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Gran Loggia d'Italia degli ALAM

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Massoneria di Rito Scozzese Antico e Accettato

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Elogio della Parola

Paolo Maggi · 4 Febbraio 2026

La parola non è mai innocente: può ferire o generare, separare o unire.
In un tempo che parla troppo e ascolta poco, Officinae dedica il suo ultimo numero alla responsabilità del dire e al valore iniziatico del silenzio. Un viaggio tra tradizione, linguaggio e coscienza, per restituire alla parola la sua forza creativa e il suo legame con l’azione.
Per chi crede che pensiero, etica e verità debbano tornare a camminare insieme.

Taglia più la lingua che la spada, dicevano i nostri nonni. Sì, le parole sono rasoi taglienti, pistole cariche, anche se da molto tempo non sembriamo più rendercene conto. La società attuale fa un uso volgare e irresponsabile della parola perché ne ha dimenticato il valore. La cultura libero muratoria, erede delle grandi tradizioni iniziatiche dell’antichità, al contrario, fa della parola un uso consapevole, un oggetto di studio attento, uno strumento di ricerca della verità. Come chiedevano le grandi tradizioni iniziatiche dell’antichità, ma anche le comunità monastiche, in Massoneria si entra rispettando la regola del silenzio. Perché educarci al silenzio vuol dire anche rieducarci al valore della parola, ad un suo uso saggio e responsabile. L’ipertrofia della parola ha spezzato molte chiavi che, un tempo, aprivano porte di comunicazione fra di noi, e dentro di noi. Dobbiamo ri-educarci a sentire la voce dell’altro, la voce che proviene dal nostro io profondo, dobbiamo riappropriarci del linguaggio delle immagini e delle emozioni. Perché l’uomo, si sa, non comunica solamente con la parola, ma anche con i gesti, con lo sguardo, con la postura. Anche il silenzio è una forma di comunicazione. Dedichiamo questo numero alla Parola.

Apre la riflessione sulla Parola l’articolo del Gran Maestro che prende spunto dal dibattito sviluppato nel convegno organizzato a Perugia dalla Gran Loggia d’Italia su “Tradizione: per il Libero Muratore e per l’uomo contemporaneo”, con la partecipazione di Marcello Veneziani. Il destino delle parole ci deve interrogare profondamente: Tradizione, Lavoro, Verità, Metodo sono parole su cui la cultura Libero Muratoria mantiene costantemente vivo lo studio e il dibattito, perché esse non sono vuoti contenitori, ma racchiudono un universo di storia, di cultura, di spiritualità. La società contemporanea sta diventando sempre più priva di memoria, ma dimenticare ciò che si è stati mette seriamente in discussione la possibilità, oggi, di essere.

A seguire, per la rubrica Primo Piano, Massimiliano Cannata ci parla di un importante iniziativa culturale realizzata a Firenze dalla Gran Loggia d’Italia: il convegno sulla figura di Pietro Leopoldo d’Asburgo Lorena, Granduca di Toscana che, primo nel mondo, abolì la pena di morte nel suo Stato. Di questo sovrano illuminato e della sua attualità hanno parlato il presidente dell’Associazione Amici del Museo Stibbert, Alessandro Del Taglia, gli storici Fulvio Conti e Marco Passeri, lo studioso della famiglia Medici Giovanni Cipriani, la giurista Maurizia Trapuzzano, Enrico Fantini, vicepresidente Nazionale della Conflavoro e Massimo Esposito, Delegato Magistrale della Regione Massonica della Toscana.

In una sua famosa poesia, I giusti, Borges dice che, tra le persone che stanno salvando il mondo, c’è chi scopre con piacere una etimologia. Prendendo spunto da un giudizio espresso dal nostro Gran Maestro sui termini Massone e Libero Muratore, chi vi scrive riflette sulla necessità di un approccio consapevole all’etimologia delle parole. La stessa Parola, nella nostra cultura ha due ben distinte radici: se per i Greci il logos, dopo un lungo percorso nella storia e nella cultura, si identifica con la logica, cioè con la ragione, il termine ebraico Davar, indica la parola ma, contemporaneamente la materia, la potenza generatrice, capace di produrre o modificare cose ed eventi. Perché la parola è un delicato equilibrio tra pensiero (come ci ha insegnato la cultura Greca) ed azione (come ci ha insegnato la cultura ebraica). Il primo senza il secondo diventa inutile astrazione, il secondo senza il primo porta alla cieca brutalità.

Luna Sicolo ripercorre la nascita della parola: all’inizio è flusso, vibrazione, emozione provata e comunicata. La parola nel tempo si struttura, diventa il fondamento della società, ma non perde mai la propria natura originaria di linguaggio che giunge da insondabili profondità del nostro Io. Ed anche per questo è ancora capace di attraversare, incidere, trasformare. La parola è sacra perché riproduce l’atto fondativo originario: la creazione avviene attraverso un verbo che precede la stessa nascita della luce. La tradizione massonica ricerca nella parola un’origine da riattraversare. Torna, ogni volta, a quel punto originario in cui parola, energia e vita coincidono.

Anna Checcoli analizza la parola nella sua essenza di significante ma anche di significato, perché la parola è la forma, l’immagine che noi diamo ad una determinata sostanza. Ma la parola non è un semplice contenitore esterno: è l’immagine che permette alla sostanza di incarnarsi, di esistere: se non esistessero le parole come contenitori, la nostra mente non avrebbe l’idea del loro contenuto, della loro sostanza. La parola assume il ruolo di un ponte tra ragione ed emozione, è il Logos inteso come legame, mediazione, è ciò che ci proietta in una dimensione sacra. È vero quello che sostenevano testi come lo Zohar e il Talmud: usare male la parola vuol dire gestire l’eternità con i parametri del tempo anziché gestire il tempo con i parametri dell’eternità, privilegiare la forma e rubare la sostanza.

Natale Ventrella si serve di una delle più belle pagine delle Sacre Scritture, la Lettera di Giacomo, per esplorare la parola insieme al suo indispensabile alter ego: il silenzio. Per Giacomo la lingua è una piccola scintilla capace di incendiare una grande foresta, o un timone che governa una grande nave”. E bisogna saper dominare questa nostra preziosa facoltà, perché “Se uno crede di essere religioso e non frena la lingua ma inganna il suo cuore, la religione di costui è vana”. Ventrella ci ricorda che in un mondo che ha un disperato bisogno di significato, scegliere con cura le nostre parole e i nostri silenzi è forse l’atto più rivoluzionario che possiamo compiere.

Non vi è nulla di più aderente al tema di questo numero della nostra rubrica de l’Officina della Parola. Francesco Mercadante, a cui essa è affidata, oggi analizza due parole: Iniziazione e Mistero. Se la prima esprime nella sua radice il movimento, la progressione, la seconda definisce l’obiettivo a cui siamo diretti: ciò che si situa oltre il limite, ciò che non può essere divulgato senza tradire la propria natura, perché il suo linguaggio non è quello della parola. L’iniziazione tende verso il mistero perché questo è il suo compimento naturale.

Il nostro Gran Maestro Onorario Antonio Binni torna ad analizzare una parola sempre in primo piano nella nostra cultura: la Tradizione, che è la realtà vivente di ciò che è stato, il grado di civiltà che una generazione lascia in eredità a quella successiva in una ideale ininterrotta catena di valori. Binni però ricorda che ciò avviene spesso dopo scontri sociali accesi, talora eroici. La Tradizione è realtà viva e stabile, ma in un mondo che cambia. La Tradizione si fa Storia, è fatto che si immerge nella Storia. È sempre nuova, pur restando antica. La Tradizione è vera e autentica solo nella misura in cui diviene.

Silvana Bartoli, in piena assonanza con il tema del numero, parte dalla frase del Vangelo di Giovanni: Noli me tangere, che Gesù rivolge a Maria di Magdala. In realtà il testo originale greco andrebbe più correttamente tradotto con Non mi trattenere, anziché Non mi toccare. È un’occasione questa per conoscere meglio la figura della “Maddalena”, la prostituta pentita, ben radicata nell’immaginario collettivo. Peccato che, in realtà, non sia mai esistita… È il prodotto di un travisamento dei testi evangelici, la sovrapposizione di tre persone diverse: la peccatrice anonima che lava i piedi di Gesù; Maria di Magdala che si pone al suo seguito, fino al Calvario e alla Resurrezione; Maria di Betania, sorella di Marta e di Lazzaro. Progressivamente i padri della Chiesa hanno fuso le tre figure in una sola: la peccatrice dai lunghi capelli sciolti, evocatori del peccato carnale. Viene così totalmente cancellata la donna che era stata premiata con il ruolo di apostola degli apostoli, la capostipite della diaconia femminile che, nella tradizione del cristianesimo delle origini e nella letteratura gnostica, sanciva il riconoscimento della parità tra uomo e donna.

Francesca Ramacciotti, nel suo articolo, esplora in profondità la parola Geometria. E ci ricorda che questa disciplina non è nata come scienza, ma come arte sacra, con cui l’uomo ordina il caos e, riproducendo l’atto fondativo divino, ci avvicina al Principio creatore. La Geometria dunque non nasce dal calcolo, ma dal rito. E i sacerdoti-architetti erano gli unici autorizzati a tracciare i templi, secondo rapporti che imitavano l’ordine cosmico. Attraverso Pitagora, per cui tutto è numero e i numeri sono idee divine che danno struttura al cosmo, la Geometria come arte sacra percorre la cultura etrusca, quella romana fino ad arrivare al Medio Evo con i Maestri costruttori delle cattedrali. Galileo Galilei traghetta questa idea fino alla scienza moderna con la sua celebre frase: “La geometria è il linguaggio con cui Dio ha scritto l’universo”.

Tolleranza è un’altra parola scandagliata in questo numero. Lo fa Lele Atico iniziando col ricordarci che, già dal primo documento fondativo della Libera Muratoria moderna, le Costituzioni di Anderson, del 1723, emerge l’idea che essa sia “il Centro di Unione, e il mezzo per conciliare sincera amicizia fra persone che sarebbero rimaste perpetuamente distanti. Atico ci guida in un percorso attraverso il pensiero dei filosofi che hanno fondato l’idea moderna di Tolleranza: Spinoza, Locke Stuart Mill. In tempi più recenti Rawls, Marcuse, Walzer, Habermas e altri hanno arricchito il dibattito dando alla tolleranza una dimensione non più esclusivamente religiosa o politica, ma anche culturale, etnica e identitaria. L’ Autore conclude tornando alla cultura libero muratoria con il Solstizio d’Estate, ritualità che pone al centro il simbolo della luce, un traguardo da conquistare e riconquistare, proprio come la tolleranza, esercizio continuo di apertura e dialogo.

Negli articoli successivi ospitiamo due preziose testimonianze di vita libero muratoria: la prima è quella del nostro Gran Maestro Aggiunto Vicario, Pietro Luigi Restelli che, nel suo cinquantesimo anno di appartenenza alla Gran Loggia d’Italia, si rivolge alla nostra Comunità dalle pagine di questa Rivista. Il suo articolo è uno scrigno di saggezza che merita una attenta lettura e una profonda riflessione, non solo da parte dei Liberi Muratori ma di un pubblico ben più ampio, e del quale ricordiamo qui solo alcune tra le molte indicazioni illuminanti: i valori massonici non ci appartengono, noi non li possediamo. Li abbiamo ricevuti in consegna e abbiamo il dovere di custodirli per trasmetterli, arricchiti dall’esperienza e purificati dall’esempio. Il bene più prezioso è il tempo donato al servizio. Perché la Massoneria non è potere ma servizio. Non ci sono carriere da inseguire, esiste solo un cammino interiore da compiere, fatto di disciplina, di studio paziente, di silenzio e di servizio.

Forse la domanda che più frequentemente ci viene rivolta è: “Ma voi cosa fate davvero quando vi riunite nelle vostre Logge?” Dietro questa domanda si annida spesso un universo di pregiudizi e di diffidenze. Augusto Rossi ci offre una seconda testimonianza di vita libero muratoria: con grande semplicità e sincerità, racconta pensieri, emozioni e parole di un Massone da quando prepara la sua borsa per andare alla tornata della sua Loggia fin quando, spesso a tarda ora, la porta del Tempio si chiude e termina la “notte del Massone”. Ma è al termine della notte che inizia il vero compito del Massone: quando, nella vita di ogni giorno, egli porterà i frutti della sua crescita interiore.

I successivi due articoli sono dedicati alla storia. In particolare, quella degli Illuminati di Baviera è complessa e controversa: Carlo Francovich, nella sua Storia della Massoneria in Italia, ne ritrae le origini, nel XVIII secolo, nel contesto della lotta politica alle monarchie assolute. Come la descrive Francovich, la sua struttura era assolutamente singolare, almeno ai nostri occhi: dietro il paravento di una comunione iniziatica, si nascondeva un’organizzazione politica rivoluzionaria. Francesco Luigi Gallo, partendo da un articolo di Elena Cuomo, ci propone alcune riflessioni sulla diversità genetica tra associazioni di questo tipo e la Massoneria: mentre le prime perseguono una pedagogia dell’assoggettamento, la cultura libero muratoria rappresenta una delle esperienze più alte di educazione spirituale alla giustizia. Essa non forma adepti o funzionari, ma uomini che giudicano sé stessi prima di giudicare, che pongono il proprio cuore sulla bilancia del vero prima di agire. Nel dibattito contemporaneo, il rapporto tra Massoneria e movimenti che ne hanno imitato il linguaggio è spesso letto attraverso categorie semplificanti, che scambiano poche somiglianze esteriori per affinità sostanziali. Non basta parlare di Luce, Virtù, Fratellanza, per impadronirsi di Tradizioni profondamente diverse, come quella della Libera Muratoria.

Valerio Perna apre nel suo articolo un importante dibattito: è inevitabile che le Obbedienze massoniche autorevoli si interessino alle vicende nazionali e internazionali, e il ricco dibattito culturale promosso dalla Gran Loggia d‘Italia dalle pagine della rivista Officinae, come dai convegni promossi in ogni parte d’Italia, o dagli Incontri della Versiliana ne sono la testimonianza. I temi cruciali oggi non mancano: l’IA, la tutela dei diritti umani, l’accoglienza, i rapporti con le confessioni religiose… Non c’è dubbio che, su queste tematiche, la parola spetti al vertice istituzionale, la Gran Maestranza. E qui, dice Perna, sorge la vexata quaestio tra libertà di coscienza e disciplina di appartenenza: la Gran Maestranza esprime un’opinione personale o parla a nome dell’intera Obbedienza? la storia della Gran Loggia d’Italia l’ha indirizzata verso la libertà di coscienza anziché verso la disciplina di appartenenza e, quando è stato sollevato il problema in sedi istituzionali, la risposta è stata sempre univoca: le prese di posizione della Gran Maestranza sulle questioni profane sono sempre da considerare personali, e opinioni differenti da parte di singoli Fratelli o Sorelle sono sempre accettabili. Vicenda conclusa? Non completamente. Chi avrebbe potuto contestare, per esempio, le prese di posizione del Gran Maestro Giovanni Ghinazzi sulla valorizzazione del ruolo femminile, o contro l’ideologia liberticida dell’Altra Europa sovietizzata? Il dibattito, dunque, è tuttora aperto.

I miti sono una componente fondamentale del linguaggio del nostro inconscio. Anche i miti negativi, quelli che frequentiamo già da quando eravamo bambini, hanno la loro importanza. Il lupo cattivo di Cappuccetto Rosso, la strega di Biancaneve, Malefica, Crudelia De Mon, fino ad arrivare a Mercoledì Addams, fanno tutti parte dell’architettura del nostro inconscio. Il loro ruolo è prezioso perché sono le proiezioni della nostra ombra, della parte più oscura del nostro Io. Sono i nostri difetti, i nostri limiti, le nostre ambiguità. Sono tutto quello che abbiamo dentro, e non abbiamo il coraggio di ammettere. Ma se proiettiamo tutto ciò all’esterno, li possiamo finalmente guardare e, guardandoli, correggerci: possiamo vedere il volto della Medusa attraverso uno specchio, senza pietrificarci. Un Cerimoniere ci fa argutamente notare come un’ondata di buonismo e di politically correct sta trasformando di volta in volta Malefica da strega malvagia in eroina tragica, Crudelia de Mon da sterminatrice di cani in prode animalista, Mercoledì Addams da bambina simpaticamente macabra in una liceale emarginata impegnata in un percorso di redenzione. Ma la strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni, e questo progressivo “condono dei cattivi”, per dirla con René Girard, potrebbe distruggere il ruolo catartico del capro espiatorio, privandoci di un meccanismo simbolico di riconciliazione con noi stessi. 

Sì, costruire il nostro io significa anche affrontare le nostre ombre, le zone sgradite della nostra personalità, che la razionalità spesso reprime e nega. Anche su questo si intrattiene Silvana Pintore nel suo articolo. L’ Autrice osserva il Mausoleo di Ottaviano, come è mutato nei millenni, e come è mutata la città intorno. Ma il mutamento, anche quando comporta la disgregazione di parti di quell’opera d’arte, fa parte della sua storia, come mutamento e disgregazione fanno parte della storia del nostro Io. Il rinnovamento interiore è un’opera impegnativa e gravosa, ma è la via che ci consente di spingerci oltre la solitudine dell’eterno ritorno.

Chiude questo numero la consueta rubrica Officinae…di letture curata dal Massimiliano Cannata. Le due letture proposte oggi alla nostra attenzione sono particolarmente in linea con il tema della parola. La prima è Galileo Galilei (Ed. Libreria Salvemini), dello storico Marco Passeri. La storia di Galilei è anche storia della parola con cui la scienza comunica con il potere, della parola censurata quando svela verità che non piacciono, ma anche della parola “abiurata”, perché Galileo sapeva che nella scienza i fatti, a volte, non hanno bisogno della parola per vincere la prova della verità.La seconda è Le disavventure della veritàdi Umberto Galimberti (Ed. Feltrinelli). Siamo nell’era della post-verità: non è vero ciò che resiste alla prova dei fatti, ma quello che piace credere, o far credere. Insomma, il mondo accade perché lo si comunica, e non viceversa: l’informazione, attraverso i new media, non racconta il mondo, lo costruisce. Il linguaggio oggi spesso è solo fascinazione, sganciato da ogni di responsabilità, confronto e verifica dei fatti. La parola rischia così di perdere il suo ruolo di strumento per ricercare la verità e di veicolo verso Dìke, il regno della giustizia in cui tutti vorremmo ritrovarci.

Paolo Maggi

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Il numero 5 di Officinae è disponibile per la lettura online a questo indirizzo: https://www.granloggia.it/officinae-2025-nr-5/

Pubblicato in: Editoriale
Tags: linguaggio, Logos, parola, pensiero, Responsabilità, silenzio, simbolo, Tradizione, Verità

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Copertina Officinæ n. 5 – Ottobre 2026
Officinæ n. 5 – Febbraio 2026

Il nuovo numero di Officinae, rivista culturale della Gran Loggia d’Italia degli ALAM, è dedicato alla Parola: alla sua origine sacra, alla sua forza creativa e al suo legame con silenzio, tradizione e verità.

Dalle riflessioni del Gran Maestro Luciano Romoli sui valori fondanti della Libera Muratoria ai contributi che spaziano tra filosofia, teologia, storia e simbolismo, il numero propone un percorso profondo e plurale, tra Logos e Davar, etimologia e ascolto di sé e dell’altro.

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