Note sulla Solidarietà

Riflessioni del Gran Maestro Antonio Binni sulla Solidarietà

 

A voler dare credito ai fatti che, notoriamente, sono argomenti testardi, debbo riconoscere che il mio primo approccio alla parola “solidarietà” è avvenuto nella sua accezione propriamente politica, ossia, come un termine derivato dal verbo solidalizzare, nel senso di dichiararsi solidale, quanto dire altrimenti ancora, come una pura e semplice manifestazione di un sentimento di vicinanza e di partecipazione in scelte politiche altrui, divenute comuni, una volta condivise.

Al vocabolo, ho, invece, finito per dedicare massima attenzione una volta che, al mondo del diritto, ho impegnato tutta la mia vita di studioso.

In questo ambito, il lemma ha un valore così totale e decisivo da qualificare il termine “solidarietà” come una parola squisitamente legale.

Affermazione, quest’ultima che si rivela particolarmente appropriata specialmente dopo che la legge fondamentale dello Stato, dalla quale, notoriamente, discendono tutte le altre disposizioni normative, ha elevato, a rango costituzionale, il principio della solidarietà, inteso come attenzione, da parte dello Stato, agli appartenenti alle categorie che, per essere sottoprotette, finiscono, o prima o poi, per versare in uno stato di bisogno grave, se non addirittura irreversibile.

La riflessione, alla luce della esperienza sui molteplici limiti, che rendono ardua l’applicazione di quel principio nell’ambito della fattualità, può indurre al pessimismo.

Lo scetticismo sulla operatività di quel principio non deve, tuttavia, far dimenticare che lo Stato deve proporsi obiettivi giusti, intorno ai quali urge poi mobilitare il proprio impegno.

L’auspicio è, dunque, nel senso che quel principio divenga sempre più vivo e sempre più operante, per progredire, attraverso ostacoli e contraddizioni, sulla via della civiltà, che esige la creazione di una rete di sussidi che copra tutti i bisogni della collettività.

Il termine solidarietà, nell’ambito del diritto civile, sovviene poi alla memoria in quel particolare tipo di obbligazioni connotato da una pluralità di soggetti (concreditori-condebitori) che diconsi “solidali” proprio per il meccanismo legislativo che le disciplina.

Senza entrare nello specifico[i], è invece interessante notare che la solidarietà opera nel senso che l’unico adempimento libera nei confronti, tanto degli altri concreditori, quanto degli altri condebitori.

Dove il richiamo a questo tipo di obbligazioni si prospetta come del tutto pertinente allo studio in corso perché la regola giuridica (“uno per tutti”) lascia pur sempre trasparire la corresponsabilità morale che sussiste fra gli uomini, visto che ogni essere, nella edificazione di un mondo migliore, è chiamato a sentirsi corresponsabile nei confronti dei propri simili esattamente come avviene nelle obbligazioni solidali, nelle quali l’obbligo è tenuto alla somma di tutti i comportamenti dovuti da ciascun singolo co-obbligato.

Regola, del resto, antica perché, come insegna il Talmud, “se salvi un uomo, salvi il mondo intero”.

È stato, tuttavia, con il mio ormai lontano ingresso in Massoneria che ho avuto, finalmente, occasione di riflettere, a lungo, sul termine, scoprendone la sua accezione più genuina, profonda e specifica.

In un’ottica iniziatica, il termine significa, infatti, “sentimento di fratellanza e di vicendevole aiuto esistente fra i membri di una comunione.”

Nel senso qui considerato, si ha, dunque, solidarietà solo in presenza di una unione qualificata da un vincolo speciale, che diventa causa e motivo di un aiuto vicendevole, che si risolve poi in un sostegno, in un appoggio partecipato, di natura, tanto morale, quanto materiale.

Codesto vincolo speciale altro non è poi che il rapporto di fratellanza che sussiste fra i membri della comunione, elevato, così, a autentica pietra angolare della solidarietà.

È, infatti, solo il legame fraterno che eleva i componenti della comunità, all’interno della quale si realizza, a unione compatta, compartecipe e concorde.

Il fenomeno, sommariamente descritto, per quanto comune a tutte le organizzazioni umane, diventa, però, particolarmente incisivo nelle Comunioni iniziatiche, considerato, appunto, da un lato, il carattere quasi sacrale della fratellanza, e, dall’altro, la peculiarità dell’aiuto vicendevole.

Ambedue codeste qualità costituiscono, senza dubbio alcuno, un attributo coessenziale alla Gran Loggia d’Italia degli A.L.A.M. di Piazza del Gesù Palazzo Vitelleschi che, della solidarietà, ha fatto una propria significativa tipicità e prerogativa. Tanto verso l’esterno, quanto verso l’interno, costituito dai propri componenti.

Identico carattere, ovviamente, è presente pure in tutte le Logge, che compongono la Comunione, aperte alle esigenze della società civile, nella quale sono operanti, nelle quali lasciano la loro impronta con spirito di liberalità che si materializza in donativi utili, specie nell’ambito della sanità, dove il bisogno è particolarmente avvertito.

A livello interno, la solidarietà si esplica, invece, in termini essenzialmente morali, ossia, con la vicinanza al fratello che versa in stato di difficoltà, sorreggendolo ed assistendolo nella difficile ricerca della serenità.

Per quanto superfluo, qui deve essere rammemorato che, nella nostra amatissima Obbedienza, sono vietati anche i semplici prestiti graziosi.

Questo per ribadire che la vicinanza al fratello, che purtroppo versa in stato di disagio, deve essere di natura essenzialmente etica, iniziatica, ben potendosi, tuttavia, ove ciò occorra, manifestarsi anche concretamente, ad esempio, ospitando, nella propria abitazione, ovviamente in forma gratuita, il fratello che momentaneamente ha perso la disponibilità del proprio alloggio.

L’invito conseguente sul piano generale è, dunque, quello di essere costantemente aperti al bisogno altrui, mai dimentichi dell’obbligo della vicinanza nei confronti di chi soffre, sia o no un fratello: distinzione, che, però, mi turba nel profondo perché, come sono aduso ripetere, siamo tutti fratelli in quanto tutti figli dell’unico cielo.

Qui è poi il caso di osservare che la vocazione all’intervento nel sociale non snatura il carattere esoterico-iniziatico della Comunione.

L’Obbedienza, infatti, pur operando nel concreto, non diventa, perciò solo, una organizzazione umanitaria, conservando, all’opposto, la sua peculiarità tipica e propria.

L’occuparsi della vicenda terrena assume poi un duplice rilievo.

Innanzi tutto, perché il percorso iniziatico avviene pur sempre nel mondo profano.

In secondo luogo, perché la cura del bene comune è una diretta conseguenza dei convincimenti e principi etici propri dell’iniziato, primo fra tutti quello della fratellanza estesa all’intera umanità.

A stretto rigore, va conclusivamente riconosciuto che, alla Massoneria, non appartiene una propria dottrina sociale, limitandosi, la stessa, all’opposto, a diffondere un insieme di valori e principi tali da rispecchiare la propria concezione antropologica, basata sull’idea dell’uomo come soggetto libero artefice del proprio destino terreno.

Tuttavia, non isolato, quanto, invece, aperto alla generosità.

Quod est in votis.

Non in termini di maniera, quanto, invece, per profonda convinzione, esprimiamo, infine, la certezza che l’odierno appello all’altruismo verrà raccolto con generosità, frutto della più completa consapevolezza che essere partecipi della sorte degli uomini, con una particolare sollecitudine per le persone marginali, più deboli, nascoste e silenziose, è ingiunzione ineludibile di ogni coscienza vigile e responsabile.

La crosta da rompere è andare verso l’uomo imprigionato dal carcere della sofferenza e della solitudine: questo è l’imperativo!

Che il Grande Architetto dell’Universo, sempre generoso, illumini ciascuno nella propria scelta fino al punto di indurlo ad aprirgli il cuore ai più disagiati, ai più indigenti, per sorreggerli ed aiutarli, almeno parzialmente, ad affrontare, con pene minori, il duro mestiere del vivere, punteggiato da ferite esistenziali spesso purtroppo difficilmente medicabili.

Fino a quando ci sarà anche un solo uomo bisognoso, nella vita, ci sarà sempre qualcosa da fare.

L’essere diventa così un dover essere.

È buono e giusto che nessuno se ne dimentichi.

ANTONIO BINNI

 




[i] Si parla di obbligazione solidale passiva quando più debitori sono obbligati tutti per la medesima prestazione. Si è, invece, in presenza di una obbligazione solidale attiva quando più sono i creditori legittimati a chiedere l’adempimento della intera prestazione.

Nel primo caso (o.s.p.), l’adempimento di un solo obbligato libera anche tutti gli altri.

Nel secondo caso (o.s.a.), l’adempimento ottenuto da uno dei creditori libera il debitore verso tutti gli altri.

Detto altrimenti.

Nella o.s.p., ciascun debitore deve la somma di tutte le varie prestazioni, compresa la propria, mentre, nella o.s.a., ciascun creditore ha diritto alla somma di tutte le prestazioni spettanti ai concreditori, compresa la prestazione di sua esclusiva spettanza.

Sicché, per limitarsi all’esempio di scuola, nella o.s.p., il singolo condebitore, se escusso, sarà tenuto a 100, così come, nella o.s.a., ciascun concreditore avrà diritto a 100.

Con questa ulteriore specificazione, che, nei rapporti interni, l’obbligazione in solido si divide fra i diversi debitori e i diversi creditori, salvo che l’obbligazione sia stata contratta nell’esclusivo interesse di alcuno di essi.

Non considerata l’eccezione, ne consegue.

Se ha pagato 100, essendo tenuto al versamento della sua quota, il condebitore avrà diritto a ricevere in restituzione 75, importo a sua volta suddiviso in quote da 25 ciascuna gravante a carico degli altri co-obbligati.

Parimenti, se un concreditore ha incasso 100, somma totale dovuta, rimarrà debitore di 75 nei confronti degli altri tre concreditori, a ciascuno dei quali dovrà, pertanto 25.