
In principio, tutto esisteva attorno al tempio e per il tempio. Non c’era altra vita, altra legge, altra luce. Ogni gesto umano si orientava verso di esso. Le prime civiltà storiche, nell’ abbraccio fertile tra il Tigri e l’Eufrate, eressero il tempio non già come edificio, bensì come rivelazione verticale del legame tra il cielo degli dèi e la terra degli uomini. I Sumeri, provenienti forse da terre montuose poste a oriente, fondarono – intorno al 4000 a.C. – le proprie città-stato nell’ area meridionale della Mesopotamia, proiettando verso l’alto le ziqqurat (a partire dal 3300 a.C.), piramidi a gradoni, simulacri di montagne divine, dove il mondo umano potesse innalzarsi per farsi udire. Al vertice di questo ordine cosmico stava l’ensi, sacerdote-governatore, ambasciatore del numinoso, detentore dell’ arte sacra del rito e della parola rituale.
Il tempio era fulcro economico, politico e spirituale: la città era la sua ombra e il potere manifestazione della divinità. Ma il tempo, che consuma anche ciò che sembra eterno, mutò l’equilibrio: con l’espandersi delle città e l’incalzare delle minacce esterne, nel corso del cosiddetto periodo protodinastico (2900–2330 a.C.), nacque una nuova figura, il lugal, il re-guerriero, inizialmente chiamato nei momenti d’urgenza, poi stabilmente elevato a custode armato della comunità. Così, durante l’epoca accadica (2330–2150 a.C.), sorse il palazzo accanto al tempio e il potere si sdoppiò: al sacerdote il mistero, al re la spada.
Eppure, a lungo, il lugal non poté regnare senza il consenso dell’ ensi: la forza restava subordinata al numen, il ferro alla parola sacra. Solo quando la guerra divenne condizione permanente e l’espansione necessità, il re finì per prevalere, anche se non del tutto. Naturalmente, ancor prima che il potere si incarnasse nella spada o si velasse nel rito, il tempio era già nel verbo che lo nominava: e in quel nome si cela – intatta – la sua origine prima. Il termine tempio è un prestito dal latino templum, voce che affonda le sue radici nella radice indoeuropea *tem-, tagliare, da cui derivano anche il greco τέμνω (témō), recidere, separare, e τέμενος (témenos), spazio tagliato, cioè ritualmente separato dal resto.
Tutti gli studiosi concordano con Ernout e Meillet (2001) nell’ assegnare a templum un significato originariamente augurale, secondo quanto testimoniato da Varrone nel settimo libro del De lingua latina: il templum è, innanzitutto, una porzione di cielo tracciata idealmente dagli auguri attraverso il loro bastone rituale, il lituus, per osservarvi i segni del divino. Solo in seguito, quel cielo suddiviso e reso leggibile divenne terra consacrata, luogo recintato e sacro e, da ultimo, edificio: dimora visibile dell’ invisibile (Cortelazzo & Zolli, 1999). Molto probabilmente, nella civiltà occidentale, la testimonianza letteraria che più profondamente ha trasmesso il senso sacro del tempio è quella dei Vangeli, dove esso si fa teatro di una delle scene di più alta tensione tra il divino e il profano. Quando Gesù, penetrando nel recinto sacro, scaccia i mercanti che ne avevano profanato la soglia, compie un atto insieme profetico e restauratore, riaprendo il tempio alla sua funzione primigenia.
Le parole del Maestro risuonano come un giudizio escatologico: «Sta scritto: la mia casa sarà chiamata casa di preghiera. Voi, invece, ne fate una spelonca di ladri» (Mt 21,13). Se nei Vangeli, dunque, il tempio si mostra come luogo da purificare, nella tradizione massonica, invece, esso rappresenta lo spazio da edificare. La narrazione simbolica per eccellenza, infatti, è la costruzione del Primo Tempio di Gerusalemme, che Salomone volle innalzare come dimora del Nome ineffabile, luogo della Presenza e misura della perfezione. «La casa che io sto per costruire sarà grande, perché il nostro Dio è più grande di tutti gli dèi» (2Cr 2,5) afferma il re sapiente, prefigurando l’opera interiore di ogni iniziato: un tempio non di pietre, ma di proporzione, silenzio e luce. Entrambe queste testimonianze, quella cristica e quella salomonica, convergono in un medesimo gesto archetipico: “la separazione”. Gesù, nel purificare il tempio, taglia fuori i profani, ristabilendo il confine tra il sacro e l’empio. Salomone, nel costruire il tempio, taglia fuori il mondo non consacrato, separando la pietra comune dalla pietra scelta, la materia profana dal luogo reso altro. In entrambi i casi, il tempio si afferma come spazio separato: non rifugio, ma fondazione di un ordine, ritaglio sacrale tracciato sul fondo indistinto del mondo.
Francesco Mercadante
Bibliografia minima essenziale
Bibbia di Gerusalemme, La Bibbia, Torino: Edizioni Dehoniane, 2009. Conte, G., Pianezzola, E., Ranucci, G., Il latino. Vocabolario della lingua latina, Firenze: Le Monnier, 2000. Cortelazzo, M., & Zolli, P., Dizionario etimologico della lingua italiana, Bologna: Zanichelli, 1999. Ernout, A., & Meillet, A., Dictionnaire étymologique de la langue latine, Paris: Klincksieck, 2001. Hrouda, B., La Mesopotamia (A. Cristofori, Trad.), Bologna: Il Mulino, (Opera originale pubblicata nel 1997), 2003. Nocentini, A., & Parenti, A., Vocabolario etimologico della lingua italiana, Firenze: Le Monnier, 2010. Pokorny, J., Proto-Indo-European etymological dictionary, (Ed. digitale a cura di Indo- European Language Revival Association), Associazione Dnghu, 2007. Rocci, L., Vocabolario greco-italiano, Roma: Società Editrice Dante Alighieri, 1998.


