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Il Labirinto, fra storia dell'uomo, mito, archetipo, simbolo 

 
 
 
IL LABIRINTO
 fra storia dell’uomo, mito, allegoria, archetipo , simbolo
Come viverlo oggi da Massoni
 
di R.B. – Oratore della Loggia “Labirinto” – Gran Loggia d’Italia - Oriente di Ancona
 
Il Labirinto è evidentemente - mi sia concesso il termine -  una provocazione fortemente percepita dall’uomo se è vero, come sembra, che esso sia appartenuto da sempre o, comunque, dai più remoti tempi, all’umanità intera, data la sua amplissima diffusione, e che su di esso l’uomo si sia cimentato e sperimentato nelle più diverse forme ( e non mi riferisco, dunque solo a quelle architettoniche).
 Esso, non a caso, ha destato e continua a destare interesse, o meglio dall’uomo è stato concepito in ogni epoca e situazione.
 Esso è stato appunto costruzione architettonica senza apparente finalità (perché infatti concepire un edificio difficile da percorrere e visitare ed attraversare?), in tutta l’area mediterranea : quello più antico che si conosca, è quello vicino al Lago Moeris, in Egitto, fatto costruire dal faraone Amenemhet , di cui ne parlano scrittori classici come Erodoto, Diodoro Siculo, Plinio e Strabone; quello cretese di Cnosso, legato al mito del Minotauro, detto unicursale, perché formato da un’unica via che si intrica, avvolge, e va verso un Centro, a cui si avvicina e si allontana successivamente; quello greco dell’isola di Lemno; quello del re estrusco Porsenna a Chiusi, la sua tomba.
 Esso è incisione sulla roccia, come quella ritrovata in una tomba del Neolitico in Sardegna, risalente a 6.000 anni fa, o quella di Tikla in Madhya Pradesh risalente al 250 a.C. ; graffito di Pompei, rievocante il mito cretese; mosaico romano a Susa, in Tunisia; o quello realizzato sul pavimento delle cattedrali , quelle di Chartres, del Duomo di Lucca, come sostituto dei pellegrinaggi in Terrasanta, fatti di una serie di cerchi concentrici, interrotti in alcuni punti e chiamati Nodi (o labirinti di Salomone), a memoria del cortile biblico davanti al Tempio di Salomone, e secondo la tradizione cabalistica uno dei segreti di quest’ultimo ; o semplice formazione di mucchi di pietre, come quello trovato nei pressi di Bijapur in Madras, noto come Lakshmana- mandal….l’elenco è interminabile.
 Esso è anche, e più notoriamente per la nostra cultura occidentale, mito : il mito del Labirinto di Cnosso, abitazione leggendaria del Minotauro, santuario della doppia ascia, riprodotta nella favolosa reggia, da cui forse il nome Labirinto, da labrys , che a Creta era l’emblema del potere reale ed aveva appunto la forma di due quarti di luna opposti, simboleggianti il potere costruttore e distruttore della dea. Era, come noto a tutti, il palazzo cretese di Minosse, dove era rinchiuso il Minotauro, essere mitologico a metà uomo, nella parte inferiore, e a metà Toro. Secondo il “Mythos”- la leggenda narrativa- esso rappresentava oltre che il frutto passionale della congiunzione di Pasifae, moglie di Minosse, re di Creta, ad un Toro, e dunque, mostruosa creatura da nascondere ai sudditi, anche il carnivoro a cui andavano sacrificati, in seguito alla loro sconfitta, gli Ateniesi, che dovevano inviare ogni nove anni, sette giovani e sette fanciulle. E al di là del mito, Plutarco, come annota Robert Graves, ne “i miti greci”, racconta proprio di una incursione di Teseo a Creta, come ribellione degli Ateniesi contro un signore cretese che prelevava ostaggi dalla città per assicurarsene l’obbedienza, dell’uccisione dello stesso, e di un trattato di pace suggellato dal matrimonio con la principessa Arianna. Il tributo di Atene per l’assassinio del principe, erano le fanciulle ed i fanciulli da inviare, Teseo uccidendo il Toro, o il comandante della flotta cretese, fece esentare Atene da questo tributo.
Ma tornando alla narrazione mitologica, Teseo, era il figlio del Re di Atene, il cui nome ricorda Tesi, colui che asserisce, o afferma, colui che cavò la spada dalla roccia e calzò i sandali del padre Egeo, e potè così ripercorrere le orme paterne, ed abbracciare i principi della Tradizione, era colui che uscì dal Labirinto, solo con l’aiuto del filo di Arianna, la dea-luna, ariagne “la purissima” , o Ar-ri-an- de , “ la fecondissima madre dell’orzo” e con la complicità di Dedalo , architetto, che disegnò e diresse la costruzione del progetto del labirinto per ordine di Minosse ; era colui che riuscì ad uccidere il Minotauro – Asterios ( stellato –o del cielo- o del sole),figlio di Pasifae , “colei che rischiara tutto”.  
Tutta la mitologia solare prende campo in tale leggenda: inizia la tradizione maschile, solare, ed iniziatica di morte e rinascita, in quest’area.  
Il culto della Grande Madre, il mistero della maternità, Sole e Luna entrambi simboli celesti della Dea, il sacrificio del re (sostituiti dai fanciulli ateniesi) sono, con il mito del Labirinto di Cnosso, soppiantati dalla società vittoriosa solare che per autotramandarsi ingloba e ritocca a proprio vantaggio la storia e la mitologia dei vinti.
Il sole che muore e rinasce è il simbolo della fecondità maschile, il Dio Sole, alla maniera egizia, si libera dalla dipendenza della Luna.
Questo, però, è il limite del mito- nel senso di narrazione-, e dell’allegoria- come parlare in altro modo-, è, quindi, il limite del parlare, dell’affabulare, del narrare.
Se letto in questi termini il Labirinto, come espressione cristallizzata del passaggio da una concezione, anche divina, e da un culto all’altro, risulta esso stesso limitante, resta costretto al ruolo di “segno”, e perde le altre sue possibilità.
Tant’è che, facendo un salto nel tempo, l’allegoresi cristiana del Labirinto – per intendersi quella dei pavimenti di Chartres e delle altre cattedrali- non fa che sostituire l’oggetto del percorso all’interno di esso, come materializzazione della prova iniziatica del viaggio che conduce al centro, nel luogo sacro, da Teseo a Cristo, dalla speranza di rinascita a quella di resurrezione, dalla liberazione dalla paura ancestrale dalla Bestia feroce, a quella dell’anima dall’errore e dalla perdizione morale.
Tale immagine di Labirinto, però, non è fissa.
Dopo il due-trecento essa perde la connotazione penitenziale e spirituale e volge al profano: la cultura cavalleresca, la concezione cortese mondana lo usa per affermare i propri valori e l’idea desacrata del Labirinto diventa, con i giardini, espressione edonistica e gaudente della corte.
E’ questa la strada del progressivo mutare del segno: l’età manieristica e barocca determina, addirittura , la “perdita del centro” , e il Labirinto è “l’errare senza direzione” e sembra ormai destinato a morire: il positivismo e il materialismo dell’Ottocento arriva a provare disprezzo per tale sentire, ed è profondamento anti-labirintico.
Ma tale morte porta ad una rinascita! Quella del novecento.
Cadono le certezze positivistiche con la rivoluzione einsteniana della concezione dei tempi e degli spazi, non più continui ed uniformi, e con la scoperta freudiana dell’inconscio che porta alla luce i mondi infiniti di ciascuno di noi, complementari dell’universo fuori di noi.
Tutta la letteratura, da Pirandello a Borgès, l’arte pittorica e non, dal Futurismo di Balla, all’Astrattismo di Klee, e Mondrian, al Surrealismo di Mirò e De Chirico, fino all’arte contemporanea, sono espressione della ricerca dell’uomo moderno di forme atte a rappresentare la parte oscura della coscienza, e si impadroniscono così dell’intera cultura del Labirinto, nel senso di sperimentazione, di proporre domande e di non dare risposte.
La consuetudine logocentrica della ragione occidentale di trovare sempre una motivazione, un perché, entra in crisi e il Labirinto risorge dalle ceneri.
L’oscurità non è più assenza i Luce, è consapevolezza del successivo “svelamento” dell’irrazionale della ragione, lo scalpello che leviga la Pietra e mette a nudo le verità nascoste, fa emergere il Vero Sé, quello interiore, al di là delle maschere.
La mentalità tradizionale torna a destrutturarsi per tornare ad accedere nuovamente al mito: e d’altra parte le mitologie dei popolo mediterranei, fra le quali quelle del Labirinto di Cnosso, hanno avuto il potere significante di imprimere lezioni eterne, archetipiche, per l’Uomo.
In questo caso la lezione appresa è quella di non avere la sicurezza della meta, ma la necessità, nel soliloquio interiore, di affrontare la vertiginosa sfida di percorrere il cammino, e il Centro da raggiungere non è il traguardo a cui arrivare per primi, ma la possibilità di accedere al dualismo esoterico, all’equazione microcosmo-macrocosmo, alla ricomposizione , dopo la lotta, fra natura Divina e Bestiale dell’Uomo, Spirito e Materia.
Riemerge, così, il profilo alchemico dei Labirinti delle Cattedrali, come santuario interiore, quel substrato nascosto, quella lettura altra, in connessione con l’ordine cosmico: al di là cioè della storia, e delle sue varie interpretazioni, al di là del mito, come aspetto solo umano, al di là dell’archetipo, come struttura solo della psichè, al di là dell’allegoria, come concetto razionalizzato, al di là della religione, come percorso solo “essoterico”.
Tutto ciò , però, ai tempi d’oggi, nella vita profana, sembra trovare accenni solo nelle varie espressioni artistiche, e relegato a forme isolate di intuizione creativa: l’Uomo si è nuovamente perso nella Babele della comunicazione, dell’apparire, appiattito, com’è nella necessità di essere visibile, ad ogni costo.
Credo abbia nuovamente perso il Centro, il senso di esso, come luogo in cui si stabilisce una relazione con l’incomunicabile.
Penso che il nostro attaccamento di Massoni con il simbolo dei simboli, il Labirinto, sia la vera via d’uscita, dagli inestricabili sentieri di smarrimento che la profanità ci suggerisce, con la sua perdita di identità, di confini, e l’occasione per far circolare quell’energia che riavvicina la solitudine dell’anima alla molteplicità dell’universo.
Ora più che mai abbiamo bisogno di vivere l’esperienza labirintica di ritmo trasformatore e vitale, in cui “l’anima ricorda che la sua origine è fuori dallo spazio e dal tempo, ed anche oltre le immagini”, e torna a circolare come nella Ruota buddista, nel ciclo zodiacale, nell’Opus degli alchimisti.
Se è vero che agli inizi della nostra nascita come Massoneria Speculativa, solo agli operativi era dato il titolo di Maestri, e solo esse conoscevano i “segreti”, la sfida del Labirinto per noi Massoni oggi, è forse quella, come diceva Bachelard, di “tentare di iscrivere l’amore umano nel cuore delle cose”, o , comunque, di dare un’anima alle cose, perdendosi nella peregrinazione attraverso i suoi meandri per riconquistarla e ritrovarsi.
 
Giugno 2008
 
 
 
 
 
 
 
 
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