
Pietro Leopoldo d’Asburgo Lorena, il principe illuminato delle Riforme che abolì la pena di morte nel Granducato di Toscana (primo Stato al mondo ad aver adottato un provvedimento di tale portata) è stato al centro del seminario di studi che si è svolto a Firenze nella cornice prestigiosa del salone “Ezio De Vecchi” dell’Istituto geografico Militare.
«La nostra è una realtà radicata nel territorio, da sempre impegnata nella promozione di appuntamenti culturali finalizzati a far conoscere passaggi e profili che sono stati decisivi nello sviluppo della nostra storia. Abbiamo perciò risposto con entusiasmo all’appello del Governatore Eugenio Giani – commenta il Presidente dell’Associazione Amici del Museo Stibbert, Alessandro Del Taglia che, insieme al Centro Sociologico Italiano della Regione Toscana e alla Gran Loggia d’Italia, ha organizzato il convegno che ci ha dato l’opportunità di riscoprire l’attualità di quest’uomo, che è stato capace di andare controcorrente, mettendo in pratica i principi della buona politica». «L’iniziativa – spiega Marco Passeri, studioso della famiglia dei Medici e collezionista – testimonia la volontà della Gran Loggia di trattare anche temi non strettamente legati al percorso iniziatico, aprendosi al confronto con altri mondi e culture. Uscire dal tempio può essere infatti determinante per comprendere i percorsi di sviluppo della società contemporanea, segnata da stridenti diseguaglianze e nuove crescenti povertà. L’azione riformista del futuro imperatore oggetto del nostro dibattito – prosegue Passeri – non fu un fiore nel deserto, perché si innestò in una realtà regionale che stava sperimentando una fase molto dinamica dal punto di vista socio-culturale. Con l’ascesa al trono granducale di Giangastone, ultimo dei Medici regnanti, si era aperta una nuova fase. Il fanatismo religioso di Cosimo III aveva ridotto la Toscana a uno Stato “monastico” e arretrato in balìa delle potenze europee del tempo. Gian Gastone, benché non avesse mai amato il potere e fosse in pessime condizioni di salute, seppe gestirlo con accortezza e buon senso, tanto che possiamo dire che i provvedimenti che attuò, hanno gettato basi solide per l’attuazione di quelle riforme che hanno fatto passare alla storia Pietro Leopoldo».
L’abolizione della pena di morte e la cultura dell’innovazione
Sulla vastità del disegno leopoldino si è soffermato Giovanni Cipriani, professore emerito di Storia della Toscana moderna dell’Università di Firenze: «Dall’agricoltura ancora specchio del sistema feudale, alla pubblica amministrazione, agli ospedali, alla salute pubblica, pensiamo alle opere di bonifica realizzate da questo sovrano dallo spirito liberale ante litteram; gli interventi del Granduca ebbero un effetto positivo su abitudini, stili e qualità della vita del Granducato, tanto che si può senz’altro affermare che il “vento nuovo” del “dispotismo illuminato” che cominciava a diffondersi in tutto il vecchio Continente per mano di Caterina di Russia, Maria Teresa d’Austria, Federico II di Prussia aveva trovato il più originale ed eccezionale interprete nella figura di Leopoldo». L’assolutismo monarchico delle grandi dinastie che aveva schiacciato le libertà mettendo sotto scacco l’Europa, per la prima volta si trovò a fare i conti con l’emersione di una nuova età dei diritti, che sarebbe poi culminata nel grande incendio della Rivoluzione Francese.

«Per capire quella che si configurava come la prima vera spallata alle logiche dell’Ancien Regime – ha commentato nel suo intervento la giurista Maurizia Trapuzzano – bisogna guardare alla riforma del sistema giudiziario e del diritto penale, realizzati con l’introduzione del cosiddetto “Codice leopoldino”, il 30 novembre 1786. Si tratta di un passaggio cruciale che imporrà un superamento del “metodo inquisitorio”, che si poneva in stridente contrasto rispetto alla mentalità settecentesca permeata sempre più dallo spirito dei Lumi. L’abolizione della tortura, l’introduzione dell’obbligo del giuramento, l’equiparazione della contumacia alla confessione, la concessione della libertà provvisoria, sono tutti elementi che riconducono alla volontà di affermare, cosa inedita per l’epoca, i principi di astrattezza, mitezza e gradualità della pena, in una dinamica di cambiamenti che culmineranno nell’abolizione della pena di morte. Questo sovrano che girava molto per l’Europa, affamato di curiosità, desideroso di dialogare con altri mondi non aveva solo letto Dei delitti e delle pene di Beccaria, come tanti contemporanei, lo aveva messo in pratica, dimostrando che non si trattava di astratte utopie coltivate dai philosophes dell’Illuminismo, ma di un preciso codice giuridico ed etico politico che, se applicato con scrupolo, avrebbero non solo cambiato la cultura del diritto, ma anche i destini stessi dell’umanità nei secoli a venire».
Le riforme economiche e l’eredità leopoldina
Se appare molto netto il peso “politico” e giuridico del riformismo leopoldino, non meno incidenza ha avuto il fattore economia nelle sue scelte. «Ricordiamoci che i provvedimenti che portarono alla liberalizzazione del commercio, l’abolizione dei vincoli annonari che bloccavano le colture cerealicole, la liquidazione dopo tanti secoli delle corporazioni medievali, che avevano di fatto ostacolato l’evoluzione dell’attività industriale, la trasformazione del sistema fiscale – ha ricordato Enrico Fantini, vicepresidente Nazionale della Conflavoro – fecero della Toscana una punta avanzata dell’innovazione sociale. È in questo quadro che nasce, nel 1770, la Camera di Commercio, prima in Italia e terza nel mondo dopo Marsiglia e Bruges». La “buona politica” praticata dal Granduca è stato il fil rouge della discussione, un messaggio molto preciso da tenere presente anche per l’uomo del nostro tempo, che sta vivendo tre grandi rivoluzioni: digitale, green e geopolitica. Sulla base di questa consapevolezza non appare esercizio accademico interrogarsi sull’eredità, “rispettata o tradita”, che questa pagina dell’Illuminismo ci ha lasciato.
Fulvio Conti, professore di Storia contemporanea dell’Ateneo fiorentino ha fatto ruotare la sua analisi su questo interrogativo recuperando le tracce consegnate alla memoria collettiva riconducibili alla figura del Granduca, attraverso un’indagine compiuta sull’odonomastica, sui monumenti e sulle lapidi a lui dedicati. «I risultati sono purtroppo deludenti, – ha detto lo studioso – nella cultura del paese il vasto disegno portato avanti da questo sovrano illuminato è rimasto a mio giudizio troppo poco. Soprattutto dell’approccio pragmatico e riformista che avrebbe potuto essere un modello utile per ridare slancio al dibattito politico di oggi. La nascita, che risale al 2001, della Festa della Toscana potrebbe in parte arginare questa sorta di damnatio memoriae, che risale alla comprensibile e istintiva repulsione per la cultura asburgica che nasce in epoca Ottocentesca alimentata da chi aveva preso parte attiva alle battaglie risorgimentali. Superata quella fase decisiva per il destino dell’Italia, è venuto il momento di ricollocare nella giusta prospettiva questo momento che si è rilevato cruciale per la definizione dell’identità toscana nell’orizzonte più vasto della nostra storia contemporanea». «Ragione, tolleranza, progresso, sono i termini chiave che ci fanno vedere Lepoldo come un uomo dei nostri giorni – ha detto nelle conclusioni Massimo Esposito, delegato magistrale della Regione Massonica della Toscana. La sua è stata una voce emblematica del libero pensiero, perché ha saputo incarnare con coerenza gli ideali dell’Illuminismo. Le riforme che sono state prese in esame hanno creato un clima di apertura intellettuale e di critica costruttiva, che è il principale valore che dobbiamo portarci dentro, come insegnamento e come contributo fondamentale di cui la società ha, in questa tormentata fase, bisogno, se vogliamo dare ossigeno alla democrazia e qualità al confronto dialettico, posto alla base della civile convivenza».
Massimiliano Cannata


