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Gran Loggia d'Italia degli ALAM

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Massoneria di Rito Scozzese Antico e Accettato

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Si sedes non is…

Silvana Bartoli · 23 Gennaio 2026

In “Si sedes non is…”, Silvana Bartoli ripercorre la figura di Cristina Trivulzio di Belgiojoso, nota protagonista del Risorgimento ma anche interprete di un intenso cammino di ricerca interiore. Donna di idee autenticamente liberali, vicina agli ambienti iniziatici del suo tempo, Cristina incarna la tensione tra ragione ed emozione, storia e sacro, riassunta nel celebre motto inciso sulla Porta Alchemica di Roma. L’articolo è tratto da Officinæ – Quadrimestrale internazionale di attualità, storia e cultura iniziatica, Anno XXXVI, n. 4, ottobre 2025.

Il monito palindromo scolpito sulla soglia della porta alchemica di Roma è quasi un ritratto di Cristina Trivulzio. Tutta la sua vita infatti fu un percorso di ricerca; ricerca di sé, prima di tutto, per capire chi era nonostante i fallimenti che spesso segnarono il suo cammino.

Il soggiorno romano

Quando, sposata da pochi anni col principe di Belgiojoso, decise di sottrarsi al ménage «troppo affollato» in cui il marito voleva trasformare il loro matrimonio, una delle tappe più importanti del viaggio di riflessione e rinascita che intraprese fu Roma. Prima di arrivarvi si era fermata a Genova, dove l’incontro con Teresa Durazzo Doria le aprì le porte di un circolo femminile “rivoluzionario”, e chiacchierato. Sul legame con quegli ambienti si fonda principalmente la fama di cospiratrice che inseguì Cristina, non si sa quanto autentica o quanto costruita da un informatore della polizia austriaca che la denunciò come iniziata alla Carboneria. Vera o inventata, la descrizione delle adepte è decisamente gustosa: «Invece di carbonare esse sono chiamate giardiniere e i luoghi dove si radunano invece di vendite si dicono giardini. Avvi una graduazione per esse come per i carbonari e possono essere ammesse ai più importanti segreti […] è nel difficile lavoro di sedurre impiegati e personaggi distinti che si adoperano principalmente le donne [per le quali] non vi sono altri gradi che quegli di apprendente e maestra; ma del resto l’aggregazione si fa nei modi medesimi che pei carbonari e anch’esse hanno i loro toccamenti, le loro parole e i loro segnali.

Costanza e perseveranza sono le parole del primo grado. Onore, virtù, probità sono quelle del secondo grado, cioè di maestra. Il toccamento si fa come tra carbonari, se nonché non si descrive il circolo e la croce ma si fanno unicamente i tre picchi (battere la mano). Il segnale si esegue col passare la mano destra dalla spalla sinistra alla destra, descrivendo un semicerchio e poi portando la mano stessa al cuore facendo i tre picchi. Esse prestano, tanto pel primo come pel secondo grado il medesimo giuramento che i carbonari; le giardiniere sono istruite dei progetti della società di mano in mano che sono sperimentate e che viene l’occasione di impiegarle».

La forza di un pensiero autenticamente liberale

Oltre i racconti più o meno fantasiosi, vi sono pochi dubbi sulle tendenze liberali di Cristina. Infatti, quando arrivò a Roma, entrò a vele spiegate nel salotto di Hortense de Beauharnais, a Villa Borghese, ed ebbe modo di rafforzare le proprie idee grazie alla padrona di casa e alle sue ospiti. In quel salotto conobbe il futuro Napoleone III e, secondo alcune biografie, si avvicinò all’obbedienza dei “Fratelli Artisti”. L’amicizia con Lodovico Frapolli, ben documentata dall’epistolario, rimanda a un legame con il Grande Oriente del quale l’ingegnere era Gran Maestro; oltre a essere militare e politico, risulta tra i frequentatori più assidui del salotto di Cristina. Civiltà cattolica non ha alcun dubbio: “la Trivulzio Belgiojoso” fu certamente legata alla Massoneria e tentò di creare una “loggia donnesca”. L’articolo procede spiegando ai ‘profani’ la “Suormassoneria” che può essere solo “mopsica”, il che significa “cinica o cagnesca”. È infatti «regola di Massoneria che le Logge femminili non possano sussistere se non dipendenti dalle mascoline», quindi in ruoli di cagnette fedeli. «Tentarono più volte, donne più o meno politiche o settarie, di piantare in Italia le loro Mopserie: come, per esempio, la napoletana Caracciolo Cigala, la lombarda Trivulzio Belgiojoso, la savoiarda Lascaris, la livornese Mengozzi, la veneta Fuà Fusinato e altre assai». La Massoneria femminile – precisa – può solo affiancarsi alla “Framassoneria”, con affiliazioni “cagnesche”, traduzione letterale di Mopse, termine derivato da una razza di cani molto docili. È difficile però trovare la docilità nel carattere di Cristina. Questa sua mancanza può spiegare la difficoltà con cui si è accostata ai vari percorsi iniziatici. Ogni associazione infatti, segreta o meno, condivide con le religioni un principio fondamentale: il buon uso del tempo per giungere alla perfezione dell’anima. E in questo cammino ogni associazione, esattamente come le religioni, chiede l’obbedienza nell’apprendere i passi necessari. L’obbedienza non era proprio una qualità di Cristina che, pur riconoscendosi pienamente nella religione in cui era nata, si prendeva libertà di pensiero che, da un punto di vista ortodosso, suonavano eretiche: «Non ho certezza positiva alcuna e quando mi valgo del verbo credere esprimo una speranza non già una cognizione […] Le parole del Maestro, credo per voler suo, caddero in mano di una società che chiamasi Chiesa. A questa toccò l’incarico di commentarle, di cavarne un assieme, un sistema filosofico e dogmatico, un corpo di leggi, un codice penale. Non so se tutte queste cose sieno assolutamente buone. Voglio essere cristiana, non solo ma cattolica. Per questo sono disposta a vivere strettamente e soffrire molte cose ma non posso rassegnarmi a dir vero ciò che credo falso».

La fuga a Parigi

Francesco Hayez, Ritratto di Cristina Belgiojoso Trivulzio,
1830-1831. CC 1.0 Universal

La fuga da Milano e dal marito, la portò poi a Parigi dove ebbe modo di avvicinarsi alle teorie “socialiste” di Saint-Simon e alle riunioni dei suoi seguaci. Partecipò a diversi incontri ma, come scrisse all’ex marito, il ruolo di “papessa” non le interessava proprio: «Sono perseguitata da nuovi discepoli di una nuova religione: per arruolarmi sotto alla loro bandiera […] usano meco di tutti quei mezzi di seduzione che erano altre volte di competenza gesuitica. Il Santo Collegio viene a farmi prediche ed a discutere con tutte le anime ribelli che si trovano nella mia casa. Mi si mandano omelie, giornali e pubblicazioni, si parla dell’Italia in tutte le prediche, mi si fa intendere che potrei diventare papessa… Tutto questo sdrucciola sul mio cuore e non vi desta il benché minimo desiderio». La dottrina in questione è il “credo” divulgato da Saint-Simon e Fourier che vedeva l’importanza dell’emancipazione femminile, entrambi infatti contribuirono a uno sguardo diverso sull’altra metà del cielo. La religione aveva imposto il silenzio, mulieres taceant, le leggi le collocavano in ruoli inferiori, escludendole dalle attività civili e politiche. Il sansimonismo sosteneva la libertà delle donne senza mai sottovalutare il matrimonio: la moglie doveva avere un ruolo paritario col marito sia nella famiglia, sia nella società, sia nel culto cristiano. Fourier, ancora più rivoluzionario, vedeva nella spiritualità umana un universo in cui le passioni si muovono come i corpi celesti. Un sistema sociale armonioso non può opporsi al moto delle passioni, che sono di origine divina, e non si può commettere, come in passato, «l’idiozia di escludere le donne dalla medicina e dall’insegnamento, riducendole all’ago e alla pentola. La natura distribuisce ad entrambi i sessi, in egual misura, l’attitudine alle scienze e alle arti». Un pensiero che si può definire ottimista, nel 1808 Fourier si era permesso una profezia: nessun progresso sociale è possibile se non fondato sui diritti delle donne.

La pubblicistica: per la prima volta le donne in primo piano

In quel contesto c’era ampio spazio per le riviste mirate: Le journal des femmes, La femme libre, La femme nouvelle: per la prima volta si metteva in discussione l’obbligo delle donne a sacrificare qualunque ambizione sull’altare predestinato della maternità. Il progetto sansimoniano sembrava offrirsi come un’opportunità straordinaria per la partecipazione femminile alla costruzione di una società più giusta: in quel microcosmo il principio egualitario era, o sembrava, basilare in ogni aspetto del vivere tanto che i seguaci si chiedevano perché mai solo un uomo potesse essere papa, perché non una donna? Quando poi il capo del movimento divenne Prosper Enfantin, la dualità della guida si definì ancor meglio: erano necessarie coppie sacerdotali che, al di fuori delle convenzioni, dessero avvio a una riforma morale e a una libertà sessuale, all’interno delle comunità, per puntare a una vera emancipazione femminile. Solo la “dualità” completa lo sguardo sul mondo. La necessità di una coppia era determinata dalla realtà stessa: lo sguardo femminile è diverso da quello maschile e solo la dualità può rispondere ai bisogni generali esistenti. Il mito di Egeria suggeritrice di Re Numa confermava Enfantin nella sua intuizione e lo portava ad affermare che le grandi menti, capaci di lasciare tracce indelebili, avevano in sé caratteri spirituali dell’uno e dell’altro genere (sicché l’idea di un Dio ermafrodita non era affatto ridicola). Si trattava di osservazioni che non si sentivano ovunque ma tra la parola e la pratica c’era una distanza, infatti quando Claire Démar, che definiva il matrimonio “prostituzione legale”, e Suzanne Voilquin, formularono rivendicazioni concrete, furono completamente ignorate da Enfantin. Il quale, mentre esibiva il culto della “Madre”, impegnandosi nel progetto del Canale, esaltava l’unicità del lavoro intellettuale e muscolare maschile nei cantieri del progresso: SUEZ / est le centre de notre vie de TRAVAIL, / là nous ferons l’Acte / que le mond attend, / pour confesser que nous sommes / MÂLES. Alcuni studi si sono interrogati sulla natura esatta dell’affettività tra i sansimoniani, Cristina sembra aver colto le ambiguità del discorso, forse non ne leggeva le tendenze omosessuali, come avrebbe fatto poi Freud, ma è evidente la volontà di mantenere una distanza. Come sempre Trivulzio non usava toni sfumati, aveva però un coraggio che altre e altri potevano solo immaginare. Rivendicava il diritto a non passare inutilmente sulla Terra ed era guidata da un’idea di progresso fondata sulla solidarietà, in quanto riconoscimento di una condizione comune. Il lato problematico che vedeva nelle cose, le impediva di aderire completamente a una sola ideologia. Si sedes non is.. sembra dunque una massima fatta apposta per Cristina.

Silvana Bartoli

L’articolo è tratto da Officinæ – Quadrimestrale internazionale di attualità, storia e cultura iniziatica, Anno XXXVI, n. 4, ottobre 2025.

Per continuare il cammino:
Silvana Bartoli, Le scelte di Cristina Trivulzio. Una storia di emancipazione, Firenze, Olschki, 2025.

Pubblicato in: Orizzonti
Tags: Cristina Trivulzio di Belgiojoso, iniziazione, Pensiero liberale, ricerca interiore, Risorgimento, Simbolismo

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