A.G.D.G.A.D.U.
GRAN LOGGIA D’ITALIA DEGLI ANTICHI LIBERI ACCETTATI MURATORI MASSONERIA UNIVERSALE DI RITO SCOZZESE ANTICO E ACCETTATO
OBBEDIENZA DI PIAZZA DEL GESU’ – PALAZZO VITELLESCHI
SEDENTE IN ROMA
SOLENNE TORNATA FUNEBRE NAZIONALE
in commemorazione di tutti i Fratelli e Sorelle defunti nel 2008
Nulla, più della morte, è tanto materiale e insieme immateriale. Nulla coinvolge in modo tanto estremo gli uomini sul piano più diretto, che è quello corporeo, e contemporaneamente li esclude da una diretta partecipazione. Nulla è più impietosamente oggettivo nella propria manifestazione, ma anche liberamente soggettivo nell’interpretazione.
Per questo la morte è un così grande enigma. Questo è il suo grande mistero. Essere parte della vita e insieme altro da essa; essere un evento totale per l’uomo che la vive – l’uomo che muore – senza poter essere per questo chiamata da lui esperienza, e come tale, come tutte le esperienze, elaborata, compresa, superata, raccontata…
Ammesso che sia così, ammesso che non sia altro anche da ciò che appare.
“La morte non è niente – dissero gli epicurei – perché quando ci siamo noi non c’è lei, e quando c’è lei noi non ci siamo più”… Ma non basta. Anche se logicamente ineccepibile, è un’affermazione fin troppo fredda e irrispettosa per chi vive la morte mentre è in vita, quella morte che chiamiamo indiretta ma che ci tocca eccome direttamente, a volte fin nelle viscere: la morte di un amico, di un parente, di un sogno, di un amore, di un’epoca; la morte di un fratello.
Ed è ancor meno convincente per chi ne accoglie il mistero, non per risolverlo ma per celebrarlo; per tutti gli iniziati di ogni tempo, per i quali la logica obiettiva non basta a comprendere qualcosa che, pure, è altrettanto evidente, laddove la morte genera o raccoglie le lacrime e le paure, le speranze e le preghiere umane da sempre, come una grande domanda a cui le tante umane risposte non hanno mai risposto davvero.
Perché una domanda assoluta non può essere affrontata su dimensioni relative: non può essere ri-dimensionata.
Di fatto, gli uomini sulla morte non sanno nulla: ipotizzano con la mente, gemono con il cuore, sentenziano con la scienza o credono con la fede, ma non sanno; per lo meno non in quanto esseri razionali. Possono chiamarla “niente” o “tutto”, semplice fine o luminoso inizio, ma non sanno; possono evitare di pensarci, con sbrigativo fatalismo, possono studiarla come fenomeno fisico o psicologico, possono sfidarla, temerla, persino desiderarla… ma continuano a non sapere cos’è e perché lo è.
Si è detto e scritto di tutto e da sempre, sulla morte. La sua sacralità, che la identifica sul piano del divenire – non più dell’essere e non solo del non essere – la eleva a simbolo di ogni profonda trasformazione ed è alla base di ogni approccio evolutivo alla vita, nelle scuole iniziatiche di ogni epoca e cultura, nelle meditazioni mistiche, nelle tradizioni pagane, nei miti, nelle leggende, nelle favole. La sua sovrana e fascinosa autorità aleggia nei luoghi sacri ma si insinua anche negli istintivi esorcismi profani fino alle abitudini, alle ricorrenze, agli epitaffi, ai luoghi comuni.
Perché comune è, di fatto, la morte: l’unica cosa che nella vita unisce davvero tutti: che non sanno cos’è, ma sanno che è e, quindi, prima o poi sarà.
E se ciò può avere – o dovrebbe avere – almeno il potere di rendere più umile la presunzione e più dignitosa la modestia, c’è qualcosa di meglio e di più che la morte può offrire, in generoso cambio di ciò che toglie. Una nuova domanda, al posto di un’impossibile risposta.
Qual è il vero protagonista dell’evento della morte? Chi è che muore davvero sul piano umano, chi è che fa davvero esperienza della morte? Colui che se ne è andato, nel nulla o nel tutto, o piuttosto coloro che sono rimasti a confrontarsi con il loro tutto deprivato, ferito, relativizzato al cospetto dell’assoluto?
Non necessariamente l’esistenza è anche esperienza.
Non contemporaneamente l’esperienza è anche coscienza.
Ma noi che siamo qui, oggi… noi esistiamo, in tutto e per tutto ciò che significa o non significa – umanamente – l’esistenza. Noi stiamo vivendo, e stiamo condividendo un’esperienza: anche se di perdita, di dolore, di nostalgia. E per il solo fatto di essere qui, insieme in un luogo sacro, a ritualizzare l’evento esteriore ed interiore che ci coinvolge perché grazie ai nostri strumenti diventi esso stesso strumento, stiamo anche creando coscienza. Non tanto coscienza oggettiva, non solo coscienza soggettiva, ma coscienza universale; che ci comprende, ci trascende, ci responsabilizza.
Stiamo offrendo le nostre lacrime in sacrificio, per rendere sacro l’esistere di questo momento, per togliere quel “non più” dalla parola… essere.
Lo facciamo attraverso il ricordo, semplice e caro. Il cuore si stringe e pure trova conforto. Non è una sublimazione, come tanto spesso sono i ricordi delle persone in lutto, che esaltano tutto ciò che di bello ha dato ed è stato chi non è più, come se non avesse mai avuto difetti, come se non avesse mai commesso errori, come se non fosse mai stato… umano. Eppure, anche in ciò che appare solo un benevolo ricordo, echeggia una giustizia ed una verità che noi non possiamo disconoscere. “Parce sepulto”… è un monito che Virgilio non scrisse per moralismo o ipocrisia, ma che racchiude il senso della vita: di una vita che non c’è più, di una vita che è stata, come di quella che è ancora e che sarà. La nostra, e non solo quella di chi non è più; la sua e, quindi, anche la nostra.
Perché ciò che importa è davvero soltanto la Luce: le ombre ne sono inevitabile effetto, come sempre quando c’è un corpo a ricevere una scintilla e ad irradiarla; ma quando il corpo non c’è più, è solo l’Ombra a svanire, mentre la Luce giustamente resta a risplendere, per ciò che è ed anche per ciò che è stata. Unendosi alle tante altre fiammelle accese sull’altare della vita per illuminarne il percorso, per indicarne la meta, proprio là ad Oriente, dove il Sole risorge dopo ogni notte e per quanto lunga e scura possa sembrare.
E in fondo noi non siamo qui per fare retorica, e nemmeno per fare filosofia. Noi siamo Liberi Muratori, e ci riuniamo per costruire, per levigare ed utilizzare ogni Pietra che il destino ci offre o propone. Anche oggi abbiamo aperto i nostri Lavori, ponendo Squadra e Compasso sul Libro Sacro, là dove ci parla Giovanni l’Evangelista. Solo il suo Vangelo sa esaltare il senso di un Nuovo Testamento che sia simbolo della vita e vita del simbolo per noi, che già firmammo un testamento per riformularlo ogni volta con maggiore convincimento dell’anima. Solo nel suo Vangelo è riportato quel “nuovo comandamento” di Gesù, che riassume nella più totale ed umana semplicità il messaggio che ogni morte lancia alla vita: amatevi gli uni con gli altri.
E’ lo stesso “amore fraterno che lega i vivi ai morti”, a cui ci invita il nostro rituale funebre; perché non possiamo lavorare per il bene dell’umanità senza rispettare e difendere ciò che ci rende umani.
Ed è ciò che dobbiamo saper costruire, o ricostruire, con gli strumenti che abbiamo raccolto dalle mani dei nostri cari fratelli: quindi anche per loro ed anche grazie a loro. Un colpo di scalpello per ogni battito di cuore, anche se spezzato, ma pur sempre ambasciatore dell’anima.
S. Z., 32°
Zenit di Roma, 15.11.2008 E.V.