La via degli dei

Recensione del libro di DAVIDE SUSANETTI, "La via degli dei. Sapienza greca, misteri antichi e percorsi di iniziazione". Carocci editore, 2017, pagg.1-262, € 24,00.

Gli impegni istituzionali, quotidianamente laboriosi, da lettore vorace e onnivoro, non mi hanno, in verità, mai impedito di continuare a coltivare la lettura, con costanza e assiduità, rubando tempo al tempo.

Sacrificata ne è rimasta, invece, la scrittura, pratica, come è noto, che richiede più impegno e pazienza.

Questo, innanzi tutto, per esprimere tutto il mio personale rammarico per non avere potuto anche soltanto segnalare il precedente volume di Susanetti, Atene post-occidentale. Spettri antichi per la democrazia contemporanea. Carocci Editore, 2014, pagg.1-299, €20,00, opera di rara bellezza formale e di una non comune profondità nell’utilizzo di vicende antiche - conosciute dall’Autore con assoluta padronanza della materia - per richiamare l’attenzione su problemi attuali e, soprattutto, sui limiti intrinseci della democrazia perennemente in bilico fra la maggioranza che conculca la minoranza e la dittatura della minoranza che ostacola l’azione della maggioranza. A conferma - come osserva Susanetti - che la democrazia, più che una questione di procedure, si risolve piuttosto in rapporti di forza.

Dove l’interrogazione si fa ancora più stringente e inquietante quando si sposta il fuoco dell’attenzione sull’elettorato, popolo spesso inteso come massa amorfa, illusa dalla demagogia, da trasformare, invece, in popolo consapevole, bisognoso, perciò, di essere educato. Vecchi fuochi per illuminare nuovi fuochi, sempre sotto il dominio delle parole della politica istituzionalmente ambigue piene di sottintesi.

Mentre cresce la preoccupazione del diffondersi del populismo, sintomo della crisi dell’istituto della rappresentanza che investe la stessa forma della democrazia, previlegiando lo strumento del referendum e, dunque, una forma di democrazia diretta che si riduce alla scelta binaria del “sì” o del “no”.

Brevi lacerti per indurre alla lettura del Saggio, particolarmente ammirevole nella ricostruzione delle antiche storie - dove l’Autore cede spesso la parola alle fonti - atte a denunziare i conflitti radicali che affliggevano la polis greca in ogni ambito, dal governo al rapporto con il divino, dalla famiglia alla educazione, precursori dell’odierno disagio di un sistema da ripensare. Come suggerisce l’Autore artefice di una indagine condotta con fermissima lucidità sorretta da una prosa sempre elegante.

 

Divenuto il sonno, per l’afa opprimente, sempre più breve, ho trovato, finalmente, il tempo per indugiare sull’ultima fatica di Susanetti sopra indicata.

Da qui alcuni accenni – generali e particolari – al contenuto del volume segnalato al fine precipuo di indurre alla lettura del testo che si risolve in una finissima analisi sul concetto di iniziazione e sulle sue forme principali.

 

La “via degli dei” è quella che porta “al di là dell’umano”. E’ un percorso universale. Uguale per tutti. Anche se le sue modalità sono poi fra loro diverse.

Da qui la non coincidenza fra i “misteri”, ma la sostanziale unità dei cammini che, quali che siano le caratteristiche soggettive di partenza, principiamo però tutti dall’esame di sé stessi.

Opera – difficile – di purificazione perché, assunta la propria esistenza come un blocco di pietra grezza, trasformati da uno scultore incontentabile, bisogna scalpellare strato dopo strato per estrarre da quella pietra scabra la forma invisibile e perfetta che in essa è sepolta.

Questa opera di trasformazione in pura luce – così comunemente si avverte – non appartiene, però, al mentale, frutto, com’è, di un atteggiamento diverso, per essere il “fiore della intuizione” la facoltà che corrisponde allo stato più elevato e intensivo di “unità” che l’anima può raggiungere.

E’ poi codesta facoltà che permette all’anima di transitare fra piani diversi, possibilità che sussiste perché il nucleo essenziale dell’uomo – la sua anima – non ha mai completamente rescisso il suo legame con il divino, ossia, con quella realtà superiore che sempre “è”, che sempre è presente, anche quando, come spesso avviene, sono gli uomini a non abitare più il divino, per essersi volti altrove, ancorati all’apparenza, anziché alla suprema sorgente dell’Uno.

La cifra del destino comune, che, dei mortali, fa una “stirpe infelice” (Empedocle), oscilla fra oscurità e luce, nascita e morte, sonno e veglia.

Destare il “nucleo divino” superiore che esiste in ogni uomo diventa allora il dovere – ineludibile e improcrastinabile – dell’uomo, che lo pone di fronte ad una scelta verso quale fine orientarsi, nella direzione di una nuova e piena integrazione o di un permanere in quella incertezza dei termini in cui è fatto il mondo.

Che l’impulso alla verticalità si chiami dàimon o abbia invece un altro nome, è del tutto indifferente. Ciò che, all’opposto, rileva è che fruttifichi quel germoglio prezioso che è nell’uomo. In ogni uomo.

Il cammino dell’evoluzione divina coincide con la crescita sempre più rigogliosa e sempre più forte e vitale di quel germoglio.

Il traguardo di questo cammino, secondo l’immagine tradizionale, coincide con lo spartirsi il focolare e la tavola con gli immortali, non più partecipi di umane sofferenze.

Destino di felicità, di beatitudine, per i mortali che vanno nell’Ade, dirà Pindaro (fr.137), per significare non solo l’assoluto compimento della vita, ma pure il suo fine ultraterreno che, all’esistenza, offre un senso e un suo profondo significato.

Questo percorso – memoria di una iniziazione effettivamente esperita, o semplice indicazione di un metodo, o avventuroso tentativo personale oltremodo rischioso perché non controllato e guidato da un maestro rigoroso – rimane sempre una esperienza indicibile e non comunicabile, come avviene negli altri saperi, perché, al di là e prima delle parole, al di là e prima della scrittura e di ogni teoria, rimane l’esperienza che, per definizione, è dato personale intrasferibile.

La “via degli dei”, così sommariamente descritta nelle sue linee portanti, viene poi dall’A. scrutinata nelle sue diverse forme secondo un percorso storico che va dall’età arcaica al tardo antico per sfociare, conclusivamente, nella “teurgia”.

 

Il volume è diviso in sette parti. Ci limitiamo ad accenni su qualche aspetto di ciascun capitolo.

L’opera principia dalla “esperienza dei misteri” che, secondo Cicerone, hanno permesso di conoscere “i principi della vita nella loro vera essenza”, oltre ad averci insegnato “a vivere con gioia e a morire con una migliore speranza”.

Fra questi, l’attenzione dell’Autore si volge, innanzi tutto, a quelli eleusini, con ricchezza di notazioni e profondità di commenti agli scarni testi tramandatici a causa del rispettato silenzio assoluto sugli stessi abitualmente mantenuto: testi puntualmente riprodotti che consentono al lettore di attingere direttamente alle poche fonti.

Segue la ricostruzione dei misteri di Dioniso, dio, uomo e animale allo stesso tempo, con i suoi giocattoli (una palla, una trottola, degli astragali, i pomi delle Esperidi, un rombo e uno specchio), ognuno dei quali era anche un simbolo del gioco cosmico e del divino che è in esso.

Così si conclude il primo capitolo (da pag.19 a pag.41) denso di significati e insegnamenti.

Il secondo capitolo riflette sulla dottrina di Pitagora (da pag.45 a pag.53) per soffermarsi poi sull’insegnamento dell’”oscuro” Eraclito (da pag.53 a pag.61) e sull’”essere” di Parmenide (da pag.61 a pag.71). Con l’analisi della dottrina di Empedocle (da pag.71 a pag.79) si conclude il capitolo, ricco delle fonti originali, tradotte con assoluta competenza e elegante rigore, tutte concordi nell’affermare che solo il divino è reale e che, solo sacralizzando la realtà, la si può comprendere nel suo dinamico articolarsi, che è gioco incessante che induce la mente all’inganno. Nel pensiero di quei giganti, infatti, vita e morte non sono che semplici nomi, passaggi reali, invece, e traduzioni da uno stato ad un altro.

Il terzo capitolo – con inizio da pag.81 – è dedicato al tema del “cosmo, caverna, città”, tema che viene esplorato alla luce delle dottrine di Porfirio (da pag.82 a pag.87), di Plutarco (da pag.89 a pag.95) e, soprattutto, di Platone (da pag.95 a pag.109), con un inevitabile indugio sulla Repubblica, quale passaggio imprescindibile della catena sapienziale che fa centro sulla esperienza della caverna.

Alla “singolare sapienza di Socrate” è dedicato l’intero capitolo quarto (da pag.112 a pag.149). E’ la parte più coinvolgente del volume perché la dottrina socratica figura riscostruita con una attenzione, anche ai particolari, non comune, oltre che rigorosa, ovviamente, nella sua essenza.

L’indagine viene condotta attraverso l’analisi dei testi platonici più praticati – e non, come il Carmide – che, qui, ci si guarda bene anche soltanto dall’accennare per non essere irriverenti, sempre restando commossi a quanto avviene in quella cella, dove, al pianto del tutto umano degli amici presenti, fa invece da controaltare la assoluta serenità del condannato a morte fedele alla sua dottrina che vuole l’anima immortale.

Immortalità affermata per dottrina o per credenza, ma pure esperita nella sua pur indubbia invisibilità. Dunque, non teoria, ma dato di esperienza personale acquisita in quel continuo “esercitarsi a morire” che è la cifra del sapiente.

Un insegnamento che nasce da una scelta di vita che, “senza esame” fino in fondo, fino all’estremo, di sé e degli altri, “non vale la pena di essere vissuta” (Apologia, 38a).

Il capitolo quinto (con inizio a pag.151) narra i “Misteri d’Amore” analizzati alla luce degli insegnamenti di Platone e Apuleio.

La dottrina del Simposio platonico è ricostruita con l’abituale rigore e precisione.

Troppo nota per essere anche soltanto accennata, qui, viene invece ricordata su di un punto specifico perché di particolare interesse per chi milita in una Obbedienza mista.

Socrate, che dichiara abitualmente di non sapere nulla, mostra, invece, di sapere perfettamente cosa è l’amore per averlo appreso da Diotima: una donna, all’evidenza, iniziata ai santi mistreri, come tale, idonea a trasmetterli a chi ha voluto farsi discepolo.

Eros – racconta Socrate – non è propriamente un dio. All’opposto, è un “demone grande” frutto della unione di Penia (Povertà) e Póros (Risorsa). Per questa sua duplice natura, per parte di madre, è sempre “mancanza”, “vuoto” da riempire con un bene ancora imposseduto, mentre, per parte di padre, è inventiva, astuzia, facoltà di trovare sempre la via che conduce alla meta.

Segue – da pag.157 a pag.177 – l’analisi del Fedro che qui ci piace ricordare per la preghiera che, al termine del colloquio, Socrate innalza al dio Pan.

Una preghiera alta che, a nostro sentire, dovrebbe diventare la preghiera di ogni essere umano cosciente della sua essenza che, per questo motivo, trascriviamo alla lettera: “Caro Pan e tutti voi dei che siete qui, concedetemi di diventare bello dentro e che tutto ciò che ho fuori sia affine a ciò che ho dentro. Che io consideri ricco solo il sapiente e possa avere tanto oro quanto solo chi è sóphron può pretendere e portare con sé”. (Fedro, 279 b-c).

Solo l’oro della sapienza può, infatti, conquistare chi, con “mente sana” e con disposizione “temperata”, sa utilizzare i doni del grande dio Pan.

Conclude il capitolo (da pag.177) la favola di Amore e Psiche narrata da Apuleio al centro delle Metamorfosi.

Trattasi di un testo sul divino che i comuni mortali non arrivano a vedere e, soprattutto, a capire perché, per conoscerlo e abbracciarlo, occorre superare il limite della mortalità.

Perché il divino si sveli, occorre, infatti, avere raggiunto – come sempre! – un piano differente dell’esistenza e dell’essere.

Bisogna porsi alla sua ricerca affrontando una serie di prove che sono di terra, di acqua, di aria e di fuoco: all’evidenza, altrettanti viaggi nei regni della natura. Viaggi iniziatici attraverso gli elementi fondamentali, come accade negli itinerari misterici. Perché quello è il percorso e l’anima è chiamata a rispettarlo anche nell’ultima- e più impegnativa – prova: la tradizionale catabasi nell’Ade per poi risalire fino all’Olimpo, perché Cupido ottiene che l’anima divenga immortale. Trapasso dovuto all’amore perché è sempre e solo l’amore che può donare all’anima una vita senza fine, al di là del tempo e dello spazio.

Dove la bella fabella oscilla sempre tra il serio e il faceto perché delle cose più “preziose” non si può parlare che scherzando. Un puro e semplice gioco, come il Fedro platonico ha insegnato.

Lo scherzo e la parodia sono la forma delle cose sacre, una volta che si voglia dirle, senza tradirle. Per questo, gli iniziati, come avverte un vecchio adagio – (dall’Autore trascritto a pag.192) -, “sono sempre dei grandi burloni”.

Il sesto capitolo (con inizio a pag.193) è dedicato inizialmente alla filosofia misterica praticata da Proclo e Plotino: una sacra iniziazione ai misteri delle realtà divine che, oltre allo studio, richiedeva pure l’adozione di uno stile di vita confacente, una trasformazione da intellettuali a sacerdoti, a “maestri della visione” (Proclo), a incontro dell’animo con il divino in una fusione perfetta. Non più due, ma una cosa sola.

Estasi, che è stasi entro il divino, che può ottenersi solo se prima si è eliminato ogni cosa, fatto il vuoto che possa essere riempito dalla luce (così anche l’iniziazione orientale).

Secondo Giamblico, per ascendere oltre la soglia raggiunta dalla mente, occorre l’esercizio progressivo, quanto intenso, della “magia”, non quella volgare, dedita agli interessi e finalità materiali, che legano, ancor più, l’uomo al mondo del divenire e alla corporeità, quanto, invece, alla magia che apre la via dei mondi superiori, che porta al cospetto degli dei. Da qui la “teurgia”, ossia, quell’opera che eleva l’uomo al soprannaturale.

Secondo questa dottrina, il cosmo è legato da una trama di corrispondenze, tanto in orizzontale, quanto in verticale.

Alto e basso finiscono per essere specchio l’uno dell’altro. “Tutto è in tutto.” La sapienza iniziatica consiste, dunque, nel sapere cogliere la relazione segreta fra le cose di quaggiù e le realtà superiori. Il che avviene tramite lo studio dei simboli, dei quali il mondo è stato inseminato dalla mente divina.

Al significato del simbolo e alle sue diverse categorie l’Autore dedica pagine interessanti (da 200 in poi) estese ai “nomi” – che solo gli iniziati conoscono – e ai “numeri”, misure divine e, nel contempo, segreto della genesi stessa.

Come chiarisce Proclo, ogni anima partecipa della totalità dell’essere perché, oltre che dai “discorsi sacri”, è costituita pure da “contrassegni divini” che apparentano, in modo immediato, l’anima alla dimensione divina. Tanto da avere permesso a Proclo di sostenere che: “Noi siamo copie di essenze intelligenti e immagini di simboli inconoscibili”.

L’ultima parte del capitolo è incentrata sulla analisi della scienza caldaica, una dottrina poco nota, tuttavia, anch’essa tradizionale, ricostruita con analitica puntualità in tutta la sua ricca ritualità, compreso quel “seppellimento volontario”, ad eccezione della testa, perché sede dell’anima, che ricorda, molto da vicino, un rito che ci è particolarmente caro.

Gli iniziati della teurgia sono “guerrieri di luce” perché, come un guerriero sul campo di battaglia, l’iniziato, con sapiente furore, persegue la vittoria della “elevazione” divina.

Il cammino dell’anima, anche in questo antico insegnamento, ha carattere verticale.

Con un atto di sublime violenza, l’anima si leva in volo chiudendo a forza dentro di sé il fuoco divino, la forza del sole trascendente per divenire, esse stessa, sole radiante. “Ubriacarsi di fuoco, inebriarsi di luce, e insieme agire con la determinazione lucida di una volontà cosciente. Null’altro che questo è diventare dei”. Così efficacemente l’A. a conclusione della trattazione (pag.218).

Il settimo ed ultimo capitolo del volume (con inizio a pag.219) è volto ad una attenta esegesi dei “libri” che compongono l’articolato corpus ermetico.

Si espone, sostanzialmente, la dottrina della “gnosi”, intesa come sapere, ma, soprattutto, come tecnica di trasformazione, come potere di “diventare dei”, come facoltà, per dirla altrimenti, di accedere alla “vita” immortale.

 

Capacità – come da tradizione - non a tutti concessa, perché il traguardo comporta una pratica di vita, che si coniuga con uno sforzo tenace e un impegno indefettibile, nella quale, ancora una volta, secondo tradizione, la ragione discorsiva e la razionalità applicata non sono sufficienti.

L’autentico atto del vedere produce, infatti, un “intuire” al di là di ogni apparenza e di attingere, così, alla pienezza della gnosi.

Ermete, allievo divenuto a sua volta maestro, insegna che l’uomo, che “abita sulla terra”, può, se vuole, rinascere definitivamente in dio, attraverso una ricerca inesausta.

Ogni iniziato è così chiamato a seguire l’esempio di Ermete e a divenirne la compiuta “replica”, se vuole, a sua volta, immergersi nel “grande cratere” della “Mente” divina.

I libri, che contengono quella conoscenza, sono stati occultati da Ermete: una operazione all’apparenza sconcertante e contradditoria. Secondo l’Autore, invece, necessaria perché il lavoro ermeneutico su di sé e sui simboli fa pur sempre parte della ricerca e dello sforzo che questa esige e comporta.

Argomento tutto affatto diverso l’Autore affronta commentando “uno dei testi più pregnanti del corpus ermetico greco” intitolato la “Fanciulla del cosmo” (pag.227 e ss.).

La dea Iside, in quel testo, rivela al figlio Horus le modalità, con le quali è stato creato l’universo, opera autenticamente alchemica, chiarendogli nel contempo l’essenza del segreto alchemico, interamente racchiuso nella potenza e nella qualità del “seme” che viene, di volta in volta, utilizzato al fine di “raccogliere” la “messe” che si desidera (pagg. da 232 a 234).

Rivelazione comunicata con un linguaggio allusivo perché ogni ingrediente e ogni operazione deve rimanere cifrato per chi può e deve, per proprio conto, intendere.

Iside è la “vedova” di Osiride. Horus è, dunque, il figlio della vedova.

Solo chi, in senso proprio o figurato, può dirsi “figlio della vedova” ha il diritto di conoscere i segreti rivelati da Iside.

Solo chi diviene “figlio della vedova” divina non conosce la fine della morte perché un altro e superiore “compimento” è assegnato al suo essere (pag.228).

Alla meditazione del cercatore alchemico l’Autore offre il simbolo del drákon ourobóros e dell’uovo, oggetto, entrambi, di pregevoli approfondimenti. Quanto al primo, interessante è la lettura della pagina 236. Quanto al secondo, degna di attenzione è la pagina immediatamente successiva.

Con questa nota finale. Il segreto e il fine dell’arte alchemica consistono nell’”invertire” la dinamica della creazione, riportandola alla sua origine, a quella “anima” e a quel “soffio” che stanno alla base del tutto e da cui tutto può essere, in sequenza, generato (pag.238).

Come perspicuamente insegna Zosimo, la materia uccisa e rigenerata coincide, però, con lo stesso operatore, perché soggetto e oggetto fanno parte entrambi di uno stesso agire rituale fino al compimento dell’arte che coincide con la trasformazione dell’uomo in quel sole che irradia a picco nel cielo che non conosce morte.

La pratica alchemica, generando un uomo nuovo, altro non è che una forma diversa di iniziazione, ma è – e rimane – anch’essa una teleté, appunto, una iniziazione ineffabile che si realizza altrimenti, ossia, attraverso la materia uccisa e rigenerata.

Il percorso della iniziazione, a prescindere dalla via, attraverso la quale si realizza, rimane sempre identico a se stesso: dalla morte della materia alla vita piena e compiuta dello spirito.

 

Nello scrivere il libro recensito, l’Autore, per sua espressa ammissione, non è stato mosso dalla “curiosità” (pag.17). All’opposto – ipse dixit – è rimasto determinato dall’eco di una esperienza che, all’attento lettore, non sfugge.

Scrive il Nostro che il “mestiere” gli ha “fornito consapevolezze storiche e filologiche per accostare autori e testi antichi” (pag.17 cit.). Susanetti è infatti professore di letteratura greca all’Università di Padova.

Ci permettiamo di aggiungere noi che l’Autore è pure conoscitore profondo di tutte le filosofie trattate perché ogni dottrina risulta riproposta ed illustrata nei suoi tratti essenziali, con un dominio delle fonti assoluto, connotato, come è, da richiami ai testi – incrociati – che, nella loro summa, quella sapienza hanno fondato, per sempre, come un lascito prezioso per l’intero umanità.

Ottimo saggio dall’impianto robusto e dalla lettura nutriente, è opera che non può essere ignorata da parte di chi voglia appropriarsi della dottrina iniziatica in tutte le sue forme più significative.

Da qui l’obbligo della sua lettura, anzi, del suo studio approfondito per impadronirsi della materia fino al punto di divenire parte integrante di quell’”io” che, in una fonte anteriore e più grande di quella umana, ha la sua vera, unica ed autentica scaturigine.

Antonio Binni