Demetra dalle belle chiome, dea veneranda, io comincio a cantare e, con lei, la figlia dalle belle caviglie.
Omero

Napoli non è affondata nel naufragio dell’età antica; Curzio Malaparte, scrittore e Massone della Gran Loggia d’Italia, la definì una Pompei mai sepolta che, da 2500 anni, continua a crescere su sé stessa, piena di crepe, lividi e cicatrici. I luoghi sopravvivono e, con essi, i culti, i miti e le tradizioni, transitando da una figura all’altra.
Nell’Olimpo, grande rilievo avevano le figure femminili come Demetra e, a Napoli, non poteva mancare il culto a Dà-Mater, il cui Tempio sorgeva nell’area in cui oggi insiste S. Gregorio Armeno.
Demetra, sorella di Zeus, dea dell’agricoltura, è la Madre dispensatrice, artefice del ciclo naturale, che assicura vegetazione e raccolti; in suo onore, ad Eleusi, si svolgevano i riti religiosi più famosi dell’antica Grecia. I misteri eleusini rappresentavano il rapimento di Persefone, figlia di Demetra, da parte di Ade, re degli Inferi. Omero racconta che, mentre Persefone era intenta a raccogliere narcisi, la terra si aprì e la fanciulla precipitò nell’oscurità. Dopo averla rapita, Ade, innamorato di lei, la trattenne nel regno dell’Oltretomba e la fece sua sposa. La fanciulla rifiutava il cibo ma, quando le fu offerta della frutta, si cibò di sei grani di melagrana, ignorando che chi mangiava quei semi era destinato a rimanere negli Inferi.
Il mito di Demetra e di Persefone incrocia quello delle Sirene, ancelle di Persefone, punite da Demetra per non aver protetto la figlia; Demetra le trasformò in creature con corpo di uccello e testa di donna, condannandole ad aiutarla nella ricerca della figlia. Forse, furono le stesse Sirene ad implorare Demetra di donare loro le ali, per cercare in volo la giovane rapita. Ben presto le Sirene si ribellarono e divennero autonome; una di queste era Partenope, da cui nacque Palepolis e poi Neapolis.
Il tempo ciclico e la forza del mito

Impegnata nella ricerca della figlia, Demetra dimenticò di curare le messi e il rigoglio della vegetazione; la terra inaridì e gli alberi non diedero più frutti. Zeus, per riportare pace e serenità, intervenne trovando un accordo con Ade; siccome Persefone aveva mangiato solo sei grani di melagrana, avrebbe soggiornato negli Inferi per sei mesi l’anno; nel periodo rimanente sarebbe tornata dalla madre. Nel periodo in cui Persefone era sulla Terra, per la gioia di avere la figlia con sé, Demetra faceva rinverdire la natura (primavera-estate); nei mesi in cui era negli Inferi, travolta dalla malinconia, spogliava gli alberi e rattristava il paesaggio (autunno-inverno). I greci spiegavano così le stagioni; e la melagrana rappresentò la morte e la rinascita a nuova vita.
A S. Gregorio Armeno, la via dei Pastori, dove oggi è la Chiesa di S. Patrizia, sorgeva il Tempio di Demetra e la casa delle sacerdotesse. A ricordarci l’antico culto a Dà-Mater, sono stati ritrovati due bassorilievi, tracce dell’importante Tempio.

Il primo, del VII secolo a.C., trovato nel ‘600 sotto l’arco di S. Gregorio da G.C. Capaccio, raffigura una sacerdotessa (canefora) con una veste leggera e un copricapo a forma di corona; nella mano destra regge una fiaccola e nella sinistra una cesta con oggetti sacri. È una scena dei Misteri Eleusini che simboleggia una Canefora in processione recante doni a Demetra nelle Feste Lampadiche, introdotte a Neapolis nel 452 a.C.; si celebravano tra i nostri cardini e decumani e la notte era illuminata dalle fiaccole per evocare la ricerca di Persefone. L’evento, sportivo e religioso, vedeva atleti nudi che portavano in mano una torcia passata di mano in mano, come una staffetta, per raggiungere il Sepolcro di Partenope, nel luogo ove ora sorge la Basilica di S. Giovanni Maggiore; il vincitore accendeva il sacro fuoco. La gara ricordava la febbrile attività delle Sirene alla ricerca di Persefone e le lampade simboleggiavano il Sole che percorre il cielo.
Il nome Canefora indicava le fanciulle che recavano sul capo i canestri con gli oggetti di culto e le offerte. Sacerdotesse di Demetra erano alcune fanciulle vergini delle più altolocate famiglie patrizie: Tettia Casta, Cominia Plutogenia, Terenzia Paramone; istruite nei migliori collegi, nell’adolescenza erano iniziate al rito, e ciò segnava l’ascesa più elevata per una donna che aspirava a diventare sacerdotessa di Demetra. Tettia Casta, la più famosa, dedicò la vita al culto di Demetra e, alla sua morte, la città le dedicò una statua e uno scudo con il suo volto.

Il secondo bassorilievo è una epigrafe del II secolo d.C. che racconta la storia di Cominia Plutogenia, sacerdotessa appartenente alla magistratura; è testimonianza dell’importanza di cui godeva la donna e mostra una Neapolis all’’avanguardia per quanto riguarda l’emancipazione della donna.
Sacerdotesse di Demetra a San Gregorio Armeno!
La sacralità del tempio e il significato dei luoghi
Molti ritengono che il Tempio di Demetra si trovasse nel sito dell’attuale chiesa di
S. Gregorio Armeno; fu Sant’Elena, madre di Costantino, a trasformarlo in una Chiesa. Nell’VIII secolo, Stefano, Vescovo di Napoli, la riedificò e diede rifugio alle suore di S. Basilio, fuggite alla persecuzione in Oriente; il loro protettore era S. Gregorio Armeno e questo spiega il nome del luogo. Nel caso del Tempio di Demetra a Napoli c’è un ulteriore particolare: a Demetra i greci offrivano in dono statuine di terracotta e questa consuetudine fu trasferita a Neapolis; non è un caso che in questa area, da una tradizione antica, sia nata e si sia sviluppata l’arte presepiale.
S. Gregorio Armeno, la Via dei Pastori, è la passeggiata napoletana dove pullulano le botteghe artigianali dell’arte presepiale che, da semplici materiali, danno vita ai Pastori, lavorati come impone la tradizione del ‘600 e del ‘700, che, con mutevoli espressioni facciali, diventano opere d’arte. Un’arte viva e che si rinnova per raccontare l’attualità; la tradizione è certamente il cuore che, nello spirito della napoletanità, si riveste di satira, di politica, di calcio, persino, perché no, di gossip.
Paolo Cesaro
Tratto da Officinae nr 2/2015


