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Gran Loggia d'Italia degli ALAM

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Massoneria di Rito Scozzese Antico e Accettato

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Gran Loggia d'Italia · 23 Febbraio 2020 - 13:18

Il cammino tra l’uomo e la “benrotonda” verità. Riflessioni

di Antonio Binni

Rigore e metodo esigono che l’argomento prescelto, oggetto di approfondimento, venga scrutinato dai tre profili essenziali, nei quali può essere scomposto: l’uomo; la Verità; il cammino che definisce la distanza fra il punto di partenza e quello di arrivo. L’uomo, in quanto monade, è l’uno, l’indeterminato perché non ulteriormente suddivisibile (in-dividuus), l’identificato. Mistero a se stesso, è dotato di mente inquieta. Meraviglia e stupore lo forzano a incamminarsi su quel sentiero che porta alla Verità. La Verità, per definizione, è assoluta, in quanto tale, è totalmente slegata dalle opinioni, fossero anche quelle della maggioranza, massa insipiente dominata dalla incompetenza, dalla improvvisazione, oltre che dalla dinamica mutevole degli umori e delle passioni. La Verità è il tutto, totale omnicomprensivo, Luce che brilla nella notte disvelata. Uomo-Verità: lemmi fra loro antitetici perché l’uomo, per definizione, è il non assoluto, mentre la Verità, ancora una volta per definizione, segna la scomparsa della modalità individuale, comunque la si voglia intendere. Tra i due termini appare da subito una distanza siderale, pur tuttavia colmabile attraverso un cammino che, all’evidenza, si presenta come diverso da un percorso geograficamente determinato, atteggiandosi piuttosto a un cammino di tipo individuale, nel quale Minerva, oltre ad accompagnare il viandante, funge anche da guida sicura lungo una scala a chiocciola dagli stretti gradini, volta al cielo. Il che ci dice – come già insegnava Parmenide – che questo cammino “è fuori dalla via” comunemente “battuta dagli uomini”. Postula, all’evidenza, un indirizzo che può imprimere solo l’iniziazione che, con il suo carisma, immette nel giusto cammino. Via che immediatamente appare come eroica perché comporta massima attenzione e paziente concentrazione per non incorrere in errori che conducono poi in vicoli ciechi e sentieri interrotti. Scelta che si paga a caro prezzo, perché l’immobile dimensione della Verità è fonte di isolamento sociale e pure di più. “E so bene che dicendo la Verità, mi faccio odiare” (Platone, Apologia, 24 A). Quale poi debba essere in specifico codesto cammino è materia controversa, comunque dubbia. A voler dar credito a talune dottrine tradizionali, primordiali, non soggette al divenire perché per definizione non umane, quella via avrebbe origine nell’uomo stesso, più precisamente nella profondità del proprio essere. L’agostiniano insegnamento: “in interiore homine habitat veritas” riecheggia l’antico messaggio al pellegrino: “uomo conosci te stesso e conoscerai l’universo e gli dei” e quanto ugualmente era dato leggere sul Tempio di Harran: “chi conosce se stesso è reso Dio”. Dottrina comune pure all’Oriente posto che anche Lao-Tzu ha insegnato che “chi conosce se stesso è illuminato”. Questo perché l’essere è eterno, mentre il divenire è temporaneo. Il mito platonico della caverna per il raggiungimento della Saggezza, figlia della Verità, indica però un cammino diverso, connotato da un inizio, che coincide con l’uscita dall’antro, ed a un punto di arrivo, fuori e oltre la caverna. A conferma che la umana esistenza, per definizione, è un “non essere a casa” secondo quanto insegna la semantica della stessa parola, posto che ex-sistenza altro non significa appunto che essere fuori da dove si è. Platone, dopo aver identificato il luogo della verità all’esterno della caverna null’altro dice, quasi che il percorso che, da dentro, porta a fuori, finisse per sopprimere il percorso stesso. Il che non risolve il problema di che tipo di percorso si tratti. Rimane comunque incontestabile l’esistenza del tragitto, che presuppone uno spostamento da un luogo a un altro. Dunque almeno due strade, fra di loro profondamente diverse, posto che la prima insegna un cammino verso l’interno, a differenza della seconda che postula invece un dal dentro al fuori. Strade – a ben considerare – pure tra di loro incompatibili perché il ricorso alla prima esclude l’impiego della seconda, e viceversa. Anche se poi la ricerca del vero ne suggerisce l’utilizzo congiunto simultaneo o, all’occorrenza, l’impiego di ambedue le strade in forma consecutiva. Vero è che il mistero della Verità è troppo grande e complesso per potere essere invece aggredito con una sola ed unica modalità. Il che pare rafforzare il referto di un’altra nostra analisi che ha concluso nel senso di escludere la riduzione della Massoneria ad un mero metodo! Il che – sia detto a conforto dell’assunto sostenuto – sarebbe invero ben poca cosa, oltre che stravagante affermazione intrinsecamente contraddittoria. Se la Massoneria fa della libera ricerca della Verità senza glossa un dovere, sarebbe infatti in clamorosa contraddizione con se stessa se indicasse poi una via obbligata di analisi. Se, per dirla in termini figurati, la Verità è una foresta, si deve infatti ammettere per ogni cavaliere la possibilità di entrarvi tanto nei suoi plurimi sentieri, quanto attraverso i rovi e i cespugli che ne ostruiscono l’ingresso. Da qui la possibilità di orientarsi in piena libertà ammettendo che ciascuno ha a disposizione la propria via materiata di storia, filosofia, poesia, scienza e fantasia, tutte ricondotte ad unità da una logica inventiva strutturata con argomentazioni ben condotte capace di ricca sintesi. A volerla dire in termini ancora più chiari, la via dipende dall’ingegno di ciascuno inteso come facoltà di cogliere in unità ciò che è separato, autentica arte dell’invenzione intesa come trovato, con la specificazione, nella nostra veduta, della netta prevalenza del profilo artistico-inventivo rispetto a tutti gli altri elementi concorrenti nella ricerca. Da qui la definitivamente ribadita inesistenza di un metodo massonico (su questo spinoso argomento ci permettiamo rinviare alla lettura del nostro scritto Sulla inesistenza del metodo massonico, pubblicato il 17 ottobre 2017 sulla rivista Officinae). Ma su questa tematica non vogliamo ulteriormente soffermarci se non per essere costretti a dolerci del mancato dibattito sull’argomento, tutt’altro che marginale, che avevamo pure proposto e sollecitato con tante speranze a tutt’oggi andate purtroppo tutte ancora perdute. Vogliamo concludere questa riflessione con un fermo invito. Materiati della Luce della Verità faticosamente conquistata, abbiamo l’obbligo di ri-svegliare i dormienti e i vincolati che compongono la moltitudine dei profani ancora schiavi della prigione del loro effimero al fine di assicurare un incessante, inarrestabile e costante procedere verso un mondo migliore.

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Pubblicato in: Officinae

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