1908-2008 : I primi 100 anni della Gran Loggia d'Italia

 
Nel 1908 l’Italia viveva un momento della sua storia estremamente complesso. Meno di cinquanta anni prima era avvenuto il “miracolo” dell’unificazione ma in mezzo secolo il panorama politico e sociale del Paese era radicalmente mutato. Gli ideali risorgimentali erano uno sbiadito ricordo e la rivoluzione industriale ormai alle porte, ridisegnava il volto della Penisola. In dieci anni, la produzione dell’acciaio era aumentata di dodici volte e nel 1906 il Paese contava ben settanta fabbriche automobilistiche. E’ bene precisare che si trattava di un processo limitato, dovuto al protezionismo doganale e alle commesse statali e che, nonostante i progressi, il Regno restava il fanalino di coda dell’Europa. Ma tutto questo era sufficiente a dare l’illusione che adesso la “Grande Proletaria” fosse assurta al ruolo di grande potenza.
 
Fu febbre, febbre improvvisa e maligna che mutò l’orgoglio dell’appartenenza in nazionalismo, le frustrazioni recenti in sogni imperiali che trovarono linfa vitale nell’humus decadente. Vitalismo, avventura, disprezzo per la gretta mediocrità borghese si fecero strada nelle nuove generazioni abbacinate dai lucori del titanismo, stregate dall’estetismo declamatorio del “gesto eroico”. Il mito della forza e la cultura dell’emozione scrollò gli impolverati salotti di “Nonna Speranza” e sul mare del nuovo secolo apparve l’Ulisse solitario di D’Annunzio.
 
L’Italia mutava, ma il bracciantato meridionale era sempre più impoverito e aveva nell’emigrazione l’ultima speranza, mentre a Nord il proletariato delle fabbriche soffriva la compressione dei salari, imposta dalla concorrenza delle industrie straniere. L’evoluzione progressiva di Turati diventava perciò un’utopia che non pagava davanti alla miseria incalzante; Sorel e Marx parevano le uniche strade percorribili. Il massimalismo avanzava a passi da gigante, mentre la riforma elettorale faceva crescere i votanti fino a nove milioni.
 
In questo contesto così difficile esplose il caso parlamentare della Mozione Bissolati che divise il Grande Oriente e portò l'8 Luglio il Fr. Saverio Fera, Luogotenente del Rito Scozzese e facente funzione di Sovrano Gran Commendatore ad emanare la balaustra n. 3 con la quale dava luogo alla storica scissione: "Con l'animo addolorato ma con la coscienza di compiere un dovere – egli scrisse - invio a voi tutti copia del Decreto con cui vengono dichiarate risolte le Costituzioni del 1906 e sciolto il Grande Oriente”.
 
Da quel momento aveva inizio il vissuto della Comunione Massonica di Rito Scozzese Antico ed Accettato detta “di Piazza del Gesù” la cui nascita, a livello di Ordine, fu formalizzata il 21 Marzo del 1910 E.V.
 
Cinque anni più tardi, in una fredda giornata d’inverno il Fr. Saverio Fera se ne andò e molti vaticinarono che con lui sarebbe scomparsa l’Obbedienza di Piazza del Gesù. Ma non fu così. Al primo timoniere seguirono Leonardo Ricciardi, Williams Burgess e infine il discusso Vittorio Raoul Palermi che diresse l’Istituzione durante i difficilissimi anni del Regime.
 
Assonnata nel 1925 a seguito della nota legge Sulla disciplina di associazioni, enti, istituti, la Comunione rinacque il 4 Dicembre del 1943 in casa di Salvatore Farina in via Priscilla 56 a Roma, dove fu ricostituito un nuovo Supremo Consiglio ed eletto Sovrano Gran Commendatore Carlo de Cantellis.
Seguirono i confusi anni del secondo dopoguerra, caratterizzati da continue scissioni, riunificazioni, litigi e presunte primogeniture. Gran Maestri e Sovrani Gran Commendatori si successero con dovizia in un breve lasso di tempo. Fra gli altri ricordiamo Pietro di Giunta, Giulio Cesare Terzani, Ernesto Villa, Ermando Gatto, Tito Ceccherini. Venne poi il 1962 anno che segnò l’inizio dell’Era Ghinazzi.
 
Il Generale rifondò l’Istituzione e la guidò con saggezza e sagacia fino alla morte avvenuta il 14 Novembre del 1986. Il resto è cronaca dei nostri giorni.
Dopo il breve periodo di reggenza di Mario Bogliolo, si alternarono al vertice istituzionale Renzo Canova, Franco Franchi ed infine il nostro predecessore Luigi Danesin. Ciascuno di loro offrì il proprio contributo navigando al meglio in acque spesso travagliate per un antimassonismo da sempre radicato nel bel Paese.
 
Cento anni di storia dunque, cento anni di vita, con lo scopo di seguire la via di una Tradizione nata con l’uomo. In questo lasso di tempo lungo un secolo, la Comunione ha assunto una connotazione propria, fedele ad un’assoluta libertà di pensiero richiamata dagli Statuti Generali dell’Ordine.
 
La Massoneria, vi si legge, “è una libera associazione di uomini indipendenti, i quali non sono soggetti che alla propria coscienza, e s’impegnano a praticare un ideale di pace, d’Amore, di Fratellanza”. In virtù di ciò la Gran Loggia d’Italia è riuscita a discriminare fra portato tradizionale e tradizionalismo, risultando aperta ai mutamenti dei tempi e alle acquisizioni dell’uomo. Per questo, fin dal lontano 1956, ha accolto fra le sue Colonne le donne, riconoscendo loro un’assoluta parità iniziatica.
 
Eredi di tale passato dobbiamo approfittare del presente anniversario non solo per ricordare ma soprattutto per progettare il futuro, per immaginare, costruire, sognare gli anni che verranno.
E’ questo lo spirito con cui intendiamo celebrare i primi 100 anni della Gran Loggia d’Italia ed è in questo spirito che mi rivolgo a tutti Voi, carissimi Fratelli e dilette Sorelle affinché, grazie alla Vostra fraterna solerzia ed alla Vostra partecipazione, questo evento celebrativo entri negli annali della nostra Obbedienza.