
Delle mie cinque regole auree, per quanto riguarda la divulgazione, già enunciate (cfr. le regole auree della divulgazione di qualità, Officinae, n. 1, n.d.r) intendo definire con questo secondo articolo la quarta: l’empatia. Per prima cosa bisogna rispondere a una domanda: empatici si nasce o si diventa? Per mia esperienza si deve essere predisposti ma l’ambiente in cui si cresce riveste una notevole importanza nell’affinare tale dote. Tralasciando la divulgazione scritta che presenta diverse problematiche, quella orale si può dividere in due grandi gruppi: da palco o da studio televisivo. Vi sono differenze ma alcuni atteggiamenti sono comuni. Un divulgatore empatico, per sfruttare questa sua dote deve apparire credibile, “simpatico” e coinvolgente. Servirebbero tutte e tre le caratteristiche ma al limite possiamo accontentarci di almeno due.
L’importanza del contatto con il pubblico
Il contatto diretto con il pubblico permette al primo, se ne è capace, di cambiare in corsa oppure conservare il suo modo di relazionarsi osservando le reazioni degli ascoltatori. I divulgatori che leggono il loro “spartito” senza mai alzare gli occhi verso la platea si privano del più grande strumento che hanno per effettuare una fattiva divulgazione: gli occhi. Gli orecchi da soli non bastano a verificare se in quel momento siamo efficaci. Osservare le reazioni a determinati passaggi, l’attenzione che gli ascoltatori prestano, fa capire se siamo sulla giusta strada oppure stiamo sbagliando percorso. Nel secondo caso un cambio repentino di rotta è opportuno. La bravura sta proprio nel saper usare il timone nella maniera giusta. Il comandante che si intestardisce a voler portare la sua nave nella direzione che lui ritiene corretta condurrà la propria divulgazione verso il naufragio.
Questo obbliga nella fase di preparazione dell’intervento a valutare il suo operato da un punto di vista critico, cercando di immedesimarsi negli altri nel momento che ascolteranno quello che lui sta dicendo e, come un attore o un imbonitore, rimarcare, enfatizzare i passaggi che maggiormente sono destinati allo scopo. Modulare il tono della voce e modificarne il ritmo per non avere un’esposizione monocorde facilita il successo. L’intento di tutto questo è mantenere viva l’attenzione perché il divulgatore può essere bravo, capace, coinvolgente ma se gli ascoltatori perdono l’interesse per quello che sta dicendo tutto il suo lavoro è stato vano. Qui ci viene in soccorso la quinta regola aurea: l’interazione.
La “discesa dal palco” come metafora
La capacità di “scendere” metaforicamente dal palco e mescolarsi agli ascoltatori, farli sentire partecipi del momento, intrattenere rapporti personali con alcuni di loro, porgli domande e accettare qualsiasi risposta come propositiva farà sì che il livello di attenzione risalga e si possa riprendere il percorso là dove si era interrotto. Supponi di essere a una festa dove sei stato invitato ma non conosci proprio nessuno. La situazione più ovvia che può succedere è quella che tu rimanga isolato, magari con un bicchiere in mano. Potrebbe sembrare una situazione negativa e lo è se non viene sfruttata nel giusto modo. Questa prima fase di isolamento ti permetterà di studiare il comportamento e le dinamiche delle persone che si trovano nella stanza.
Dopo un’attenta analisi hai due possibilità: dirigerti verso un gruppetto più o meno folto di persone oppure cercare il soggetto che produce quello che viene detto l’effetto “calamita”. Nel primo caso corri il rischio di rimanere bloccato dal gruppo di persone che hai approcciato non riuscendo poi a conoscerne il resto mentre nel secondo le possibilità si amplificheranno fino a relazionarsi con la totalità. Lo stesso sistema lo deve applicare il divulgatore. Dopo aver interagito con più spettatori dovrà indirizzare in maniera prioritaria il dialogo con quello che avrà, per qualsiasi motivo, attratto l’attenzione del resto della sala; lui servirà come grimaldello per mantenere aperta la porta della cassaforte qualora venga meno l’interesse. Tutto questo, ovviamente, dovrà poggiare su una solida base di conoscenza degli argomenti illustrati. Il silenzio in un contraddittorio è il modo migliore per perdere credibilità. Per quanto profondo sia il pozzo della conoscenza il secchio del nostro sapere non riuscirà mai a attingerne tutta l’acqua e di questo dobbiamo esserne consapevoli.
Esiste un modo semplice ed efficace per togliersi dall’imbarazzo e mantenere la fiducia di coloro che ascoltano: manifestare chiaramente la non conoscenza della risposta alla domanda fatta e aggiungere immediatamente che la problematica verrà chiarita la prossima volta invitando i presenti alla successiva divulgazione. L’esperienza, infine, mi ha portato a una certezza. Il divulgatore che durante la sua esposizione si cala nei panni dell’insegnante commette un errore imperdonabile. Questi due soggetti ubbidiscono a dinamiche completamente differenti, ma questa è un’altra storia.
Augusto Rossi


