di Un Cerimoniere

di Giovanni di Stefano, 1488. CC 1.0
La figura di Ermete Trismegisto, leggendario autore del Corpus Hermeticum, ha affascinato studiosi e filosofi dall’antichità al Rinascimento, incarnando un ponte tra sapienza egizia e pensiero greco, tuttavia, è stato grazie al lavoro pionieristico di un domenicano, André-Jean Festugière (1898–1982), filologo e storico delle religioni francese, che l’ermetismo è stato riscoperto e rivalorizzato, anche attraverso la critica. Nel suo monumentale La Révélation d’Hermès Trismegistus (1944–1954), in quattro volumi Festugière attraverso uno studio vastissimo ridefinisce l’ermetismo non come un sistema filosofico unitario, bensì come un fenomeno culturale ed esoterico composito, radicato nel sincretismo religioso del tardo ellenismo. Festugière cerca di smontare l’immagine rinascimentale di Ermete come profeta pagano della philosophia perennis, mostrando come i testi ermetici riflettano invece una stratificazione di influenze (ovviamente non è affatto trascurabile da quale pulpito muova la sua analisi) e distingue due correnti: un ermetismo “alto”, più vicino al platonismo medio, e un ermetismo “popolare”, legato ad astrologia, alchimia e pratiche magico-religiose, e quest’ultimo, secondo lo studioso, rappresenta un profonda matrice del fenomeno, frutto anche di un’élite intellettuale, di ambienti colti, ma eterogenei, desiderosi di conciliare fede greco-egizia e ricerca della salvezza individuale. Centrali sono per Festugière il contesto egizio-ellenistico (II sec. a.C. – III sec. d.C.) e l’influsso del pensiero religioso orientale, l’Ermete greco-egizio incarna la fusione tra Thot, dio della scrittura, e l’Hermes psicopompo, mediando tra umano e divino in un’epoca di crisi spirituale. I trattati ermetici, redatti in greco, ma con temi egizi, riflettono una religiosità “diffusa”, lontana dall’ortodossia filosofica: l’accento non è sulla speculazione metafisica, ma sull’esperienza mistica, sull’ascesi e sulla gnosi come strumenti di rigenerazione.
L’ermetismo come “teosofia” pratica
Festugière contesta le letture “trionfalistiche” dell’ermetismo, come quella di Richard Reitzenstein, che vi vedeva una religione misterica autonoma, al contrario, sottolinea il carattere eclettico e pragmatico dei testi: l’obiettivo non è costruire un sistema coerente, ma offrire risposte esistenziali attraverso un linguaggio simbolico. La famosa definizione di Corpus Hermeticum come “filosofia rivelata” viene ridimensionata, per Festugière, si tratta piuttosto di una teosofia pratica, dove elementi platonici, stoici e giudaici si mescolano a rituali magici. Pur riconoscendo gli enormi meriti di Festugière, ovvero di aver studiato, riscoperto e riproposto l’ermetismo, studi successivi (es. Garth Fowden) hanno corretto alcuni aspetti delle sue conclusioni, e la sua separazione netta tra filosofia e religione è oggi considerata troppo rigida, così come l’opposizione tra Egitto e Grecia: l’ermetismo appare invece un prodotto ibrido, in cui tradizioni locali e globali si intrecciano e in parte ancora attuale, tuttavia, resta fondamentale la lezione metodologica: solo un’analisi filologica e storica, priva di pregiudizi romanticizzanti, può illuminare testi così enigmatici e eterni. Festugière ci ha insegnato a leggere l’ermetismo non come un monumento alla saggezza perduta, ma come uno specchio del sentire esoterico e delle speranze di un’epoca in transizione ancora attuali, dove la ricerca del divino assume forme plurali sempre umanamente significative.
Un Cerimoniere
Bibliografia.
A.-J. Festugière, La Révélation d’Hermès Trismegistus, 4 voll., Paris 1944–1954.
Id., Hermétisme et mystique païenne, Paris, 1967.
B.P. Copenhaver, Hermetica, Cambridge, 1992 (traduzione critica del Corpus).
G. Fowden, The Egyptian Hermes, Princeton, 1986.
W. Hanegraaff (a cura di), Dictionary of Gnosis and Western Esotericism, Leiden, 2006, voce “Ermetism”.


