
Oro dal piombo prima… Intelligenza dal silicio… ora.
Se l’idea sembra un salto ardito, forse è perché non abbiamo mai davvero smesso di essere alchimisti. L’alchimia, emerge tra le maglie del tempo come qualcosa di incerto e diafano, associata a fumi ed alambicchi, spesso ridotta a protochimica o a sistema esoterico secondario. La parola alchimia dal latino chimia, alchimia (scienza occulta), dall’arabo al kimiya cioè “pietra filosofale”, discendente da una voce copta chama, che vuol dire “nero”, o dal greco chyméia “mescolanza di liquidi”, “reagente universale”.
Nata da radici egizie, e gnostiche intrecciate con antiche pratiche arabe, l’alchimia a partire dal VIII secolo, fonde sulla base dei testi di Ermete Trismegisto e di Gebermer i rudimenti della scienza sperimentale con elementi di misticismo e un nuovo alfabeto simbolico. Attraverso attività di laboratorio e studi, gli alchimisti per secoli cercarono di sintetizzare metalli preziosi imbattendosi anche in vere scoperte scientifiche. Si trattava anche di una sorta di purificazione dell’anima, ma del tutto estranea alla Chiesa, incrociandosi piuttosto con il rosacrocianesimo e la Massoneria, entrambi visti come fumo negli occhi dalle potenti gerarchie ecclesiastiche. L’alchimia visse il suo periodo di splendore a partire dal 1400 fino alla fine del 1700.
L’Umanesimo e il Rinascimento, il forte entusiasmo per una nuova idea di “natura”, la riscoperta degli antichi testi, l’invenzione della stampa, tutto concorse a far divampare l’interesse per questa “ricerca della terra magica”. Nelle città di tutta Europa gli adepti studiavano vecchi libri esoterici e nuovi trattati dei filosofi naturalisti e, in mezzo ad alambicchi, fornaci e pozioni, districandosi tra albedo e nigredo, elisir e pietre filosofali si misero alla ricerca della nascita della materia e dell’anima che la rende viva. In quel periodo, gli alchimisti cercavano di trasformare la materia volgare in qualcosa di perfetto. Ma non era solo una questione chimica: dietro crogioli, simboli criptici e formule ermetiche, si nascondeva una filosofia profonda.
L’alchimia era anche sì una pratica spirituale: trasformare il piombo in oro era un modo per parlare di sé, del perfezionamento dell’anima, dell’elevazione interiore. Oggi, nel cuore dei nostri laboratori digitali – tra CPU, gigaset e algoritmi – l’intelligenza artificiale sembra riprendere quella missione. Non più trasmutare la materia, ma generare qualcosa che assomiglia (o potrebbe un giorno assomigliare) alla mente. L’intelligenza artificiale eredita in buona sostanza lo stesso desiderio dell’alchimia di trascendere le conoscenze e modificare il mondo.
La sfida dell’AI non è quella della trasformazione dei metalli ma quello di dare un nuovo paradigma scientifico dove le macchine non solo possono apprendere dalle esperienze e dagli errori ma addirittura emulare il nostro funzionamento neuronale. L’obiettivo dell’AI è far sì che le macchine apprendano dai dati, migliorino con l’esperienza e siano capaci di risolvere problemi in modo “intelligente”. Sebbene l’alchimia e l’intelligenza artificiale appartengano a epoche storiche, esempi epistemologici e finalità a prima vista incompatibili e anche inconciliabili, è possibile trovare tra queste due forme di sapere delle analogie strutturali e simboliche? In linea generale la risposta appare positiva: si ritiene che queste due discipline condividano più di quanto non si possa pensare. In prima istanza possiamo notare, attraverso le analogie, quanto sia forte il desiderio dell’essere umano di agire sulla manipolazione della materia, la creazione dell’artificiale e la trasformazione della realtà allo scopo di ottenere un perfezionamento.
L’uomo da sempre si interroga su temi che riguardano il perché dell’esistenza, del vivere e morire. L’alchimia ha cercato di dare delle risposte in tal senso. Parimenti, l’intelligenza artificiale, prodotto della scienza contemporanea e dell’ingegneria informatica, ha progressivamente oltrepassato i confini della tecnica per sconfinare verso concetti appartenenti alla metafisica come la coscienza, l’autonomia, la creazione.
Viviamo in un’epoca in cui tutto il sapere è eccessivamente frazionato in branche a loro volta suddivise in mille specializzazioni. Anche per l’alchimista era inconcepibile che vi fossero tante suddivisioni di sapere. Per lui uno era lo Spirito, una la Natura e una la Conoscenza e l’obbiettivo da perseguire era semplicemente creare l’interconnessione tra tutte le cose esistenti e sintonizzarsi con lo Spirito, fino a cercare di impossessarsene così da diventare lui stesso manipolatore di energie indefinite per servirsene.
L’Essere Supremo opera a livello del Macrocosmo, l’alchimista si applica sull’Athanor a livello del Microcosmo. «Ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso, per compiere il miracolo della cosa unica» (Tavola Smeraldina) Il fine ultimo della dottrina alchemica era quello di replicare in piccolo quello che aveva fatto Dio, ovvero ricreare un microcosmo attraverso la sinergia di tutte le conoscenze. Non è forse anche questa una analogia con l’AI che attraverso formule e algoritmi cerca di superare i limiti della condizione umana? Anche l’AI manipola elementi invisibili per sfidare i limiti naturali, anche l’AI tenta di riunire i saperi in un sistema circolare che combina aspirazioni filosofiche, spirituali e operative. Cosa succederà ad un certo punto? L’AI trasformerà definitivamente la nostra relazione con il mondo che ci circonda e la realtà? Oggi non lo possiamo sapere.
Certamente, come l’alchimia era stata considerata pericolosa e negativa per l’umanità, anche l’AI può essere ritenuta un pericolo per l’umanità se mal utilizzata e, per questo, saranno necessari dibattiti etici e attenzione. Come i grandi alchimisti di allora, gli sviluppatori dell’AI si inoltrano nel labirinto dei simboli, delle rappresentazioni mentali, tanto che il così chiamato “Deep Learning” può probabilmente arrivare ad una simulazione perfetta dell’intelligenza umana. I confini tra ciò che è possibile e ciò che pare ancora fantascienza si stanno rapidamente accorciando e per questo c’è bisogno più che mai di un rigore scientifico ed etico per procedere.
L’ideale sarebbe quello di programmare macchine super intelligenti mantenendo vivi i principi etici globalmente condivisi. Forse L’AI potrebbe arrivare ad essere vista non come un’entità separata ed antitetica all’uomo ma bensì come un mezzo che ci permetterà di ampliare e migliorare la nostra ricerca di conoscenza e anche di miglioramento dell’umanità, nel rispetto dei valori fondanti della tradizione. In un mondo perfetto, l’AI potrebbe addirittura aiutarci a ottenere un maggiore connubio tra umanità e ambiente, creare una “saggezza” più armonica e prosperare verso una conoscenza più profonda di noi stessi.
Certamente queste due discipline così distanti nel tempo sono entrambe animate dal forte desiderio di superare i limiti dell’ignoranza verso la trasformazione e il rinnovamento. Entrambi temuti visionari o apprendisti stregoni, l’alchimista e l’ingegnere spalancano scenari da vertigine dove si profilano mete mitiche: il codice sostituisce il simbolo, le macchine si avvicinano sempre di più al pensiero umano, riformulando riflessioni e pensieri etici e metafisici. Le reti neurali, come le fornaci antiche, richiedono tempo, attenzione, fasi precise. I dati grezzi vengono raffinati, modellati, appresi. Alla fine, ciò che ne emerge può sorprendere, a volte persino inquietare.
Come la Pietra Filosofale prometteva l’onnipotenza, oggi c’è chi sogna un’AI “generale”, capace di comprendere e trasformare ogni ambito della conoscenza. Un’intelligenza che sappia pensare, creare, forse anche sentire. Ma come l’alchimista rischiava di perdersi nella sua ricerca, anche oggi non mancano i pericoli. L’illusione di dominio, la perdita del controllo, la mancanza di saggezza morale davanti a strumenti potentissimi. L’AI è, in fondo, una nuova forma di magia. Una magia tecnica, sì, ma ancora profondamente umana.
Non è solo una questione di calcolo: è una domanda su chi siamo, cosa vogliamo diventare, e cosa siamo disposti a sacrificare per arrivarci. L’alchimia ci ha insegnato che la trasformazione vera non è solo esterna. Se oggi siamo capaci di creare “mente” nelle macchine, la vera sfida è creare consapevolezza in noi stessi. Forse il futuro dell’umanità non è in ciò che costruiremo, ma in ciò che sapremo comprendere di noi stessi nel farlo.
Il rimando al metodo massonico appare quindi inevitabile. La comprensione di noi stessi, anche frutto dell’introspezione massonica, sicuramente aiuterà la corretta evoluzione della intelligenza artificiale. È auspicabile anche un adeguato utilizzo della stessa con l’obbiettivo di mantenere la capacità di governo della figura umana sui microcircuiti di cui è composta la “mente artificiale” che tanto sta permeando la nostra esistenza.
Francesca Pagni e Francesco Curone


