In ricordo di Zygmunt Bauman

Un articolo del Gran Maestro sul sociologo polacco teorico della "società liquida"

 

Il 9 Gennaio 2017, all’età di 91 anni, era, infatti, nato a Poznan nel 1925, si è spento Zygmunt BAUMAN, Sociologo polacco di cittadinanza inglese, il cui pensiero ha fatto dibattere l’Occidente per circa mezzo secolo.

Le sue intuizioni sono state, infatti, un ponte che ha aiutato la cultura a passare dalla riva della modernità, con i suoi valori e le sue certezze, a quella della postmodernità, un tempo, secondo il Nostro, caratterizzato dalla precarietà e dalla continua incertezza.

Incertezza legata soprattutto al lavoro e alla conseguente impossibilità di realizzare singoli progetti in una tendenza crescente volta alla stessa distruzione dei posti di lavoro, con conseguente produzione di “vite di scarto”, incapaci di consumo e, quindi, di integrazione. 

Precarietà dovuta alla instabilità dei rapporti, fonte di paura sociale accresciuta dal flusso ininterrotto di migranti, non per scelta, ma per atroce destino, che, con la loro sola presenza, ci ricordano quanto siano vulnerabili le nostre stesse esistenze.

Ansie collettive che scaricano la nostra rabbia su quelli che arrivano per alleviare la nostra umiliante incapacità di resistere alla precarietà della nostra società.

Secondo Bauman, si è così realizzata la profezia marxiana secondo la quale il capitalismo avrebbe trasformato tutto ciò che era solido e stabile in molle e etereo. 

Da qui la definizione di “società liquida” nella quale la produzione – contrariamente a quanto pronosticato da Marx – ha dovuto cedere il posto al consumo, il cui simbolo è costituito dai grandi centri commerciali, dove i prodotti sono offerti in abbondanza, esibiti con il gioco dei colori, delle luci e degli specchi, con una musica di fondo che invita a rilassarsi, dove nulla è lasciato al caso, perché il neuro marketing studia, con i mezzi più sofisticati della attuale tecnologia, fino al fondo emozionale subconscio, le soluzioni più efficaci per indurre all’acquisto.

Questa inversione di tendenza, dove ciò che rileva è la velocità dei consumi, dove si antepone il sembrare all’essere, per Bauman, ha effetti devastanti sulla politica.

La democrazia, in quest’ottica, slitta, infatti, inesorabilmente in forme di governo oligarchico, dove la classe politica, sempre più autoreferenziale, non si fa più carico dei problemi della società, né di quanti hanno più bisogno di aiuto e assistenza, con il risultato finale che la ricchezza si accumula nelle mani di poche persone destinate a diventare sempre più ricche a scapito di quelle destinate a diventare invece sempre più povere. Il che è reso possibile perché è mutata la relazione tra potere e servizio. Mentre, infatti, si è indebolita la dimensione del servizio, si è, all’opposto, potenziata quella del nudo potere. Con il risultato, ultimo, che i poteri si sono affrancati dal controllo della politica.

Per uscire da questo quadro desolante, secondo il Nostro, anziché muri, occorre invece costruire ponti, recuperando la vera essenza della persona che, per Bauman, è un “essere in relazione” all’altro e alla intera comunità nella quale vive per potere così crescere, in quanto portatrice di diritti innati e indisponibili, che lo Stato ha il compito di riconoscere e promuovere.

Da qui una etica individuale che precede la formazione di quella sociale.

Da qui la partecipazione alla vita pubblica per contribuire alla formazione di un’etica universale, che mentre include la diversità non si sottometta al potere dei più forti.

Per sfuggire al clima plumbeo della società “liquida”, Bauman ha insegnato a diffidare delle formule di felicità che premiano le scorciatoie, i progetti che possono essere portati a compimento in breve tempo, gli obbiettivi raggiunti subito.

Per essere “protagonisti dell’arte della vita”, secondo Bauman, occorre porsi degli “obbiettivi difficili”, raggiungibili solo attraverso passaggi di sofferenza, di dolore, di ricerca, di rinuncia. 

Secondo il pensiero del Nostro, occorre promuovere stili di vita sobri, investire in politiche ambientali, non fare coincidere la propria felicità personale con la quantità dei propri consumi.

Per non lasciarsi ingannare da falsi cammini, quanto dire per uscire dalla crisi del mondo contemporaneo, secondo Bauman, occorre far leva sul “principio di speranza”, visto come il vero antidoto alla paura.

La speranza è, infatti, la sola cura contro la paura, nella quale vivono le persone, anche se godono situazioni di grande benessere. 

Una paura di aver paura che è un ottimo capitale per tutti coloro che ne vogliono trarre profitto per motivi politici o commerciali. 

In questa visione ottimistica a lungo termine, secondo il Nostro, ha un’importanza decisiva, il dialogo che è un “insegnare a imparare” perché, nel dialogo, “non ci sono perdenti, ma solo vincitori.”

Investire in cultura e costruire un nuovo umanesimo, dove si coltivano persone, anziché sedurre clienti, per Bauman, è la via da percorrere per conseguire una nuova dimensione di vita individuale e collettiva, nella quale la parola “vita” continua a conservare la sua più autentica essenza.

Il contrario di quella globalizzazione che rinvia alla singola indeterminatezza e alla ingovernabilità per l’assenza di un centro di comando.

Questo – in estrema sintesi – il pensiero di uno dei principali intellettuali contemporanei, fecondo fino all’ultimo giorno di una vita – secondo la Scrittura – “sazia di giorni” per quantità e profondità. 

Per la radicalità delle argomentazioni, non sono mancate voci critiche alle tesi avanzate e sostenute. 

In particolare, è stato oggetto di censura l’avere, da parte di Bauman, focalizzato tutto il suo pensiero sulle categorie della produzione e del consumo, inteso come capro espiatorio del tramonto delle ideologie.

Oggetto di critica è stato parimenti lo sfavore del Nostro nei confronti della economia di mercato e del liberalismo con le sue logiche e i suoi fini sociali.

Critiche tutte – codeste- mosse alla profonda matrice marxista del Nostro, i cui frutti del pensiero hanno comunque aperto, in ambito culturale, un dibattito destinato, ancor oggi, ad essere vivo e vitale.

Da questa straordinaria importanza intellettuale nasce l’odierno ricordo, oltre che per l’incredibile vicinanza di idee alla dottrina massonica su alcuni punti essenziali, quali, ad esempio, l’identificazione dell’”essere” con l’”essere per gli altri”, fonte della moralità privata e pubblica; o il forte richiamo ad uno stile di vita rigoroso di stampo stoico, espressione di un principio di responsabilità vissuto istante per istante; o l’importanza riconosciuta all’amore costruito con lo sforzo e il lavoro scrupoloso.

Con Bauman, anche noi massoni conosciamo la differenza fra il turista, ansioso di consumare esperienze senza conoscerne il senso, e il pellegrino, che, attraverso il sacrificio, muore da un punto per raggiungere la sua meta.

Superfluo infine aggiungere, che, come per Bauman, anche per il massone, la veste non è quella del turista, bensì quella del pellegrino, che non si fa allettare da interessate promesse di potere avere tutto senza fatica; che vive, invece, di sacrificio ed amore, che richiede tempo e energie, perché l’amore non si compra in un negozio, ma si costruisce senza sosta “ventiquattro ore al giorno e sette giorni alla settimana.” (Z.Bauman, cose che abbiamo in Comune, 44 lettere dal mondo liquido, Roma-Bari, Laterza Editore, 2012, 79).

Antonio Binni