La leggenda nera dei templari

Recensione del libro di Barbara FRIALE, La leggenda nera dei templari, Editore Gius. Laterza & Figli Spa, Bari-Roma, 2016, pagg.1-231, comprese le Note (da pag.187 a pag.215), con tre cartine Indice dei nomi, € 18,00.

Un intreccio felicemente riuscito fra storia (rigorosamente documentata sulla scorta delle fonti dominate con assoluta maestria) e leggenda (non solo nera) costituisce l’oggetto del volume segnalato, con uno stile piano e semplice scritto dall’Autrice, una autentica autorità in materia, ritornata cosi sull’argomento, dopo di avere dedicato al tema dei templari diversi altri saggi noti a tal segno da sentirsi autorizzati ad ometterne la singola citazione.

Il libro è strutturato in quattro densi capitoli, in merito a ciascuno dei quali non inopportuno pare il richiamo ai rispettivi profili più significativi. Anche per indurre alla lettura del saggio, sicuramente molto utile e nutriente. Pure per la ricchezza e la vastità di notizie che contiene.

Il primo capitolo, con un largo utilizzo delle fonti, ricostruisce la struttura del Tempio e la sua storia. Distrutto e sistematicamente ricostruito per il suo alto valore identitario. Insostituibile per il suo significato simbolico di immagine della grandezza antica e di quella futura.

Dunque, non per caso, i pauperes commilitones Christi diventano i cavalieri del Tempio. Con una nascita faticosa, prima ancora che sul piano fattuale, su quello intellettuale-ideologico. Una milizia destinata a togliere la vita ai nemici della fede si scontrava, infatti, pur sempre col divieto di uccidere secondo quanto statuito dal comandamento divino.

L’inconciliabilità fra guerra e santità fu, come noto, brillantemente superata da Bernardo, che, all’uopo, ha largamente attinto ai testi sacri per giustificare ai templari l’assegnazione della doppia missione di combattere e pregare secondo un percorso ideale che identificava i nuovi guerrieri consacrati a quelli scelti che avevano difeso l’antico popolo di Israele. Tuttavia, non senza resistenze, visto che la figura del monaco soldato continuò pur sempre a sollevare diverse critiche nel mondo monastico, contrario a che uomini consacrati dai tre voti di povertà, obbedienza e castità spargessero il sangue di altri uomini (pag.9).

Sul punto, l’opera è particolarmente approfondita fino alla conclusione, patrocinata da Bernardo, secondo la quale la morte inferta all’infedele, oltre ad essere dovuto, era atto pure meritorio.

Il secondo capitolo è incentrato sulla figura di Salomone. Pure alla luce delle tradizioni apocrife che lo hanno accreditato come un mago possente capace di imporre la sua autorità ai demoni asservendoli ai propri scopi. Tanto da avere potuto realizzare un’opera grandiosa, come il tempio, in un lasso di tempo di appena sette anni, ritenuta prodigiosa. Con un dettaglio effettivamente singolare. Durante i lavori del Tempio non si udì, infatti, rumore di martelli, di piccone o di altro arnese di ferro, probabilmente “a vantaggio del bronzo” (pag.41) secondo una direttiva emanata dalle autorità religiose di Gerusalemme, ricordata dall’ Autrice, che vietava di impiegare il ferro nella costruzione del Tempio. (pag.41 cit.).

La narrazione della leggenda salomonica prosegue fra amuleti portentosi e venerazione di idoli quando, in vecchiaia, Salomone si era lasciato traviare dalla sua passione per una bella concubina, sempre, però, rimanendo dotato di poteri straordinari come signore che domina gli elementi della natura.

Interessante è, infine, la cittadinanza che il costruttore del Tempio ha nel Corano fino poi a sfociare nei poemi del Santo Graal (da pag.86 a pag.92).

Il terzo capitolo - che principia a pag.93 - ricostruisce, con una rigorosa analisi delle fonti documentarie, la vicenda templare fino al suo epilogo. Che non contempla la condanna del tempio per eresia, come, invece, ancora si sente dire, bensì, semplicemente, la sua sospensione sine die insieme con la sua regola, il suo abito e il suo nome. Il che avviene con un semplice provvedimento di tipo amministrativo, nella specie, la bolla Vox in excelso di Papa Clemente V del 22 marzo del 1312, pubblicato il 3 aprile durante il concilio di Vienne, che solo il Papa poteva emanare in quanto autorità suprema dell’Ordine. Con la dolorosa appendice del rogo del Gran Maestro Jacques De Molay avvenuta il 18 marzo dell’anno del Signore 1314, all’ora dei Vespri, in un isolotto disabitato che sorgeva al centro della Senna, oggi corrispondente al sito di Square du Vert-Galand. A sommesso, ma meditato giudizio di chi scrive, nella vicenda, non del tutto, però, esente da colpe, per essersi, irragionevolmente, opposto alla riforma papale volta a fondere almeno i principali ordini militari in un istituto unico per riunire le forze in vista di una nuova crociata fermamente voluta e propugnata dal Pontefice.

Questo quando, ormai da decenni, da parte di tutta la Comunità Cristiana, gli enti militari venivano considerati come soggetti assolutamente inutili. Una volta persa, nel 1291, la città di Acri, l’ultimo baluardo rimasto ai cristiani in Terra Santa, era, infatti, diventato manifesto che l’Ordine aveva fallito la propria missione di essere custode del Tempio. Mentre, nel frattempo, continuava invece a godere di molti benefici e esenzioni oggetto di numerose e forti critiche.

Il quarto -ed ultimo- capitolo traccia il passaggio dalla storia alla leggenda, verificatosi, secondo la Friale, a seguito della mancata apertura del grande cofano verde, a suo tempo chiuso dai funzionari di Clemente V, contenente le carte dei templari, prolungata per molto tempo, a seguito di vicende traslative del contenitore che l’ Autrice ricostruisce puntualmente. (pag.138 e ss.).

In mancanza delle fonti originali, che privava la conoscenza diretta del reale svolgersi degli eventi, era, infatti, gioco forza che la materia diventasse dominio della fantasia.

La leggenda nera dei templari uscì dalle speculazioni teosofiche di uomini come Agrippa e Giordano Bruno (pag.149 e ss.), favorita dal rigido segreto che ha circondato la vita dell’Ordine come una muraglia impenetrabile. E’ noto, infatti, il divieto su tutti i membri di possedere anche soltanto brevi estratti della normativa che solo i precettori e i dignitari con funzioni di comando potevano custodire.

La passione per la cavalleria nei secoli XVII e XVIII ebbe larga diffusione nelle classi colte.

Un significativo esempio è dato cogliere nel celebre discorso tenuto dal cavaliere scozzese Andrea Michael Ramsy. Questi, infatti, pur facendo risalire le origini della massoneria ai tempi delle crociate, ha, però, omesso un qualsiasi cenno ai templari.

Secondo l’Autrice, la scelta compiuta era poi funzionale. L’avere rivendicato alla massoneria nobili origini era, infatti, “molto più che non la certezza di derivare da una specie di sindacato operaio ante litteram” (pag.156). Per di più, in un lasso di tempo delicato. In quel momento, le logge massoniche, attive già da tempo, vivevano, infatti, il delicato passaggio dalla c.d. massoneria operativa, formata cioè da corporazioni di artigiani, a quella speculativa.

L’Autrice, a conferma del suo radicale sfavore nei confronti del mondo latomistico, non manca poi neppure di criticare il “singolare” concetto che la tradizione massonica ha della storia, visto che, in quest’ottica, nella stessa, riveste un ruolo centrale il mito, inteso come un “prezioso depositario di verità nascoste”. (pag.157).

Nell’alveo della moda di risalire al lontano passato va pure collocato il tentativo di far risalire le origini della massoneria all’antico Egitto (pag.169).

In ogni caso, appartenere “a questo o quel gruppo templare era un segno di distinzione” (ivi), nonostante che, nel mito templare, rientrasse “un po’ di tutto: storia, invenzione, ricerca antiquaria e disonestà di chi voleva approfittare della credulità altrui” (pag.170).

Benché formato da tante correnti diverse e spesso anche in aspra lotta fra loro, osserva l’Autrice che il templarismo, almeno su un punto, era omogeneo per essere lo stesso “intimamente connesso a fermenti politici di quell’epoca” (pag.170).

Nel prosieguo del saggio, sfilano altre figure, fra le quali quella di Augustin De Barruel, che, con i loro scritti, hanno alimentato la leggenda nera dei templari come esseri che, dopo di avere voltato le spalle al Signore, avevano finito per servire il male: un gruppo sospetto “che puzzava vagamente di inferno” (così P. PARTNER, I templari, Torino, 1991, ed.italiana, pag.153, citato dall’ Autrice a pag.179).

Divenute finalmente note le fonti originali, le stesse si rivelarono “oltremodo deludenti” (pag.183), non contenendo quelle carte, né riti dal carattere anticristiano, né segreti capaci di attribuire ricchezze e poteri, né verità alternative (ivi).

La leggenda comunque rimase. Nonostante l’evidenza.

Del resto, a ben vedere, i templari non dovevano davvero “possedere grandi doti divinatorie, visto che poi avevano fatto una brutta fine”. (pag.183).

Il volume si conclude con l’assunto che i templari meritano “di essere leggenda”. (pag.185).

A sommesso avviso di chi scrive, il ricordo dei templari, anziché dall’aura di leggenda, che li circonda, tanto nel bene, quanto nel male, si deve, invece, più propriamente far discendere dalla attualità del loro modello, incredibilmente non valorizzato da quanti trattano l’argomento.

Donde la nostra sottolineatura di alcuni profili essenziali.

I templari nacquero in un momento di profonda crisi, personale e collettiva. Sognarono un mondo nuovo, impregnato di spiritualità laica, per definizione aperto alla condivisione di mondi altri, quali i cristiani d’Oriente e i musulmani. Da quest’angolo prospettico ci indicano la strada per uscire dalla crisi, nella quale viviamo. Da qui la non inutilità di guardare alla loro pratica di vita, per avere i templari praticato la solidarietà fra le diverse classi sociali rappresentate all’interno dell’Ordine e, contestualmente, riconosciuto la dignità del lavoro, che, una volta esercitato in maniera sacra, ossia in termini assoluti, diventa importante.

Nei templari confluirono persone disposte a rinunziare ai propri privilegi e a praticare la povertà personale provenienti da tutta Europa e oltre per porsi al servizio di un alto ideale: un ulteriore motivo per riconoscere l’attualità di quel mondo, che, ancor oggi, addita la necessità di recuperare ideali e entusiasmo, senza dei quali non c’è possibilità di crescita umana e sociale.

I templari, con la loro identità europea e internazionale, hanno costituito un modello di organizzazione superstatuale stabile che può ben essere assunto a esempio. Non solo per quanto attiene all’aspetto economico pieno di originalità realizzativa di una ricchezza divenuta, nel tempo, “leggendaria”. Ma pure per quanto concerne l’aspetto difensivo, profilo al quale potrebbe guardare con profitto l’odierna Europa, a tutti oggi, invece, incapace di dotarsi di armi proprie atta alla sua difesa, occorrendo.

I templari ripudiarono la lingua latina che, all’epoca, era la lingua della cultura, per abbracciarne un’altra: la lingua francese della terra santa, ossia la lingua parlata negli stati di terra santa, una lingua d’uso, propria ed esclusiva, dando così una soluzione originale ad un problema concreto. La scelta di politica culturale compiuta costituisce una direttiva alla quale l’Europa moderna dovrebbe tendere per poi definitivamente uniformarsi perché è solo l’identità della lingua che attribuisce ad una comunità il concetto di unità di nazione.

Dunque, indubitabilmente leggenda, ma altrettanto indubitabilmente una pagina di storia importante, alla quale, particolarmente nel puntuale presente, è profittevole guardare per apprendere utili insegnamenti.

Senza storia si è orfani.

Nell’insegnamento crociano, secondo il quale la storia è sempre contemporanea, v’è, fra l’altro, pure l’invito a guardare al passato per costruire un futuro migliore.

L’auspicio è che l’invito venga raccolto, come sempre, dagli uomini di buona volontà, massoni in primis.

 

                                                                      Antonio BINNI