CONSIDERAZIONI SISTEMATICHE SUL FENOMENO RELIGIOSO

Fra le prime regole, che si apprendono, quando si è cooptati in Massoneria, vi è quella, per certo fra le più importanti, secondo la quale, in loggia, è fatto divieto assoluto di parlare di politica e religione.

La norma, per la forma perentoria, con la quale è formulata, ha il sapore dell’assioma.

Anche la verità più evidente non sfugge, tuttavia, alla interpretazione, visto che lo stesso broccardo in claris non fit interpretatio è pur sempre il risultato di una ermeneusi. 

Del resto, è di tutta evidenza che la portata del divieto è circoscritta alla contrapposizione, partitica, da un canto, e, confessionale, dall’altro, considerato che il principio di tolleranza impone di non tenere per questo o quel partito, per questa o quella religione. 

La ratio della proibizione si fonda, dunque, sull’obbligo di non creare in Loggia un contraddittorio su nessuna delle due prefate materie, perché il confronto polemico, sia sull’una, sia sull’altra, finirebbe, fatalmente, quanto inevitabilmente, per incidere negativamente sulla fratellanza e, una volta la stessa incrinata, sulla armonia che deve, invece, sorreggere i lavori di Loggia. 

In via di logico coerente corollario, consegue la – dunque del tutto legittima- facoltà di scrutinare, in termini generali, tanto la politica, quanto la religione.

Intesa, la prima, come l’arte e la scienza di governare lo Stato e la società civile, e, la seconda, come il complesso delle norme e dei culti che, nel corso della storia, esprime la relazione delle varie società umane con il mondo del divino, di regola, a fini salvifici. 

Le riflessioni, che seguono, sono dedicate al fenomeno religioso, come fatto autonomo e distinto da tutte le altre manifestazioni dello spirito, quali la politica, l’economia, la morale, l’arte. 

Anche se poi è di tutta evidenza che le concezioni religiose hanno esercitato sulle culture un influsso profondo. Le maggiori produzioni artistiche e letterarie dei popoli sono, infatti, nate da matrice religiosa.

Il che, sia detto per incidens, costituisce, dal profilo metodologico, una scelta di campo ben precisa, avendo l’estensore di queste note perfettamente presente che, oggi, anziché indugiare sull’aspetto oggettivo del fenomeno, con conseguente tentativo di definire la religione, si preferisce, invece, fissare l’attenzione sul soggetto -homo religiosus- che, della stessa, fa parte. 

Lo spunto di questa riflessione prende le mosse da una triplice constatazione: il fenomeno religioso è fatto tipicamente umano, oltre che ubiquo e persistente. 

E’ un fatto tipicamente umano perché “le bestie non hanno religione” (così L. Feuerbach all’inizio della Essenza del cristianesimo [1841]).

Ubiquo, perché non esiste praticamente tribù, città, o Stato, senza una qualche forma di religione.

Persistente, perché la religione, attraverso i millenni, è sopravvissuta ai più drastici cambiamenti sociali ed economici: alla rivoluzione neolitica, alla rivoluzione urbana, alla rivoluzione industriale e post industriale.

Spiegare l’ubiquità e la persistenza della religione è invero opera così ardua da avere, sul punto, diviso gli studiosi.

Secondo alcuni, ambedue le caratteristiche si spiegherebbero, infatti, nei termini di universalia, ossia come un fatto comune a tutte le civiltà umane.

Secondo altri, invece, tanto l’ubiquità, quanto la persistenza nel tempo, andrebbero, all’opposto, ricondotte alla cultura o alla stessa socialità. 

A nostro sommesso, ma ponderato avviso, il fenomeno è così complesso e articolato da non potere essere fatto risalire ad un’unica causa. 

Anche perché il fenomeno, per sua natura, presenta intrecci inestricabili, visto che, della religione, fanno parte anche il comportamento rituale, le offerte, i sacrifici, i voti, le preghiere, i linguaggi, la comunicazione e, come si è già rammemorato, la stessa arte.

Sull’argomento, è, dunque, preferibile non pronunziarsi e limitarsi, invece, a prendere atto della ubiquità e della persistenza del fenomeno.

Definire la religione in termini generali è, notoriamente, oltremodo difficile. 

Il perimetro della nozione non può, comunque, derivare che dalla previa individuazione degli elementi che caratterizzano la religione in quasi tutti i casi. 

Le osservazioni che seguono sono preordinate a questo scopo. 

I lineamenti distintivi della religione, quali osservabili sul piano del comportamento fattuale, a nostro giudizio, sono quattro. 

La prima caratteristica fondamentale della religione è di natura negativa, dal momento che attiene a ciò che non può essere verificato empiricamente. La religione mira, infatti, a ciò che non può essere, né visto, né toccato.

La seconda caratteristica è alla prima (ineffabile) antitetica. La religione, manifestandosi attraverso la comunicazione, finisce, infatti, per assumere una rilevanza sociale di tutta evidenza nella contemporaneità.

La terza peculiarità, implicita nelle prime due, è data dalla importanza assolutamente prioritaria che, alla stessa, viene riconosciuta. Ogni altro profilo umano (progetti-desideri-predilezioni-ecc.) viene, infatti, declassato, o, quanto meno, posposto al dato religioso. 

Il quarto – ed ultimo – carattere distintivo è costituito dalla paura nel senso che, offrendo una vita ultra-terrena, la religione scaccia la paura che gli uomini hanno della morte. Dal quale ultimo profilo, la religione è la protesta dell’uomo contro l’insensatezza degli eventi. Anche se, talora, com’è doveroso riconoscere, l’azione rassicurante della religione scade in una vera e propria superstizione.

Alla luce dei tratti distintivi individuati, fermo il punto che la ricerca delle origini della religione richiede una prospettiva che travalica le singole civiltà, è possibile azzardare una definizione della religione come la credenza nel trascendente invisibile che si manifesta in concrete attività visibili, osservate con rigore e serietà, nella necessità di vincere la paura della fine dell’esistenza terrena. 

L’ubiquità e la persistenza temporale del fenomeno religioso mettono in risalto il suo successo, che merita, pertanto, un suo specifico approfondimento, dal quale è lecito attendersi suoi ulteriori aspetti significativi, non meno rilevanti di quelli, in precedenza, già emersi.

L’affermazione generalizzata della religione nel tempo e nello spazio si spiega, in primis, sulla scorta della sua base genetica. 

La religione, infatti, si manifesta, innanzitutto, con la imposizione di norme alimentari.

Non esiste, infatti, forma di religione, antica o moderna, che non comporti prescrizioni sul cibo: cosa mangiare e cosa non mangiare, quando e come mangiarlo. Ciò riguarda soprattutto, ma non solo, la carne: molti tipi di carne sono proibiti del tutto, mentre altri possono essere mangiati, ma solo se gli animali sono stati macellati in una certa maniera, specificata in grande dettaglio e codificata. Oggetto di prescrizioni è anche generalmente il consumo dell’alcool e di vari tipi di erbe “stupefacenti”.

Di ben più rilevante portata sono, invece, le norme che assicurano la continuità della specie tramite il controllo delle nascite praticato fin dai primordi, in particolare, con il divieto dell’incesto elevato a tabù. 

Il successo è stato inoltre garantito dal fatto che la religione offre un orientamento e un senso a uomini smarriti di fronte alla complessità del mondo.

L’effetto oppio costituisce un ulteriore motivo di affermazione. La religione aiuta, infatti, a sopportare situazioni critiche ricorrenti nella vita individuale, nonostante il sospetto che la stessa costituisca una frode, una mera proiezione esterna dell’io dettata dalla necessità di difesa contro i mali che minacciano la vita, una finzione prodotta da chi ne trae profitto. 

Un’ulteriore causa del suo successo è costituito da ciò che la religione attribuisce una appartenenza perché colloca in una realtà altra che, all’uomo, appare sempre come superiore. 

La creazione di gruppi, di tribù, e, più avanti, di società è, infatti, avvertita dall’uomo unicamente come una parziale compensazione della avvertita estraneità, una sorta di appartenenza surrettizia, di sicuro, non fondante.

Da qui la necessità, tutta psicologica, di essere parte di una realtà solida, quale può essere soltanto quella che si identifica con una forza sovrannaturale.

Altro motivo della affermazione riportata dalla religione nello spazio e nel tempo va colto nella sua funzione stabilizzante. Con le sue regole e idee comuni predicate favorisce, infatti, la coesione sociale: risultato, oggi, quanto meno in parte, scemato. 

Nel nostro mondo, divenuto sempre più ampio e connesso, in presenza di credenti di diverse fedi, in genere portatori di culture assai diverse, la accresciuta coesione sociale in conseguenza della fede si rovescia, infatti, nel suo contrario, generando rancori, contrasti e aperti scontri.

Nel che va colto il germe dei moderni diffusi integralismi e fondamentalismi che si sono imposti in molte regioni del globo.

Fra le ragioni del successo riscosso dal fenomeno religioso va annoverato, da ultimo, la fondazione dell’etica visto che la religione, con le sue regole, ha tolto agli uomini la massima parte della loro ferinità, ottenendo, a questa stregua, un risultato altamente positivo.

Infatti, non v’ha, dubbio alcuno che la religione, dettando regole condivise, ha contribuito, almeno in Occidente, a creare, in termini incisivi, una morale che, sebbene ancorata al trascendente, o, forse proprio per questo, è stata capace di governare gli uomini per qualche millennio.

A contraltare si è venuta, tuttavia, via via formando anche un’etica laica sul principio della responsabilità che ogni uomo ha nei confronti, e dei propri simili, e dell’ambiente, nel quale vive. 

Valore che non viene preso a prestito o in prova, trattandosi di un valore saldo che assolve il ruolo di guida e di sorgente dello stesso senso per la vita di ciascun individuo.

Superfluo aggiungere che le due morali non sempre coincidono fra loro, con la conseguenza che, quando ciò accade, si creano problemi.

La dottrina del peccato non realizza, tuttavia, la finalità perseguita perché non ci si deve comportare bene per paura di un castigo, ma per libera scelta offerta dalla ragione e dalla compartecipazione umana. 

Il punto è cruciale perché, qui, è in gioco l’idea stessa del progresso morale, che è altro da quello materiale, perché, a differenza di quest’ultimo, impetuoso, il primo è molto più lento.

A ben considerare la grande scommessa laica si fonda sulla concessione della fiducia all’uomo, senza farsi troppe illusioni, ma anche senza catastrofismi. 

Screditata è, infine, la morale secondo natura. In natura, infatti, male e bene non hanno alcuna ragion d’essere. Entrambi (male e bene) scaturiscono unicamente dai nostri giudizi di valore. 

Quanto dire altrimenti che è solo con l’uomo che compare il male. Il male, infatti, nasce con l’uomo e rimane circoscritto al suo mondo. 

Il fenomeno religioso, indiscutibile nel suo successo concreto, sul piano intellettuale, è stato, invece, duramente contrastato, posto che la religione, in quanto tale, è stata oggetto delle più feroci critiche ab antiquo. 

Dopo la critica di Senofane all’antropomorfismo religioso, furono i sofisti a sottoporre la religione a dure censure, denunciando che la stessa altro non era che la personificazione delle forze della natura.

In una sintetica ricostruzione di questa demolizione, passiamo, per saltus, a Lucrezio che, nel suo “De rerum natura”, celebrò la visione scientifica antireligiosa di Democrito.

Con consapevoli lacune, concentriamo ora la nostra attenzione sul secolo dei lumi perché la critica della religione diventa uno dei temi più trattati dagli illuministi fautori di una religione naturale universale frutto della ragione in aperta antitesi polemica nei confronti, tanto del cristianesimo, quanto dell’ebraismo e dell’Islam.

Caposaldo dell’istanza illuministica è l’opera di Kant “Religione entro i limiti della pura ragione” (1793).

Il grande confronto filosofico con la religione avviene, tuttavia, nel XIX secolo.

Avuto riguardo alla sintetica esposizione prescelta per queste note, fra i critici più agguerriti della religione, ci limitiamo a ricordare Feuerbach (che ha considerato la religione come il frutto di un processo di ipostatizzazione dei bisogni e degli ideali dell’uomo); Marx (che, nella religione, ravvisò un’invenzione della società capitalistica per realizzare lo sfruttamento di classe); Comte (che ha invocato le leggi naturali e fisiche per spiegare quei fenomeni che la maggioranza degli uomini interpreta, invece, come manifestazioni divine); Nietzsche (che, nella religione, ha ravvisato un’invenzione ingegnosa degli uomini, non già dei forti per opprimere i deboli, come sosteneva Marx, bensì dei deboli per contenere la potenza dei forti); Freud (che, anziché alla lotta fra capitalisti e proletariato (Marx) o tra deboli e forti (Nietzsche), si appella, invece, al contrasto fra padre e figli per il possesso della madre, per poi concludere che Dio altro non sarebbe che la proiezione fuori della psiche della idea del padre, acquisendo, col che, un sicuro merito per avere cercato le radici della religione anche nella profondità della psiche).

Questa rassegna, data la sede, necessariamente riassuntiva, non può non concludersi con il pensiero di Jung, che, fra gli archetipi – o strutture fondamentali delle psiche -, addita anche quelli religiosi. 

Da questo studio, proprio perché orientato all’approfondimento di altri interessi, oltre a tutto il resto, sono volutamente rimaste estranee anche le relazioni storiche fra potere politico e potere religioso: poteri, all’inizio, fra di loro coincidenti, per separarsi, poi, nel tempo. Senza, però, che il potere religioso abbia mai abdicato alla pretesa, se non di condizionare, quanto meno, influenzare quello politico, avvalendosi, a questo fine, della c.d. potestas indirecta: potere, che autorizzerebbe l’autorità religiosa a intervenire su tutte le questioni che toccano l’altare. Tanto direttamente. Quanto indirettamente. 

Ci troviamo, così, in presenza di quelli che, oggi, la Chiesa cattolica definisce come i punti non negoziabili, irrinunciabili in quanto essenziali nella propria ottica.

Invero, a dar rilievo ai fatti, che, notoriamente, sono argomenti testardi, quei punti si stanno, via via, assottigliando, alla luce dei risultati acquisiti dalla scienza, oltre che sotto l’effetto di una opinione pubblica maggioritaria.

Rimane, tuttavia, la loro ostinata difesa che, dal profilo logico, si risolve pur sempre in una imposizione, in linea di principio, inaccettabile. Tanto più perché la forma più sottile, estesa e compatta, di dominio è proprio quella religiosa.

Non esiste, infatti, dittatura che possa essere paragonata a quella di carattere religioso perché la dittatura religiosa invade la coscienza.

Il che andava pur sempre rammemorato considerata la non inutilità del richiamo. 

Antonio Binni