Mario Bogliolo

di Arnaldo FRANCIA

Mario Bogliolo

E' tanto facile, quando si commemora un defunto, andare alla ricerca, fra i suoi pregi e i suoi difetti, delle doti migliori, sempre reperibili anche nell'uomo più modesto, con le quali egli abbia caratterizzato certi momenti della sua esistenza e che quindi possano offrire spunto per testimonianze episodiche, quasi sempre però esaltandole in modo tale che esse finiscono per apparire, per chi ascolta, quasi caratteristiche connaturate e quindi costanti ed abitudinarie del suo modo d'essere e sembrano averne improntata tutta l'esistenza. Nel contempo si è portati a trascurarne i difetti, in ciò ispirati da quel sentimento di pietà che tutti hanno nei confronti dei morti, dandone per scontata la più benevola interpretazione e considerandoli quale umana espressione di momentanee, veniali debolezze. Risulta quindi particolarmente difficile parlare di un uomo in cui le virtù predominavano talmente sui difetti senza incorrere in una commemorazione apologetica o in una esaltazione retorica.

Eppure, per quanto io vada alla ricerca di una esposizione temperata e quanto più possibile misurata, mi riesce difficile evitare questi pericoli e riuscire a commentare la figura di Mario Bogliolo senza rischiare il rimprovero di una interpretazione mitizzata. E maggiore è questo pericolo se penso che molti dei presenti lo hanno conosciuto poco e qualcuno non lo ha conosciuto affatto. Conseguentemente maggiore sarà per loro lo sforzo di credermi sulla parola senza che possa sfiorarli il dubbio di assistere ad una celebrazione intrisa di sentimentalismo solo giustificato dall'affetto che gli portavo. Ma mi conforta il fatto che altri hanno, come me, conosciuto - direi intimamente - quest'uomo nel corso di lunghi anni e sicuramente potranno confermare la veridicità delle mie parole.

Egli dal nulla seppe ricreare il filone legittimo della Massoneria Italiana di Piazza del Gesù, dapprima a Torino e successivamente nelle altre città subalpine, aiutato da pochi collaboratori generosamente disponibili. Nel contempo seguiva con una salda azione d'appoggio le vicende nazionali, affiancandosi quale supporto indispensabile a Giovanni Ghinazzi nell'opera di ricostruzione dell'Obbedienza. Tutto ciò grazie a quella ferrea volontà che mai venne meno, al suo costante esempio di vita, ad una linearità comportamentale che lo rendeva inattaccabile anche dagli avversari e a quel carisma che gli derivava dalla sua grande dirittura morale. Anche nel periodo in cui, dopo la scomparsa di Giovanni Ghinazzi, tenne la luogotenenza della Gran Maestranza, in un momento sicuramente non facile e non poco travagliato, Egli seppe svolgere la sua delicata missione oltreché con la più grande dedizione, con la solita dignità e con la correttezza che gli erano abituali e che costituivano gli elementi portanti del suo modo di interpretare la vita nei piccoli e grandi casi senza indulgere a cedimenti neppure nei confronti di quelle piccole licenze diplomatiche che, in un'epoca così disinvolta, sarebbero anche potute passare inosservate ai più. Anche in questa fase operativa, così come nel corso della lunga gestione dell'Organizzazione in Piemonte, divenuta sempre più complessa nel tempo e sempre più coinvolta anche in frequenti ed inevitabili risvolti profani, Bogliolo rimase coerente con un'impostazione morale che non ammetteva deroghe di sorta. Si può quindi anche comprendere che da parte di qualcuno, almeno in qualche occasione, Egli possa essere stato giudicato un uomo non facile, forse anche scomodo e che altri possano averlo considerato, in certe evenienze, troppo poco "politico", ma questo giudizio può trovare giustificazione solo se si voglia utilizzare questo termine non nel suo stretto significato etimologico ma arricchendolo di quelle connotazioni che purtroppo ci propone la quotidiana esperienza di vita e che trovano il loro presupposto nel compromesso, nell'accordo di corridoio, nei baratti, nelle spartizioni. No certamente! Sotto questo profilo Mario Bogliolo non era un "uomo politico". Nella difesa delle sue idee, nella ricerca dei suoi obiettivi, nella realizzazione dei suoi programmi, era sempre disponibile per un impatto frontale rifuggendo da qualsiasi azione compromissoria quando anche avesse solo il minimo sospetto di dover venire a patti con la sua coscienza o anche solo di seguire una linea di condotta, a suo giudizio, non perfettamente consona con la sua concezione ideologia.

Ed è per questo motivo che Egli è stato per tutti noi il primo, grande Maestro che sapeva dirigere e comandare, se necessario anche con fermezza e piglio militare ma senza mai lasciarsi condizionare da impulsi emozionali, senza mai indulgere all'ambizione personale, che ci ha iniziato all'arte muratoria svelandocene pazientemente i segreti, che ci ha offerto un continuativo, prestigioso insegnamento di vita, che ha costituito punto di riferimento sicuro nei momenti di smarrimento e di dubbio, un esempio sempre meritevole almeno di un tentativo di imitazione.

Ed è per questo che tutti noi abbiamo sempre guardato a lui, come all'Uomo probo, giusto e saggio e che possiamo confessare, senza neanche arrossire, che in qualche occasione Egli ha saputo rappresentare in questa società così depauperata di tanti valori, l'ideale di quel cavaliere "senza macchia e senza paura" che nei tempi passati era stato teorizzato nei poemi cavallereschi.