Saverio Fera

di Luigi PRUNETI

Petrizzi è un antico[1] centro agricolo della provincia di Catanzaro, abbarbicato su uno sperone roccioso che domina la valle del torrente Soverato. Qui, il 6 Gennaio del 1850, nacque Saverio Fera. Suo padre, liberale convinto, apparteneva ad una delle famiglie più illustri della zona, fu sindaco del paese ed educò il figlio alle idee di giustizia, di libertà e di unità nazionale. Saverio, divenne perciò un fervente democratico e, a soli sedici anni si arruolò nei “Cacciatori delle Alpi” di Garibaldi con i quali participò alla Terza Guerra d’Indipendenza. Terminato il conflitto con l’annessione del Veneto, il giovane Calabrese ritornò al paese natio, ma ormai l’esperienza garibaldina aveva inciso profondamente sul suo pensiero e lo aveva fatto riflettere sulle condizioni di arretratezza culturale, sociale ed economica della sua terra. Convinto che la responsabilità di ciò fosse in parte da attribuire alla Chiesa cattolica[2], campione, specie nel Sud del conservatorismo sanfedista, nel 1872 si convertì, con tutta la famiglia, al Metodismo wesleyano[3], di cui nel 1877 divenne ministro con incarichi pastorali prima a Napoli e poi a Palermo. Fu in quest’ultima città, capitale massonica del Sud e roccaforte dello Scozzesimo, che venne crismato Libero Muratore.

Nel capoluogo siciliano dimostrò un attivismo e una capacità organizzativa notevole e si dedicò con successo sia all’evangelizzazione che alla solidarietà[4]. Quando poi una terribile epidemia di colera colpì la città si consacrò, anima e corpo, all’opera di soccorso, tanto da essere insignito dalla medaglia d’argento di benemerito alla salute pubblica e dalla Croce di Cavaliere della corona d’Italia. Si segnalò, anche, come pubblicista ed abile polemista scrivendo opere di forte contenuto anticattolico come Martin Lutero e la Riforma e Italia Libera con Cristo: mai più Gesuiti[5]. Capace ed attivo, ma anche esigente e severo, Fera si scontrò con i dirigenti wesleyani e, nel 1888, passò con tutti i suoi fedeli nelle file alla Chiesa Cristiana Libera[6], accolto entusiasticamente da Mac Dougall[7], che vedeva nel Calabrese un futuro dirigente capace e prestigioso. In effetti, nel 1890, fu nominato Segretario del “Comitato di evangelizzazione” e, di conseguenza, trasferito a Firenze. Quando lasciò Palermo l’intellighentia politica e culturale cittadina si strinse attorno a lui tributandogli un caloroso saluto; così fecero Damiano Macaluso, illustre scienziato e Magnifico Rettore dell’Università, gli Onorevoli Tasca e Figlia, il sindaco Senatore Paternò e il Barone Boscogrande che mise a sua disposizione la propria carrozza. Anche la stampa locale si occupò dell’avvenimento e il giornale “L’Opposizione” salutò l’illustre Pastore chiamandolo “Apostolo della carità”, per aver fondato, fra l’altro, una scuola all’interno della sua comunità ecclesiale e la “Croce Bianca”[8].

Approdato sulle sponde dell’Arno, Fera prese dimora insieme alla moglie Elisa Marchi[9] in un vecchio palazzo in Via Pietrapiana 18[10], non lontano dal quartier generale della Chiesa Libera, in Via de’ Benci 7[11] dove si trovava anche la redazione de Il Piccolo Messaggero[12] organo ufficiale e principale fonte storica della comunità evangelica[13]. Questa[14] subì negli ultimi anni del secolo numerose traversie. Costretta a confrontarsi su un piano di continue polemiche con altre confessioni protestanti, in costanti difficoltà finanziarie, fu colpita nel 1894 da una profonda crisi che portò circa un terzo, dei suoi ventotto pastori a sciamare nelle file valdesi. Il Fera reagì alla diaspora con il piglio di sempre: ricostituì il corpo pastorale, si fece promotore di un’incessante opera di proselitismo, cercò muovi finanziamenti all’estero, ma tutto fu inutile: dopo nove anni di agonia, il gruppo evangelico si sciolse convogliandosi in parte nella Chiesa Metodista Episcopale, in parte in quella Wesleyana[15].

Mentre si svolgevano questi fatti, il Fera militava con fervore nella Libera Muratoria, di cui era diventato uno dei personaggi di maggior spicco. Membro della cosidetta corrente degli “spirituali” che contestava l’eccessivo coinvolgimento dell’Istituzione nelle questioni politiche[16], egli era quotizzante della Loggia “XX Settembre”, roccaforte fiorentina dello scozzesimo in contrasto con la “Lucifero”[17], Officina di Rito Simbolico ed alfiere di una “laicizzazione” massonica[18]. Fera fu anche Maestro Venerabile e ricoprì importanti cariche nell’Ordine, ma fu per il Rito Scozzese Antico ed Accettato, che profuse gran parte delle sue forze tanto da divenirne uno dei massimi dirigenti. Membro del Supremo Consiglio, nel 1906, alla morte di Adriano Lemmi, divenne, come Luogotenente, il numero due del Rito, accanto al Sovrano Gran Commendatore Achille Ballori. Quando questi, dopo pochi mesi di mandato dette le dimissioni dalla carica, perchè urtato dal Supremo Consiglio che aveva rifiutato l’unificazione con il Rito Simbolico Italiano, il Fera ne assunse le funzioni. In questa veste, l’anno successivo, si recò a Bruxelles, dove rappresentò l’Italia alla Conferenza mondiale dei Riti Scozzesi. Venne, poi, il 1908 e la drammatica scissione della Massoneria italiana. I fatti sono noti, a seguito della mozione Bissolati sulla laicità dell’insegnamento nella scuola primaria, le due anime della Libera Muratoria peninsulare presero strade diverse[19], ponendo fine ad un contrasto ormai annoso[20]. Il Fera fu uno degli artefici di questa divisione e alla guida di buona parte del Supremo Consiglio ricostruì ex novo la Massoneria Scozzese. Non è facile elencare le difficoltà enormi che il gruppo ferano fu costretto ad affrontare. La stragande maggioranza dei Fratelli, con tutte le strutture organizzative, erano rimaste nel GOI, mentre meno di un migliaio di coraggiosi aveva creduto nell’opera del Fratello Fera. Fra di loro vi erano, come riconosce lo stesso Mola[21], alcuni dei più bei nomi del Supremo Consiglio come Pastore, Ricciardi, Peretti, Cassuto, De Paoli, Pegna, Lavagna e Zona[22] ma erano comunque pochi e le difficoltà da affrontare furono enormi. Comunque, nel breve volgere di un paio di anni, sotta la guida del Fera che si confermò un grande organizzatore, il gruppo trovò una sede centrale in via Ulpiano n. 11[23] a Roma, si dotò di un giornale “Il Bollettino Massonico”[24] e, soprattutto, il 21 Marzo del 1910, con gli auspici ben aguranti dell’Equinozio di Primavera, ricostituì l’Ordine, nacque così la Serenissima Gran Loggia d’Italia[25].

Nei cinque anni che ancora gli restavano da vivere Saverio Fera si dedicò anima e corpo al Rito Scozzese e alla sua Gran Loggia e i risultati non tardarono a giungere. Infatti, il piccolo gruppo che lo aveva seguito, nel 1915 contava già cinquemila Fratelli sparsi in più di 85 Logge che coprivano gran parte del territorio nazionale[26]. Nei rapporti internazionali le cose andarono ancor meglio ed anche in questo caso il merito fu, soprattutto, del Sovrano Gran Commendatore; scrive a tal proposito Marco Novarino che ha studiato i fondi archivistici di di Salamanca: “La ricchezza di materiale su questo specifico corpo rituale [ ci si riferisce al Supremo Consiglio d’Italia di Saverio Fera] si deve al costante e a volte spasmodico impegno profuso dal Sovrano Gran Commendatore Saverio Fera al fine di ottenere riconoscimenti e relazioni di amicizia con i Supremi Consigli del 33 esteri, impegno che ottenne notevoli risultati”[27].

Grazie a questa assoluta dedizione in brevissimo tempo il Supremo Consiglio d’Italia, entrò a far parte dello Scozzesismo internazionale. Già nel 1912 La Conferenza Internazionale dei Supremi Consigli di Rito Scozzese, riunita ad Washington[28], riconobbe come unica Comunione Italiana quella da lui guidata che entrò così in reciprocità di rapporti con cinquantasei potenze massoniche scozzesi. Ma Fera non si limitò a questo, la tensione religiosa che sempre lo pervase, la sua profonda umanità facero sì che egli si prodigasse, nel corso di tutta la vita, a favore dei deboli, dei poveri, degli infelici, degli emarginati; fu un filantropo nel vero senso della parola. Come Sovrano Gran Commendatore[29], come Pastore evangelico ma anche e soprattutto come Saverio Fera[30], si fece promotore di un gran numero di iniziative benefiche per le quali dette fondo a tutte le sue forze e sostanze. Questo impegno si protrasse fino all’ultimo giorno della sua vita che ebbe termine, per paralisi cardiaca, il 29 Novembre del 1915. Scrisse il quotidiano “La Nazione”: “La notizia della sua morte si è diffusa rapidamente e numerosi amici dell’estinto si sono recati a portare le condoglianze alla famiglia addolorata”[31]. Due giorni dopo ebbero luogo le esequie che videro accorrere non solo una gran folla di Fratelli e amici, ma anche moltissimi sconosciuti che vollero rendere l’ultimo omaggio ad una persona che si era prodigata per il bene di tutti.

Il mesto corteo, aperto dai corrigendi e dai fanciulli dell’Istituto evangelico, attraversò l’intera città per poi fermarsi nel Piazzale di Porta Romana, dove Leonardo Ricciardi[32] tenne una breve orazione funebre, ricordando “ ... l’austera figura dell’estinto che nella sua gioventù combattè nelle falangi garibaldine a Bezzecca e che amò sempre, del più puro amore, la Patria a cui dedicò tutto sè stesso ... “ Infine, “fra le lacrime”, l’oratore concluse mandando “a nome anche di tutti i compagni di fede, un ultimo estremo saluto all’estinto”[33].

La salma fu tumulata nel cimitero evangelico degli Allori, alle porte di Firenze e sulla sua semplice sepoltura fu posta questa epigrafe:

“Saverio Fera

Patriota pensatore

Sovrano Gran Commendatore

della Massoneria Italiana

qui riposa dalle sue fatiche

e le sue opere lo seguono

6-1-1850 29-12-1915”[34].

Ebbero così termine le umane vicende di Saverio Fera, un grande uomo e un grande massone al quale storia non rese giustizia. La sua figura fu, infatti, spesso dimenticata o fatta oggetta di feroci critiche, frutto più del livore di parte che non di una serena analisi degli eventi e del periodo che lo videro protagonista. Noi, nel ricordarLo commossi salutiamo in lui un sublime maestro di vita e di dottrina che additò alle generazione future dei Liberi Muratori il giusto cammino verso la Luce.

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[1]Sembra che Petrizzi sia stato fondata nel XIV secolo e abbia fatto parte dello stato di Squillace; in seguito fu feudo di varie famiglie patrizie, fino a quando divenne principato dei duchi di Marincola.

[2] Per comprendere le condizioni di arretratezza del clero cattolico nella Calabria del XIX secolo si legga V. PADULA, Calabria prima e dopo l’Unità, vol. I, Bari 1977, p. 5 e segg.

[3] Chiesa protestante metodista, fondata da John Wesley (1703-1791).

[4] Soccorse, ad esempio, con un apposito comitato, la vedova e i quattro orfani del Pastore Scozzese J. Simpson Kay, che venuto a Palermo come evangelizzatore valdese, aveva poi fondato un gruppo autonomo.

[5] Intensa fu l’attività di pubblicista del Fera, oltre ai già citati volumi pubblicati a Palermo, rispettivamente nel 1883 e nel 1886, scrisse: Pro Patria et ecclesia. Considerazioni indirizzate ai liberali ed ai liberi pensatori, Palermo 1882; La confessione e la sua origine, Palermo 1884; Pietro Carnesecchi, Firenze 1898; Malati!, Bologna 1900; La Massoneria nell’esercito e nella marina con prefazione e note di S. FERA, Firenze 1913. G. SPINI, L’Evangelo e il berretto frigio, Storia della Chiesa Cristiana Libera in Italia 1870-1904, Torino 1971, n. 38 pp. 172-173.

[6] Nel 1890 la Chiesa Cristiana Libera combiò nome con Chiesa Evangelica Italliana e fu eretta, per decreto, ad Ente morale.

[7] John Richardson Mc Dougall nacque a Glasgow nel 1831, fu nominato pastore della Chiesa Libera di Scozia nel 1855. Nel 1859 venne in Italia come evangelizzatore e si stabilì a Firenze dove diventò uno dei massimi esponenti della Chiesa Cristiana Libera, della quale fu per un lungo periodo di tempo tesoriere. Morì nel 1900. G. SPINI, L’evangelo ... cit., n. 1 p. 33.

[8] G. SPINI, L’Evangelo ... cit., p. 177.

[9] Elisa Marchi 1855-1930.

[10] Si tratta di Palazzo Pascolutti-Giani, che probabilmente era stato la sede dell’Accademia dei Risoluti. P. BARGELLINI E. GUARNIERI, Le strade di Firenze, vol. IV, Firenze 1986, p. 131.

[11] La Chiesa, chiamata un tempo San Jacopo tra’ fossi, è di origine antichissima, fu infatti fondata verso il 1000 ed appartenne prima agli Agostiniani, poi ai Domenicani e infine agli Umiliati. Cessò di essere parrocchia solo nel 1849 e in seguito passò alla Chiesa Cristiana Libera. P. BARGELLINI E GUARNIERI,Le strade ... cit., vol. I, p. 146.

[12] A. A. MOLA, Storia della Massoneria Italiana dalle origini ai nostri giorni, Milano 1992, p. 325.

[13] Dal 1894, il Fera divenne direttore del giornale evangelico.

[14] La Chiesa Cristiana Libera, nel frattempo, aveva mutato nome con Chiesa Evangelica Cristiana.

[15] Saverio Fera, insieme a Ludovico Conti, Paolo Pantaleo e Francesco Pisinzano confluì nella Chiesa Metodista Wesleyana. G. SPINI, Evangelo ... cit., n. 23, p. 220.

[16] L. PRUNETI, Storia della Gran Loggia d’Itallia degli A.L.A.M. Obbedienza di Piazza del Gesù Palazzo Vitelleschi Della costituzione del Supremo Consiglio d’Italia del Rito Scozzese Antico ed Accettato e della sua Gran Loggia dal 1908 al 1990, Roma 1991, p. 12.

[17] L. PRUNETI, La tradizione Massonica Scozzese in Italia, Roma 1994, p. 67.

[18] Uno dei Fondatori della Loggia di Rito Simbolico “Lucifero” all’Or. di Firenze fu Eduardo Frosini, una strana figura di Massone nel variegato mondo latomistico italiano fra i due secoli. Egli, nel 1907, si dimise dall’Officina perchè l’Istituzione era divenuta solo un “sodalizio politico”. Più tardi in una lettera inviata al GOI per confermare le proprie dimissioni scriveva: “Oggi tutto è subordinato in Massoneria agli impulsi politici profani, mentre la politica massonica dovrebbe essere il corollario dell’insegnamento filosofico ed etico morale che scaturisce dal nostro meraviglioso simbolismo”. E. FROSINI, Massoneria Italiana e Tradizione Iniziatica, Bologna 1979, pp. 175-176.

[19] Sulla scissione del 1908 cfr. F. CORDOVA, Massoneria e politica: la scissione del 1908, in “Archivio Trimestrale”, Roma 1981, n. 3, pp. 547-600; A. A. MOLA, Storia della Massoneria ... cit., pp. 324-331; L. PRUNETI, La tradizione massonica ... cit., pp. 61-74; L. PRUNETI, Storia della Gran Loggia d’Italia ... cit., pp. 10-14. Cfr. anche P. CITI, Contributi alla storia della Massoneria, Firenze s.d., pp. 102 e segg., “Civiltà Cattolica” LX 1909, pp. 257-270.

[20] “La crisi del 1908 fu sacrosanta da un punto di vista tradizionalista ... si doveva affermare, e proprio da parte di un pastore evangelico fortemente antiromano come S. Fera la giovannea libertà dello spirito contro le incursioni della politica di fazione, peraltro rifiutate dal costume italiano post risorgimentale”. M. MORAMARCO, Piazza del Gesù (1944-1968) Documenti rari e inediti della tradizione massonica italiana, Reggio Emilia 1992, p. 2.

[21] A. A. MOLA, Sulle origini di Piazza del Gesù, in “Nuova Delta”, n. 13, 1986, pp. 48-49.

[22] A. A. MOLA, Storia della Massoneria ... cit., p. 331 n. 49.

[23] In “Bollettino Massonico”, a. I, Novembre 1908, n. 5, pp. 7-8.

[24] Il Bollettino Massonico fu fondato dal Palermitano U. G. Amari, il primo numero uscì nel Luglio 1908. L. PRUNETI, La tradizione massonica ... cit., p. 73.

[25] Ibidem, pp. 85-86.

[26] L. PRUNETI, La tradizione ..., cit., p. 87.

[27] M. NOVARINO, Le relazioni italo-spagnole tra istituzioni massoniche nell’archivio storico nazionale di Salamanca, in “Spagna contemporanea”, 1992, n. 2, pp. 111-124, p. 118.

[28] L. PRUNETI, La tradizione ... cit., p. 89.

[29] Basti pensare, a tal proposito, che quando il terribile sisma del 1908 funestò Messina, una delle prime squadre di soccorso a giungere nella città funestata, fu quella inviata da una Loggia feriana, la R. L. “Palermo”, essa raggiunse Messina il 30 Dicembre 1908. “Bollettino Massonico”, a. II, Gennaio 1909, n. I, p. 9.

[30] R. MASCAGNI, Cronache toscane dal battesimo della nazione al battesimo dell’alluvione (1859-1966), Firenze 1987, p. 81; “L’Illustrazione italiana”, a. LXIII, n. 2 9/1/1916, p. 43.

[31] “La Nazione” 30/12/1915.

[32] Leonardo Ricciardi 33 Membro della Commissione di Solidarietà della Serenissima Gran Loggia d’Italia. L. PRUNETI, La tradizione ... “, p. 86.

[33] “La Nazione”, 2/1/1916.

[34] Nello stesso sepolcro fu poi tumulata la moglie, Signora Elisa Marchi (1855-1930).