
A colloquio con Fulvio Conti
«Molti lamentano il fatto che oggi siamo afflitti dal “presentismo”, come se vivessimo in un eterno presente senza la capacità di storicizzare il passato e di cogliere le connessioni fra ciò che è stato, le vicende della storia appunto, e ciò che è, ossia la nostra quotidianità, il tempo nel quale siamo immersi. In realtà, oggi c’è un’enorme domanda di storia e ne troviamo continua conferma nel successo di tanti strumenti attraverso i quali la storia viene veicolata al grande pubblico. Da quelli più tradizionali (libri, riviste, ecc.) a quelli più nuovi (trasmissioni televisive, podcast, cinema, spettacoli teatrali)». Fulvio Conti, professore ordinario di Storia Contemporanea dell’Università di Firenze, ha uno sguardo attento a tutte le fenomenologie del cambiamento e uno spirito critico affinato dalla ricerca scientifica, che porta avanti con indomita passione confrontandosi con i giovani. Nell’intervista che ha rilasciato a Officinae gli abbiamo chiesto di soffermarsi sul valore della memoria e sull’importanza dello studio della storia nel contesto della complessità, che caratterizza questo cambiamento d’epoca.
Professore quanto è difficile insegnare la storia in un tempo che tende a rimuovere il passato?
Non è mai stato facile, anche se devo dire che anche i miei studenti all’Università si mostrano molto interessati alla conoscenza della materia. Probabilmente perché insegno storia contemporanea, guardando a fatti ed eventi del XX e XXI secolo, che non hanno fatto in tempo a studiare alle scuole superiori, che sentono più vicini, e quindi per loro più coinvolgenti. Poi certo, c’è da superare l’esame, e a qualcuno la disciplina rimane un po’ indigesta.
Il Gran Maestro della Gran Loggia d’Italia, Luciano Romoli, negli ultimi interventi pubblici ha insistito sulla necessità di ribadire il valore della tradizione, la consapevolezza del tempo passato, la capacità di leggere i fatti del presente, capacità che richiede una conoscenza approfondita della storia. È la strada giusta per ridare fiato alla dimensione spirituale e per favorire una crescita integrale dell’individuo?
La storia purtroppo non è magistra vitae, come si legge in una celebre locuzione del De Oratore di Cicerone. Se lo fosse e lo fosse stato l’umanità avrebbe risolto da tempo i suoi problemi e oggi non ripeterebbe gli errori compiuti a più riprese nell’arco della sua storia. Però la conoscenza storica ci consente di collocare nella giusta prospettiva le vicende del presente, ci mette a disposizione lo strumento dell’analogia, ci offre elementi di comparazione con vicende passate che hanno punti di somiglianza con quelle che stiamo vivendo ai nostri giorni. E se talvolta ci rassicura, talaltra ci mette in guardia. Ma sempre ci permette di avere una lettura più consapevole della realtà attuale, di dare “profondità di campo”, per dirla in gergo fotografico, al nostro sguardo sulla contemporaneità. E dunque, da un certo punto di vista, contribuisce alla costruzione di un’autonomia di giudizio da parte degli individui, li allontana dalle interpretazioni stereotipate e superficiali. In ultima analisi, la conoscenza della storia costituisce un requisito indispensabile per favorire la crescita integrale dell’individuo.
Revisionismo e pensiero critico In molte circostanze tendiamo a travisare i fatti, ad esercitare un revisionismo spesso condizionato da pregiudizi ideologici. Lo dimostra quello che avviene nelle celebrazioni delle ricorrenze ufficiali, che dovrebbero rappresentare delle occasioni per rileggere il cammino che l’Italia ha compiuto almeno negli ultimi due secoli verso l’indipendenza senza polemiche con spirito unitario. Sotto questo aspetto il 25 aprile è emblematico, così come la “Giornata della Memoria”. Riusciremo mai a superare pregiudizi e contrapposizioni ideologiche?
Questa è una domanda a cui è difficile rispondere. Occorrerebbero qualità divinatorie che non fanno parte della “cassetta degli strumenti” dello storico. Certo l’indagine del passato offre, come dicevo, elementi per interpretare il presente, e magari anche per intervenire nel dibattito pubblico e far crescere la consapevolezza della necessità che quel passato, più o meno recente, vada storicizzato. Intendo dire, in altre parole, che vada consegnato finalmente ai libri di storia, togliendolo dalle diatribe ideologiche e politiche della nostra quotidianità. Il giudizio sulle tragedie prodotte dal fascismo dovrebbe essere ormai un dato comunemente acquisito, e non più oggetto di insulse disquisizioni sul fatto che Mussolini abbia «fatto anche cose buone» o meno. Al tempo stesso occorre ricordare che il 25 aprile per l’Italia non ha segnato solo la fine della seconda guerra mondiale e la liberazione dal nazi-fascismo, ma anche la fine di una guerra civile. E per ricucire le ferite aperte dalle guerre civili ci vorrebbero operazioni culturali e politiche che in Italia non sono state fatte, né all’indomani del 1945 né qualche decennio dopo. Anzi, alle lacerazioni prodotte dalla guerra civile del periodo 1943-1945 si sono poi aggiunte quelle degli anni di piombo, della strategia della tensione e degli opposti estremismi. I cui cascami ideologici continuano a ingombrare le discussioni del nostro tempo. Tuttavia, occorre essere fiduciosi e proprio gli insegnanti di storia possono contribuire a far crescere nell’opinione pubblica, a cominciare dalle generazioni più giovani, una conoscenza del passato che sia sempre più scevra da condizionamenti ideologici e propedeutica a una lettura condivisa della nostra storia.
Guerre e tecnologia nel tempo mutante La guerra sta dominando lo scenario, mentre le tecnologie dettano il passo del “progresso”. L’individuo, nell’orizzonte mutante della civiltà digitale appare schiacciato da quella che padre Benanti chiama: “La nuova logica di dominio”. A quale destino stiamo andando incontro?
«Il miglior profeta del futuro è il passato »: è questa la celebre frase che si attribuisce a Lord Byron. L’aforisma sottolinea come l’analisi delle esperienze passate, dei modelli, degli errori e dei successi sia lo strumento più affidabile per prevedere o comprendere ciò che accadrà. Questo si può chiedere allo storico, nella consapevolezza che anche altri analisti dei fenomeni sociali, quando si lanciano in azzardate previsioni di ciò che accadrà nel futuro prospettano talora scenari apocalittici che poi puntualmente, per nostra fortuna, non si avverano, facendoci assistere a imbarazzanti marce indietro e correzioni di tiro. La storia ci insegna che anche in vari altri periodi abbiamo vissuto fasi di repentina accelerazione delle scoperte tecnologiche, del loro immediato trasferimento ai modelli di produzione, dell’espulsione di manodopera dai processi produttivi, del senso di spaesamento e di incertezza che ne conseguiva.
Ammetterà però che il “salto” che l’innovazione tecnologica sta generando è senza precedenti?
Si ha sempre questa impressione, servirebbe un maggiore distacco critico per dare dei giudizi più equilibrati. Mi permetta qualche citazione: Hard times. For these times, così Charles Dickens intitolò un suo romanzo di denuncia sociale (nella traduzione italiana semplicemente Tempi difficili), pubblicato per la prima volta nel 1854 e ambientato in un’immaginaria città industriale dell’Inghilterra vittoriana, Coketown (letteralmente “Città del carbone”). Le trasformazioni generate dalla rivoluzione industriale apparivano anche allora sconvolgenti e irreversibili, come diceva lei, senza precedenti. Quando uscì il romanzo di Dickens, Marx ed Engels avevano già pubblicato il Manifesto del partito comunista (1848), nel quale invitavano tutti i proletari del mondo a unirsi per lottare contro quella creatura mostruosa che era il capitalismo. Tutti sappiamo come è andata a finire. Sebbene l’avvento della società capitalistica su scala mondiale, nei quasi due secoli successivi, non sia stato privo di difficoltà e di laceranti sconvolgimenti, nessuno credo che oggi vorrebbe tornare al periodo precedente. È solo un esempio dei tanti che la storia ci offre, e anche su questo sicuramente ci saranno interpretazioni che differiscono dalla mia. Ma penso che ci siano molte ragioni per guardare con fiducia a ciò che il futuro ci prospetta. Tenendo però la guardia alta, consapevoli di dover intervenire per correggere derive pericolose. Come è già successo in passato dopo autentiche tragedie come le due guerre mondiali.
Massoneria e storia d’Italia Lei ha studiato la storia della Libera Muratoria soffermandosi su molteplici aspetti dai protagonisti ai luoghi (cfr. Andare per i luoghi della Massoneria, ed. Il Mulino; Massoneria e Fascismo, ed. Carocci, sono gli scritti più recenti di Conti, n.d.r).
Come mai tanto interesse?
Nel mio libro Andare per i luoghi della Massoneria (il Mulino 2025), ho cercato di tracciare quella che ho definito una “storia in pillole”. E ho evidenziato come in molti momenti della storia d’Italia la Massoneria abbia agito da protagonista, abbia svolto un ruolo importante nella sfera pubblica. Per esempio portando l’attenzione sulla necessità di promuovere nuovi diritti civili e politici: l’istruzione gratuita e obbligatoria, il suffragio universale, l’emancipazione femminile, l’abolizione della pena di morte, il divorzio, il diritto internazionale, e così via. Nella contemporaneità la situazione è molto diversa, siamo in presenza di una civile massificata e disattenta, poco propensa ad ascoltare e recepire i messaggi che possono venire da un’istituzione come quella massonica. La quale, anche in conseguenza dell’immagine negativa che si è formata in parte dell’opinione pubblica (non è certo questa la sede per ripercorrerne le cause), si è messa necessariamente sulla difensiva, chiudendosi in una posizione più riservata. E questo, a mio avviso, è un peccato perché potrebbe far sentire maggiormente la sua voce sui tanti temi che interrogano le coscienze nei tempi travagliati che stiamo attraversando.
Dal momento che il fulcro della nostra conversazione è il valore della memoria, quali eredità devono saper raccogliere i nuovi adepti impegnati a intraprendere un percorso iniziatico?
L’eredità di una tradizione che, con i suoi chiaroscuri, ha scritto pagine importanti della storia, sia in Italia che su scala internazionale. Per questo, e lo dico da non Massone, mi permetto di suggerire che a chi chiede di entrare nella Massoneria, i cosiddetti «bussanti», e poi agli iniziati sia fatto obbligo di studiare la storia dell’istituzione. E successivamente, come in una sorta di “formazione continua”, li si inviti a rinnovare e ad approfondire le conoscenze che hanno acquisito al momento del loro ingresso. Sarebbe anche importante rivolgersi agli studi che hanno un preciso taglio scientifico, che sono ormai facilmente reperibili e disponibili, per dare un fondamento saldo alla conoscenza dei fatti. Teniamo conto che la ricerca storica non si ferma, è in continuo rinnovamento. Occorre, perciò, che chi guida l’Obbedienza curi la salvaguardia e la valorizzazione degli archivi, e faccia quanto è in suo potere per promuovere nuovi studi, affidandoli a chi ha gli strumenti metodologici e scientifici per portarli avanti nel modo migliore e più rigoroso possibile.
Massimiliano Cannata
