
Il confronto-scontro tra classi dirigenti occupa un arco temporale di lungo periodo a differenza della battaglia politica, contenuta nel breve termine perché legata alle scadenze elettorali. Basta ricordare le lotte secolari tra monarchia e nobiltà, tra magnati e piccoli proprietari, tra nobili e borghesi. Venendo alla contemporaneità e al caso italiano, il punto di partenza è rappresentato dall’epoca risorgimentale. Il successo di quella classe dirigente, sancito dalla nascita del Regno d’Italia nel 1861, determinò le linee guida per i decenni successivi. Furono concesse le “guarentigie” alla Santa Sede, fu accettata la monarchia sabauda, centralizzata l’amministrazione, favorito il pareggio di bilancio e il libero scambio economico. La Destra storica (1861-1876) e la Sinistra storica (1876-1896) si successero alla guida del paese per poi introdurre l’età giolittiana (1901-1914) dopo l’eclissi di Francesco Crispi e del suo «Torniamo allo Statuto».
Saverio Fera e Raul Palermi, il dialogo come metodo
Dagli ultimi anni dell’Ottocento, nuove classi dirigenti volevano prendere parte ai giochi di potere, si trattava dei socialisti, di fresca presenza, e dei cattolici, messi all’angolo dal «Non Expedit» vaticano del 1874, ma riemersi dopo l’enciclica «Il fermo proposito» di papa Pio X del 1905. Le conseguenze della «mozione Bissolati» del 14 febbraio 1908, da cui trasse origine la nostra Obbedienza, evidenziavano una diffe renza di vedute, proprio nei confronti dei cattolici, all’interno della classe dirigente di origine risorgimentale e post unitaria della quale facevano autorevolmente parte sia il Grande Oriente d’Italia, sia il Rito Scozzese. Era in atto uno scontro politico, coperto formalmente dal contrasto tra voto di coscienza e disciplina di appartenenza, tra la radicalizzazione anticlericale del Gran Maestro Ettore Ferrari e l’atteggiamento dialogante del Sovrano Gran Commendatore Saverio Fera. In sostanza, la rottura tra i due (e relativo seguito) scaturiva dalle divergenze sulla gestione dei rapporti con i cattolici e con le altre ideologie emergenti non affini allo spirito risorgimentale.

Delegazione italiana alla sessione biennale del Supremo Consiglio del 33° grado a Washington D.C., 1931. Sono presenti da sinistra a destra: Raoul Tolentino, la sig.ra Palermi Venturi, Raoul Palermi, la sig.ra Tolentino (collezione privata)
Dopo la pausa per il sostegno patriottico durante la Grande Guerra, l’approccio al dialogo tornò di attualità nel primo dopoguerra e all’avvento del fascismo. In continuità con le intenzioni di Saverio Fera, il Sovrano Gran Commendatore Gran Maestro Raul Palermi, in carica dal 1919, affrontò la questione fascista interpretando il concetto di “fascio” come tendenza a raccordare le ideologie risorgimentali (e le vecchie forze che lo avevano realizzato) con quelle, divenute nel frattempo partiti di massa, che lo avevano osteggiato. Il primo fascismo, ancora de bole per rifiutare quell’autorevole mano tesa, si dimostrò possibilista e prese tempo alimentando le illusioni. L’equivoco stava nel concetto di “fascio” unificante, che non chiariva quali fossero le forze da unificare e si manteneva “liquido”, tanto per usare un termine di grande attualità. Il chiarimento avvenne dopo il successo elettorale del 1924, quando il fascismo prese forza e venne meno il suo interesse a sentirsi ideologicamente tributario verso un’Obbedienza che aveva rotto, sì, con il radicalismo del Grande Oriente d’Italia, ma che avrebbe in ogni caso ostacolato la pacificazione con la Chiesa cattolica. La politica concordataria alle porte prevedeva, infatti, la svolta antirisorgimentale e l’avversione al sistema parlamentare. Per di più, un fantasma aleggiava nei palazzi del potere. Il fondatore della (Serenissima) Gran Loggia d’Italia, Saverio Fera, pastore protestante, aveva concepito la confluenza del Risorgimento nello stato liberale non solo attraverso il dialogo politico unificante tra classi dirigenti, ma pure tramite la tolleranza religiosa, quantomeno tra le chiese cristiane. In sostanza, la Gran Loggia d’Italia, per voce di Palermi su ispirazione di Fera, metteva in campo una proposta accattivante che poteva forgiare una nuova classe dirigente raccogliendo adesioni tra la borghesia delle minoranze religiose del nord-ovest, tra le frange del cattolicesimo più dinamico, tra gli esponenti del fascismo interessati a costruire una “religione nazionale” che avrebbe inglobato anche l’epica risorgimentale.

Ospiti della sessione biennale del Supremo Consiglio del 33° grado a Washington D.C., 1931. Sono presenti da sinistra a destra: Raoul Tolenti, Robert A. Sherefs, Raoul V. Palermi, Leon M. Abbott, E.T. Meredith (collezione privata).
La pagina nera del totalitarismo
Era un progetto inammissibile, sia per il Partito di governo, sia per la Santa Sede, e doveva essere scongiurato al più presto. La soluzione intrapresa fu la legge numero 2029 del 26 novembre 1925 istitutiva del controllo di polizia sulle associazioni, detta anche legge sulla Massoneria, facente parte di sei provvedimenti passati alla storia con il termine di leggi “fascistissime” (1925-1926). Le altre disposizioni prevedevano la mortificazione del Parlamento, il controllo sulle amministrazioni locali, la soppressione delle libertà di stampa e sindacale, l’istituzione del Tribunale speciale. A quel punto, Raul Palermi non ebbe altra possibilità che sciogliere la Gran Loggia d’Italia chiudendo l’epoca della classe dirigente di ispirazione risorgimentale (e massonica) iniziata un secolo prima con i moti del 1821


