (1998) propone spazi di dialogo inclusivi, in cui procedure partecipative e deliberative costruiscono una neutralità sostanziale. La luce dissipa l’oscurità dell’ignoranza, rende visibili i contorni della realtà e guida l’intelletto umano verso la comprensione razionale del mondo. Questa metafora si estende dalla dimensione epistemologica a quella etica e sociale: conoscere l’altro, le sue credenze, le sue tradizioni, significa infatti illuminarne l’alterità, portandola fuori dal buio di un pregiudizio che ne impediva la corretta percezione. In tal senso, la tolleranza diviene una sorta di “illuminazione” etica, un processo grazie al quale si dissolve la nebbia delle incomprensioni e si apre uno spazio di convivenza, reciproco rispetto e riconoscimento dei molteplici orizzonti di senso.
Il contesto massonico
Nel contesto massonico, con il Solstizio, il passaggio da una fase di minore luminosità a una di crescente chiarore non è soltanto un fenomeno naturale, ma diviene un invito a un percorso di crescita interiore. Il Massone, celebrando il Solstizio, riflette sul valore della luce come conoscenza e come guida verso la tolleranza. Nel suo cammino, la luce non è un dato fisso, ma un traguardo da conquistare e riconquistare, proprio come la tolleranza non è uno stato definitivo, bensì un esercizio continuo di apertura e dialogo. La comprensione dell’altro, sostenuta dalla conoscenza, diviene così un atto di illuminazione etico-intellettuale che prepara il terreno a una società più inclusiva. La ritualità solstiziale, dunque, attualizza in forma simbolica quanto il pensiero filosofico e politico ha evidenziato: per costruire una convivenza pacifica occorre dissipare le tenebre dell’ignoranza e far penetrare la luce della ragione e della comprensione, poiché solo se davvero conosciamo l’altro possiamo superare i pregiudizi e sviluppare una tolleranza autentica.
Lele Atico
Bibliografia
- J. Habermas, Lotta di riconoscimento nello stato democratico di diritto, in J. Habermas e C. Taylor, Multiculturalismo. Lotte per il riconoscimento, Milano, Feltrinelli, 1998, pp. 63-100.
- M. L. Lanzillo, Tolleranza, Bologna, Il Mulino, 2001.
- J. Locke, A Letter Concerning Toleration, ed. J. Tully, Hackett Publishing, 1980 (ed. orig. 1689).
- H. Marcuse, La tolleranza repressiva, in R. P. Wolff, B. Moore Jr. e H. Marcuse, Critica della tolleranza, Torino, Einaudi, 1968, pp. 81-117.
- S. Mendus, La tolleranza e i limiti del liberalismo, Napoli, Giuffrè, 2002.
- J. S. Mill, Saggio sulla libertà, Il Saggiatore, 2014 (ed. orig. 1859).
- J. Rawls, Liberalismo politico, Torino, Edizioni di Comunità, 1994.
- B. Spinoza, Trattato teologico-politico (a cura di A. Droetto e E. Giancotti Boscherini), Torino, Einaudi, 2007.
- C. Taylor, La politica del riconoscimento, in J. Habermas e C. Taylor, Multiculturalismo. Lotte per il riconoscimento, Milano, Feltrinelli, 1998, pp. 11-62.
- S. Veca, Dell’incertezza. Tre meditazioni filosofiche, Milano, Feltrinelli, 2006.
- Voltaire, Trattato sulla tolleranza, Milano, Feltrinelli, 2014 (ed. orig. 1763).
- M. Walzer, Sulla tolleranza, Roma-Bari, Laterza, 2000.


