
Quella sera c’ero anche io.
Erano giorni di totale anarchia a Napoli. Diciamo pure che la confusione regnava in tutta Italia. Roma era occupata dai nazisti e questo voleva dire, di fatto, non avere più la capitale della nazione. A Napoli c’erano gli americani, e la città era governata dal colonnello Charles Poletti. Ricordo ancora le scritte sui muri: “Poletti, meno chiacchiere e più spaghetti!”. Certo, non erano momenti facili, si faceva la fame, molti sopravvivevano di espedienti, gran parte della città era ridotta a un cumulo di macerie. Un clima che io rivedo ogni volta in quel capolavoro che è Napoli Milionaria di Eduardo.
Il colonnello Poletti era Massone e, con le truppe alleate, erano arrivati a Napoli molti Fratelli italo-americani. Poletti ci teneva molto che le Logge del sud Italia rialzassero le colonne dopo venti anni, non foss’altro per rafforzare i legami del nostro Paese con gli Stati Uniti. Aveva anche restituito la sede di Napoli al Grande Oriente, quella sotto la Galleria Umberto, consegnando ufficialmente le chiavi al professor Gabriele Iannelli, docente di medicina all’Università Federico II. Ricordo poi in quei giorni un episodio per me particolarmente commovente: in presenza di una delegazione di ufficiali americani, a Caserta, erano stati disseppelliti i labari delle Logge nascosti dopo la promulgazione dell’infame legge 2029 del 26 novembre 1925, che aveva dichiarato fuorilegge tutte le Obbedienze massoniche in Italia.
E poi, quella sera del 9 aprile 1945, c’ero anche io.
La massoneria nell’Italia liberata A parte questo devo dire che la rinascita della Massoneria nell’Italia liberata fu una storia tutt’altro che lineare: obbedienze più meno legittime spuntavano come funghi e, con loro, una miriade di Gran Maestri e Sovrani Gran Commendatori, ciascuno rivendicando legittimità e lignaggi inesistenti. Mi sembravano tanti nobili improvvisati alla ricerca di alberi genealogici fasulli che li facessero discendere da questo re o da quest’altro imperatore. Così, come le tessere di un puzzle nelle mani inesperte di un bambino, si componevano e scomponevano continuamente Gran Logge e Grandi Orienti. E, spesso, brevetti massonici erano rilasciati a caro prezzo a personaggi di dubbia reputazione.
Eppure, in tutta questa confusione, le due grandi Famiglie massoniche storiche italiane stavano risorgendo: in una Roma ancora occupata dalle truppe tedesche, nella casa di Salvatore Farina, il 4 dicembre 1943 si ricostituiva la Serenissima Gran Loggia d’Italia e il Supremo Consiglio. Gran Maestro e Sovrano Gran Commendatore venne eletto l’avvocato Carlo de’ Cantellis che, dopo la Liberazione, rimise il mandato al vecchio Gran Maestro Raoul Vittorio Palermi, ormai ottantenne, per assicurare la continuità storica con il periodo prefascista.
E io, quella sera del 9 aprile 1945 a Napoli, in via Monte di Dio, c’ero.
La profonda semplicità del “principe della risata”
Il Principe, a quell’epoca era già celebre, anzi direi che era già il simbolo stesso della comicità italiana nel teatro e nel cinema, che era ormai diventato la decima musa. Diversi hanno scritto che sarebbe stato iniziato Libero Muratore nella Loggia Palingenesi di Napoli. Qualcuno sostiene che questa fosse una Loggia romana. No no, io c’ero! Non è stato così e ve lo spiego io: quando i Lavori Massonici della Serenissima Gran Loggia d’Italia sono ripresi a Napoli, fondammo la Loggia Palingenesi, la Loggia della rinascita, come diceva il suo nome. Da questa gemmarono altre Logge, tra cui la Fulgor. Il Maestro Venerabile era il dottor Peppe Moavero, un trentatreesimo grado del Rito Scozzese. D’altro canto è tutto scritto lì, su quel Testamento Massonico, che per noi Liberi Muratori non è certo una formalità burocratica, che può essere scritta e riscritta, magari in un secondo tempo, per completare la documentazione, come qualcuno sostiene. No, per noi è un atto iniziatico, non si può mentire su un Testamento massonico. Quando leggemmo le sue risposte alle tre domande rituali non potevamo non emozionarci per la semplicità, per la passione, per la sincerità con cui quell’artista immenso si era espresso:
Che cosa dovete all’umanità?
Amare il prossimo come sé stessi, aiutarlo, fare del bene senza limiti di sorta
Che cosa dovete alla Patria?
Tutto, anche il sacrificio supremo
Che cosa dovete a voi stesso?
Niente all’infuori del miglioramento spirituale
E sotto la sua firma: Antonio de Curtis Gagliardi.
Non ricordo chi lo avesse proposto per l’iniziazione nella nostra loggia, quello che ricordo bene è che Totò una volta mi raccontò che, nella sua famiglia, c’era stato almeno un Libero Muratore: il sacerdote Luigi Maria de Curtis vissuto nel Settecento, Padre scolopio, professore di fisica e matematica.
Nell’Italia che voleva rinascere dopo la tragedia della guerra
Nemmeno un mese dopo, era il primo maggio 1945, furono iniziati nella Loggia Fulgor altri due grandi artisti presentati dal Principe: Vittorio Caprioli e Mario Castellani. Nei mesi successivi, nonostante egli ormai lavorasse soprattutto a Roma, fece di tutto per essere presente alle nostre tornate di Loggia ogni quindici giorni. Poi lo vedemmo ogni mese o due. Ma il suo entusiasmo era crescente: il 7 luglio iniziammo un altro attore suo amico: Carlo Rizzo, molto famoso all’epoca perché era la spalla di Macario. Quando gli riuscì davvero impossibile tornare a Napoli con regolarità fu autorizzato dal Gran Maestro Palermi a fondare una nuova Loggia a Roma. Così, a ottobre, nacque la Fulgor Artis. Propose questo nome proprio perché voleva mantenere un legame tangibile con la sua Loggia madre. Ne divenne il Maestro Venerabile e subito dopo fu iniziato il grande Carlo Campanini. Era il 25 ottobre. Ma non si fermò qui: sempre a Roma alzò le colonne della Loggia Ars et Labor. In quegli anni entrarono nella Gran Loggia d’Italia molti grandi attori, anche perché, nel 1947, era nata la Loggia Gustavo Modena, dove furono iniziati Ruggero Ruggero Ruggeri, Gino Cervi, Paolo Stoppa, Aldo Fabrizi, Carlo Dapporto, Odoardo Spadaro, Riccardo Billi, Carlo Ninchi, Alighiero Noschese e diversi altri.
L’appartenenza di Totò alla nostra Comunione massonica era per tutti noi motivo di grande orgoglio. Il 9 gennaio 1946 era diventato Gran Maestro l’imprenditore catanese Pietro Di Giunta, dopo che Palermi, ormai molto vecchio, si era definitivamente ritirato. Il nuovo Gran Maestro, il 2 luglio, autorizzò il Principe a “…iniziare profani, risvegliare Massoni provenienti da altre giurisdizioni, costituire Triangoli, e Logge, e conferire gradi fino al 3° grado simbolico (Maestro) per l’Oriente di Capri”. Così, fra la fine degli anni ‘40 e l’inizio degli anni ‘50, nella sua villa Alpha, a Capri, ma anche nell’hotel Quisisana, Totò iniziò molti nuovi Liberi Muratori sulla spada.
Nel 1949 poi il Gran Maestro elevò al trentesimo Grado i “Fratelli […] commendator Gino Cervi, commendator Paolo Stoppa, S.A. Principe Antonio de Curtis”.
Totò credeva nel valore dell’Unità
Gli scismi sono la malattia cronica della Massoneria di tutti i tempi e di tutte le nazioni. Nel 1952 il gruppo di Salvatore Altomare lasciò la Gran Loggia d’Italia, l’anno dopo fu la volta dello scisma di Moroli. Totò aveva sempre sperato nella riunificazione dei tanti, troppi pezzi sparsi ovunque della grande famiglia massonica italiana e soffrì molto per quello che stava accadendo. Ma certamente avrebbe continuato a impegnarsi per l’unità dei Liberi Muratori della nazione. Purtroppo la salute dei suoi occhi peggiorava sempre più. Già da giovane aveva perso quasi completamente la vista dall’occhio destro e, in quegli anni, anche l’occhio sinistro cominciò ad aggravarsi, nonostante due interventi. Le letture rituali a lume di candela che gli spettavano in qualità di Maestro Venerabile gli riuscivano sempre più penose. Così, in quegli anni, si mise in congedo. La scelta fu per lui molto sofferta, tuttavia non smise mai fino all’ultimo giorno della sua vita di sentirsi un Libero Muratore, come ricordò la sua compagna, Franca Faldini, anche aiutando chi ne aveva bisogno, spesso rimanendo nell’anonimato.
Alla sua morte, il 15 marzo 1967, la Gran Loggia d’Italia diffuse un memorabile necrologio per celebrare “il Fratello Antonio de Curtis 30… Venerabile della Loggia Fulgor Artis all’Oriente di Roma”.
Ormai sono molto vecchio, ho 89 anni, ma qualche giorno fa, era il 19 ottobre 2012, ho voluto essere a Roma quando il delegato Magistrale della regione Lazio Luciano Romoli, ha conferito al Principe il trentatreesimo Grado alla memoria e la Croce Greca, in presenza della figlia Liliana.
E quella sera del 4 aprile 1945 a Napoli, in via Monte di Dio, a quella tornata della Loggia Fulgor, io c’ero.
Dalle carte di L.G. morto il 4 aprile 2020 a 97 anni.
Paolo Maggi


